lunedì 1 agosto 2016

ALLE RADICI DEL PROBLEMA: L'ISLAM, IL TEMPO E LA STORIA



Ieri si è svolta l’iniziativa lanciata da alcune sigle del mondo islamico in Francia e in Italia (non le più rappresentative, per la verità). Non poteva trattarsi in un nessun caso di quell’”evento epocale” annunciato a suono di grancassa dai media e di quel “fatto enorme” di cui ha parlato la CEI. Tuttavia, sarebbe interessante sapere quanti musulmani siano entrati nelle chiese. Se non che era più facile ottenere una notizia attendibile durante il regime fascista che non nell’attuale regime del Multiculti.Min.Cul.Pop.  I tre maggiori quotidiani italiani, nelle loro edizioni online, hanno sparato tutti, inizialmente, la stessa cifra: 15.000. Non molti, ma neanche pochissimi.  Peccato che  la fonte come si desumeva dagli stessi articoli fosse un certo Foad Aodi, presidente del Comai (Comunità del mondo arabo in Italia). A parte che si vorrebbe anche sapere chi e quanti rappresenta il Comai,  il problema è: da dove ha preso a sua volta questa cifra il suddetto Aodi? E come l'hanno verificata i due quotidiani? Basarsi acriticamente su una tale fonte sarebbe come chiedere a me quanti juventini ci sono in Italia! Ma è l'Huffington Post di Lucia Annunziata che ha raggiunto il grottesco: nel titolo di copertina, parlava di "migliaia" di musulmani, nella finestra in basso che rimandava all'articolo le migliaia diventavano "centinaia" e i pochi che hanno avuto la pazienza di cliccare e andarsi a leggere l'articolo hanno potuto scoprire che le centinaia si erano ridotte a "decine"!!! È questa davvero l'apoteosi della disonestà intellettuale e professionale e del rincretinimento collettivo. Di questi tempi  è quasi meglio andare a caccia di pokemon che leggere giornali.
Ma, preso atto dell’incertezza dei numeri (qualche ora dopo il solito Faoud Aodi, visto il successo ottenuto, ha pensato bene di giocare al rilancio e l’ha sparata più grossa: 23.000 e non più 15.000! Intanto, andavano in onda i telegiornali della sera che, senza nemmeno citare la fonte, rilanciavano la cosa: 23000 islamici nelle chiese…credere, obbedire, combattere), un paio di considerazioni vanno pur svolte, prima di passare a cose più serie. La prima: che cosa si voleva dimostrare con questa iniziativa? Che esistono tantissimi musulmani pacifici e che sono inorriditi di fronte allo sgozzamento del prete o all’attentato di Nizza? E chi può ragionevolmente metterlo in discussione! Se si trattava di fare questo tipo di censimento, Faoud Aodi avrebbe dovuto alzare di molto il tiro: i musulmani pacifici in Italia sono certamente molti più di 15 o 23000. Ma questo cosa risolve? La constatazione che durante il nazismo esistevano tantissimi tedeschi miti e pacifici o che nel periodo del terrorismo rosso o delle purghe staliniane esistevano milioni di comunisti che erano bravissime persone, per caso aggiungeva o toglieva qualcosa al problema del nazismo o del terrorismo rosso o dello stalinismo?
Se poi l’iniziativa serviva a rimarcare, come mi pare abbiano detto tutti gli imam coinvolti, che l’islam non c’entra nulla con il terrorismo, che i terroristi fraintendono completamente l’islam, allora questa manifestazione non solo non è stata utile, ma ha contribuito a rafforzare la rimozione del problema. "Maometto ci invita ad amare", è arrivato a dire un imam. Avessi detto una cosa del genere all'esame di storia medioevale, persino un professore così signorile come Del Treppo mi avrebbe forse lanciato il libretto universitario in faccia. Giustamente. Pare che la taqyya, la dissimulazione e l'inganno che si possono o si devono usare quando si vive tra gli infedeli, appartenga soprattutto alla tradizione sciita. E tuttavia, qui sembrerebbe proprio di avere a che fare con qualcosa del genere. Del resto, la taqyya ha almeno un importante precedente nel mondo sunnita: quello dei moriscos in Spagna dopo la Reconquista.
Il problema terrorismo jihadista va letto all’interno del problema islam, come non mi stancherò mai di ripetere, perché i terroristi escono dall’”album di famiglia” dell’islam, si nutrono della cultura dell’islam. A parte la risposta che occorre dare al fenomeno sul piano dell’intelligence, delle misure di polizia, della legislazione, delle iniziative militari contro l’Isis, è fondamentale la risposta culturale e quindi la corretta lettura del fenomeno. Dato che questa risposta culturale e questa lettura coinvolgono la storia, la filosofia e la teologia e dato che cerco di parlare preferibilmente delle cose che conosco, che studio da una vita e che devo anche sapere per mestiere, e non di quelle che ignoro o di cui ho conoscenze sommarie, mi concentro solo su questo aspetto del problema, senza con ciò escludere che anche gli altri aspetti siano rilevanti e magari anche più urgenti nella risposta immediata da dare.
Riprendo una considerazione già da me svolta, perché ad essa si può agganciare una acuta analisi di Niram Ferretti, che a mio avviso ha il merito inestimabile di andare sempre al cuore del problema. La considerazione che devo ribadire riguarda la radicale diversità fra la Bibbia e il Corano, ossia fra le due fonti di rivelazione delle religioni monoteistiche (a dispetto di quanto affermato pochi mesi fa dall’ignorantissimo attuale pontefice romano). La rivelazione biblica è storica, si svolge nella storia ed è mediata dagli uomini. La rivelazione del Corano è astorica e atemporale. I testi biblici, per il credente, sono “ispirati”; il Corano  si presume “dettato” letteralmente da Allah a Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele. La Bibbia quindi esige l’interpretazione e la critica storica ed il “letteralismo fondamentalista”, pur dominante per secoli, pur assai diffuso ancor oggi, tradisce il carattere stesso della rivelazione biblica. Usando il termine in senso rigorosamente tecnico il fondamentalismo è un’eresia (il che evidentemente non autorizza a servirsi della critica storica per manipolare la testimonianza biblica, sovrapponendo ad essa concezioni e tradizioni umane o ideologie attuali). Nell'ebraismo esiste poi il Talmud, opera interminata di interpretazione della Torah. Con il Corano, ci troviamo, invece, nella situazione esattamente opposta: esso è immodificabile e infallibile (“inerrante”) in quanto non contiene (per il fedele, si intende) la “testimonianza” della parola divina, umanamente e storicamente mediata, ma la parola divina stessa: il Corano è Allah incarnato, o meglio incartato. Il letteralismo fondamentalista quindi non è una deviazione o un’eresia, e neanche una possibilità alternativa ad un’altra, ma è l’essenza della religione islamica.
Per questo, gli oltre 400 versetti individuati dall'islamologo Laurent Lagartempe (Il Corano contro la Repubblica. I versetti incompatibili), che, come ha ricordato Niram Ferretti, “istigano a commettere crimini e delitti contro la persona, in particolare nei confronti delle donne, degli ebrei, dei cristiani, degli apostati, degli adulteri e degli omosessuali”, sono un serio problema, perché non possono essere “trattati” criticamente allo stesso modo in cui si possono trattare, ad esempio, certi versetti del Levitico sull’omosessualità o l’adulterio. Né è possibile distinguere, nell’islam, la sfera giuridica da quella etica, la religione dalla politica, la giurisdizione religiosa da quella civile, il reato dal peccato.
Da qui la conseguenzialità di domande sulla compatibilità tra l’islam e le leggi della Repubblica francese (ma discorso analogo si può fare per la compatibilità dell’islam con la Costituzione e la legislazione italiane). Chi chiede di “mettere al bando l’islam” – cosa che fa inorridire legioni di benpensanti – certamente pretende di risolvere troppo sbrigativamente un serissimo problema, con esiti che potrebbero avere un effetto boomerang, ma quantomeno parte da un’analisi corretta e si pone domande sensate.
Quest’analisi non può prescindere, come si diceva, da una valutazione del tipo di rivelazione e di libro sacro che sono propri dell’islam. Gli stessi contenuti di tale rivelazione e di questo libro vanno letti alla luce di quella valutazione. In questa direzione, Niram Ferretti mi offre uno spunto critico che reputo estremamente importante. Anche Niram, rileva come, in quanto testo increato, per i suoi adepti, il Corano sia fuori dal tempo e dalla storia. Ma, procedendo con rigore nel ragionamento, se questo è vero per il testo che è a fondamento della vita privata e civile nelle comunità islamiche, allora è l’islam stesso che si concepisce e si vive al di fuori del tempo e della storia. “Per i musulmani di stretta osservanza”, scrive Niram “il trascorrere dei secoli o la manciata di secondi che è appena trascorsa nello scrivere questa frase, sono la stessa cosa. Quella che noi occidentali, formati sul concetto di tempo rettilineo e rivolto al futuro, un portato ebraico e poi cristiano, consideriamo storia, è solo il contenitore in cui si deve rovesciare ciò che è eterno”. “La storia per l'Islam non esiste”, scrive ancora Niram Ferretti, “o meglio esiste solo la storia dell'Islam, l'unica e vera religione dell'umanità, quella originaria ed eterna. L'anacronismo deliberato è una caratteristica fondamentale della teologia islamica. La collocazione storico temporale dell'Islam, il suo sorgere, è irrilevante rispetto a ciò che questo avvenimento manifesta, la rivelazione della fede primigenia e definitiva di cui tutte le religioni anteriori non sono che forme imperfette o tentativi di falsificazione. La pretesa totalizzante dell'Islam nasce da questo, innanzitutto, da una perentorietà teologica e religiosa impositiva”.
Da parte mia, osservo come, a partire almeno dalla capitale opera di Karl Löwith – Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia – che ha peraltro come suo retroterra le grandi intuizioni di Nietzsche – la cultura occidentale sia ben consapevole di come la modernità – non solo nelle sue espressioni filosofiche, ma in ogni sua espressione, a cominciare dall’idea di progresso scientifico e tecnologico -  sia largamente figlia di una concezione della storia e del tempo che secolarizza la visione teologica ebraico-cristiana. Löwith, forse ancora irretito da pregiudizi antigiudaici, ascriveva questa teologia della storia essenzialmente ad Agostino e la contrapponeva, sull’onda appunto di Nietzsche, all’idea circolare e ciclica del tempo propria dell’antichità e della cultura pagana (e che ovviamente si ritrova ancora nell’ebraismo o nel cristianesimo, quando si ha a che fare con il tempo delle feste, dei cicli agricoli e della liturgia). La sorgente della riflessione di Agostino era però la Bibbia ebraica, sia pure da lui conosciuta solo in latino, mentre la seconda fondamentale fonte di questa filosofia della storia che ha plasmato l’Occidente è il messianismo ebraico, corrente estremamente complessa e sfaccettata, su cui oggi esiste per fortuna una sterminata letteratura. L’influenza di questa corrente e di questo paradigma della storia e del tempo sulla cultura occidentale si esercita non solo attraverso la mediazione e la rielaborazione cristiana, ma anche in parte direttamente.
La cultura occidentale ha però anche peccato di presunzione – questo mi pare di poter dire sulla base dell’indicazione che mi suggerisce ciò che scrive Niram Ferretti. Sentendosi vincente nel clash of civilization, non ha prestato attenzione a quanto accadeva, o meglio non accadeva nel mondo islamico. Questo mondo rigettava largamente sia la concezione ciclica che quella lineare del tempo e viveva il tempo storico, sulla base del suo testo sacro, come l’apparenza ingannevole, e anche blasfema, a fronte della immobile verità dell’eterno senza tempo. Ai suoi livelli alti - che mi sembrano estinti da tempo, ma posso sbagliarmi per ignoranza della cosa – la medioevale frequentazione araba della filosofia greca ha forse rafforzato questa concezione
L’Occidente ha liquidato tutto ciò sotto le categorie di “ignoranza” e di “arretratezza”. Il problema dell’ignoranza nel mondo islamico certamente esiste ed è colossale. Secondo uno studio del 2007 di Pervez Hoodbhoy, professore di Fisica all’università di Islamabad (Science and the Islamic world – the quest for reapprochment), l’intero mondo arabo traduce in un anno da altre lingue solo 330 libri, un quinto dei libri tradotti in greco moderno, a fronte di una popolazione enormemente maggiore. Negli ultimi mille anni si sono tradotti in arabo lo stesso numero di libri che si traducono oggi in un solo anno in spagnolo.
E tuttavia, quando Maurizio Molinari – allora ancora prezioso corrispondente dal Medio Oriente – ci avvertiva che il progetto dello Stato islamico era né più né meno che quello di riportare le lancette dell’orologio della storia ai primi secoli della diffusione e della conquista islamica, al tempo del Profeta e dei suoi immediati successori, e di imporre quel modo di essere e di vivere, con tutto il suo terrificante armamentario giuridico di decapitazioni, lapidazioni, crocifissioni, schiavitù e dhimmitudine, alla “Casa dell’Islam” e poi progressivamente e attraverso il jihad alla “Casa della Guerra”, ossia anche a noi e ai nostri paesi, lo abbiamo letto e ascoltato in pochi e anche quei pochi hanno forse sbrigativamente liquidato la cosa come fanatismo, ignoranza e arretratezza. Seguendo, invece, questa pista di ricerca, dovremmo renderci conto di avere a che fare con un male ben più grave, con una concezione alternativa della storia, alternativa alla modernità. Del resto, già la lettura delle opere del più importante studioso dell’islam e del Medio Oriente, Bernard Lewis (cito solo La costruzione del Medio Oriente, Il linguaggio politico dell’islam, pubblicati negli anni Novanta e poi il “profetico” What went wrong – Western impact and Middle Eastern Response, scritto all’indomani dell’11 settembre e La crisi dell’islam, di qualche anno posteriore) doveva avvertirci che, come recita una formula efficacemente sintetica, il problema degli islamisti e di larga parte del mondo islamico, che è fatto di individui che certamente non vanno a sgozzare preti e magari deplorano anche sinceramente queste cose, ma condividono un comune terreno culturale con i jihadisti, non è quello di “modernizzare l’islam”, ma piuttosto di “islamizzare la modernità”.
Ecco perché, prendendo ancora a prestito le lucide osservazioni di Niram, non può essere derubricata come follia, ignoranza o fanatismo l’affermazione del mufti palestinese Ahmed Hussein il quale ha dichiarato che la moschea di Al Aqsa – la moschea che sorge a Gerusalemme sul Monte del Tempio, oggi anche detto “spianata delle Moschee” – “esisteva 3000 anni fa, anzi "30000" anzi, "dalla creazione del mondo".
Si tratta di una affermazione che si colloca nel contesto di una cultura antistorica e antimoderna e che è però tutt’altro che innocua, visto che l'anteriorità della moschea di Al Aqsa rispetto a quella del Tempio di Salomone serve a sostenere una violenta sopraffazione ideologica, secondo cui gli ebrei non hanno alcun diritto a salire al Monte del Tempio, non essendo infatti il Tempio mai esistito per buona parte dei musulmani e degli arabi, così come Israele tutto non ha alcun diritto ad esistere, perché, con buona pace di ogni elementare evidenza storica, il popolo originario della Palestina sarebbe quello che oggi rivendica di essere stato derubato della propria terra.
Nessun europeo può più illudersi che ciò che viene pensato e si cerca di fare nei confronti di Israele riguardi solo Israele, in quanto corrisponde ormai a ciò che viene pensato e che si cerca di fare nei confronti di tutto il mondo occidentale.
Ecco perché serve ben altro che qualche imam che si reca in chiesa e che offende la nostra intelligenza sostenendo che il messaggio di Maometto è un messaggio di amore. Servirebbe un vero evento epocale, un fatto davvero enorme: una grande riforma dell’islam che mettesse in discussione l’idea stessa di rivelazione e la concezione del tempo e della storia che essa sottende e nel contempo nutre.
Si può dire, ed è vero, che al mondo ebraico-cristiano sono stati necessari tanti secoli per molto meno e cioè per accorgersi, grazie a Spinoza, che il Pentateuco non era stato scritto da Mosè, senza peraltro che questo compromettesse minimamente la fede biblica. Il problema è che nessuno Spinoza si intravede nel mondo islamico e che comunque non abbiamo tutto questo tempo a disposizione.






martedì 26 luglio 2016

IL TRANSCULTURALISMO, IL FATTORE-RELIGIONE, I LONGOBARDI E KARL MARX ...



Rispondo senza indugio al prezioso intervento di Carlo Crescitelli, ospitato ieri su questo blog. Il dialogo può essere proficuo – e rinnovo l’invito ad altri amici a dare il loro contributo – proprio perché io e Carlo abbiamo competenze professionali differenti. Carlo Crescitelli ha una formazione politologica, io ho una formazione storica. Carlo adotta quindi modelli generalizzanti – il trans culturalismo in tal caso. I modelli generalizzanti sono peraltro imprescindibili anche per lo storico, come ha mostrato un autore che non mi stancherò mai di citare e che è Max Weber, risolvendo positivamente il dibattito tardo ottocentesco che contrapponeva scienze naturali e scienze dello spirito, o meglio “storico-sociali”. Allo storico, tuttavia, tocca poi sottolineare la peculiarità e la specificità dei fenomeni indagati. In questo caso si tratta, oltre che naturalmente della specificità e peculiarità della situazione odierna, soprattutto della specificità e della peculiarità dell’islam. Perché sarebbe ipocrita negare che il problema di dialogo, di convivenza e di incontro/scontro l’Occidente non ce l’ha con i cinesi – che pure sono numerosi ormai nelle nostre città – e nemmeno con gli africani di religione cristiana, ma con gli immigrati islamici, innanzitutto arabi o maghrebini, ma anche di altra etnia.
Si può richiamare la imprescindibile individualità della situazione storica anche restando al richiamo molto suggestivo che Carlo Crescitelli ha fatto a quella grandiosa operazione “transculturale”, l’incontro fra la civiltà romana e quella dei popoli germanici, da cui nacquero un medioevo tutt’altro che barbarico e la stessa identità europea. Che cosa, però, consentì quell’incontro e quella sintesi? Il maestro insuperato di ogni medievista, Gioacchino Volpe, usava una formula lapidaria ed efficace, superando la sterile controversia fra “romanisti” e “germanisti”: il Medio Evo, diceva (e quindi l’Europa stessa), nasce da una grande sintesi romano-germanico-cristiana. Mi permetterei di precisare ancor meglio la definizione del maestro, dicendo che il Medio Evo e l’Europa sono il risultato di una sintesi romano-germanica su base cristiana. Ed oggi, superando il retaggio antigiudaico che purtroppo imperversò anche nell’ambito di questa operazione transculturale, dovremmo tutti riconoscere che il cristianesimo è a sua volta, almeno sul piano storico, una corrente giudaica, una corrente giudaica di successo potremmo dire. Per cui la formula più adeguata a definire l’operazione transculturale che porta alla formazione dell’identità europea mi pare in definitiva la seguente: una grande sintesi romano-germanica su base ebraico-cristiana.
Fu quindi il cristianesimo l’elemento che rese possibile l’incontro, la sintesi, l’operazione transculturale. Questo lascia già emergere la drammaticità della situazione odierna, visto che la religione è oggi non già fattore di incontro, ma, all’opposto, di lacerante divisione.
Restando al riferimento storico adottato, si può osservare che esiste però un importante caso di una popolazione germanica che ebbe, almeno inizialmente, nei confronti della civiltà romana e della popolazione autoctona, un atteggiamento molto simile a quello che hanno oggi il jihadismo e il fondamentalismo islamico nei confronti dell’Occidente: questa popolazione non pensava affatto ad integrare o ad integrarsi, ma solo a conquistare, dominare e sottomettere. Sto parlando dei Longobardi, evidentemente. A differenza di altre popolazioni germaniche, i Longobardi, prima della loro discesa in Italia, avevano avuto solo sporadici contatti con l’Impero e con la civiltà romana: non avevano dato soldati e tantomeno generali all’Impero, non avevano contribuito ad eleggere e a deporre imperatori, non si erano insediati all’interno dei suoi confini, non ne avevano avuto terre. Erano entrati in contatto con i Romani, probabilmente fin dai tempi di Tiberio e poi durante le spedizioni di Marco Aurelio, solo per combatterli ed esserne combattuti. Una condizione diametralmente opposta, quindi, a quella, ad esempio, degli Ostrogoti, che fu invece la base del grande progetto politico di Teodorico. Inoltre – ma è l’elemento decisivo – a differenza di tutte le altre popolazioni germaniche, quando scendono in Italia i Longobardi, o almeno la gran parte di loro, non hanno sposato il cristianesimo, nemmeno nella variante ariana, e seguono ancora un culto pagano.
Per molto tempo, è stata diffusa una “leggenda storiografica”, secondo cui, nei primi decenni di dominazione longobarda, l’intera popolazione della penisola – o almeno di quella parte di essa che fu oggetto della conquista longobarda - sarebbe stata ridotta addirittura in condizione di schiavitù. Nessuno oggi sostiene più questa tesi, non fosse altro per la difficoltà da parte di un popolo invasore di centomila individui o poco più di tenere assoggettata in regime di schiavitù una popolazione indigena molto più numerosa. E’ però certo che per alcuni decenni la condizione di vita della popolazione romana fu durissima e non vi fu alcun incontro, né multi, né trans-culturale con i dominatori germanici. Poi la scena cambia radicalmente. Quando e perché? A partire dal 598, circa 30 anni dopo la conquista, quando inizia la conversione dei Longobardi al cristianesimo niceno, per iniziativa di papa Gregorio Magno e con il sostegno della regina Teodolinda, sposa di Agilulfo. Il processo certamente non fu istantaneo, né rapido, ma portò progressivamente all’avvicinamento tra le due popolazioni, grazie anche al fattore decisivo di ogni operazione transculturale, che è dato dai matrimoni misti, ora divenuti possibili.
Va notato un interessante aspetto specifico di questa grande operazione transculturale: a facilitare la conversione di un popolo che aveva costitutivamente costumi guerrieri fu il culto dell’Arcangelo Michele. Una figura, quella dell’Arcangelo con la spada, capo delle schiere celesti, che evidentemente poteva colpire favorevolmente l’immaginazione religiosa dei Longobardi, come testimoniano del resto i tanti siti – grotte e chiese romaniche – legati a tale culto e risalenti all’epoca longobarda, che troviamo nel Mezzogiorno interno e nell’area appenninica.
La situazione storica suggerita da Carlo e, in essa, la vicenda specifica che mi sono permesso di segnalare mostrano ciò che risulterebbe chiaro da qualsiasi altro esempio storico: la religione è fattore primario e decisivo nei rapporti di incontro/scontro fra civiltà diverse ed è alla base delle civiltà stesse. Tutte le maggiori civiltà sono fondate su una grande religione. Purtroppo, questo dato è disconosciuto e mistificato da molti occidentali. Certamente, questo disconoscimento del ruolo della religione è un effetto collaterale della secolarizzazione, un elemento costitutivo dell’identità occidentale moderna. Si tratta, però, di un colossale equivoco: la secolarizzazione stessa ha origine dalla storia della religione e nasce nell’ambito del cristianesimo. Più specificamente è frutto della Riforma protestante. Negare, quindi, l’importanza decisiva della religione nelle dinamiche attuali dell’occidente, dell’islam e dei loro rapporti sarebbe come negare l’importanza del latino nella genesi della lingua italiana e affermare che con l’italiano “il latino non c’entra nulla”! Dato che ho l’abitudine di dire le cose in modo diretto, aggiungerò che questa idea della irrilevanza o rilevanza marginale del fattore religioso è frutto solo di grande ignoranza.
E’ proprio questo, allora, che rende così problematica la questione del rapporto fra Occidente e Islam: da un lato, il fondamentale fattore all’origine dell’incontro e della sintesi fra culture diverse agisce oggi come elemento drammaticamente divisivo; dall’altro, questo fattore viene disconosciuto da molti, il che non aiuta affatto, evidentemente, a operare una corretta analisi della situazione.
Potremmo chiederci: è comunque possibile un processo transculturale senza una fusione religiosa, senza conversioni di massa, nel rispetto delle reciproche fedi? Temo che proprio questa domanda sia tutta interna alla civiltà occidentale e sia invece largamente estranea – la domanda stessa, non la risposta!  - a quella islamica. Una operazione del genere comporterebbe l’acquisizione di una visione laica del mondo o, quantomeno, dei rapporti fra sfera religiosa e sfera civile, legge morale o religiosa e legislazione civile, luoghi pubblici e luoghi della fede, stato e istituzioni religiose (che siano la chiesa, la sinagoga o la moschea).
Ma è proprio questo il cuore del “problema-islam”, come cerco di dire fin dalle prime pagine di questo blog, da oltre due anni e dai tempi di Charlie Hebdo: l’inesistenza o l’assoluta marginalità di una cultura laica nel mondo islamico. Agli islamici “moderati” o “pacifici” bisognerebbe chiedere non già la formale dissociazione dal “terrorismo” – un rituale ormai stucchevole ed ipocrita – ma una autentica professione di laicità, da mostrare nei comportamenti e nelle pratiche. Anzi, questa professione di laicità bisognerebbe non chiederla, ma pretenderla, come requisito essenziale di cittadinanza. Ma prima ancora di arrivare a questo, bisognerebbe fare i conti con il deficit di laicità che esiste nella stessa opinione pubblica italiana e anche nella scuola pubblica, che poi dovrebbe educare alla laicità italiani e immigrati. Molti connazionali scambiano, infatti, l’essere laico con il non aderire a nessuna confessione religiosa: quale fatale equivoco! Come si diceva, il concetto stesso di laicità nasce nell’ambito di una confessione religiosa. Essere laico presuppone non già una presa di distanza dalla religione, ma una presa di distanza dalle ideologie, religiose o civili che siano, da una visione rigidamente prefabbricata e integralista della realtà. Non conosco personalmente nessun integralista islamico ma conosco, e ho conosciuto, migliaia di integralisti occidentali, specie tra le fila della cosiddetta “sinistra”! Spesso si tratta di rozzi manipolatori del marxismo, marxisti all’insaputa di Marx! E non mi meraviglia quindi la sotterranea corrente di simpatia di costoro nei confronti del fondamentalismo islamico.
E a proposito di Marx, la conclusione del tutto provvisoria, fortunatamente, di questo ragionamento -  che Carlo e altri spero vorranno proseguire ed eventualmente integrare o contestare – è che se non si riesce a trovare un terreno di incontro fra Occidente e Islam, a prescindere dalla religione – visto che sulla religione mi pare che sia impossibile allo stato attuale costruire un positivo dialogo inter-trans o multi-culturale – a latere della religione e quindi nell’ambito di una concezione laica della società, allora sarà il caso di adattare allo scontro di civiltà l’idea che il vecchio di Treviri aveva sulla dinamica della lotta di classe: quando due forze si fronteggiano e sono irriducibili, l’una dominante e l’altra emergente, allora si potrà avere solo o una “trasformazione rivoluzionaria” della società ad opera della forza emergente (nel nostro caso si tratterebbe dell’Islam e di una “rivoluzione retrograda”) o la comune rovina delle classi/civiltà in lotta. Che il Signore ci aiuti! Detto laicamente.

lunedì 25 luglio 2016

ALTRO CHE MULTICULTURALISMO... E' ALLE PORTE IL TRANSCULTURALISMO di Carlo Crescitelli



Sono oggi veramente lieto di ospitare nel blog un interessantissimo intervento dell’amico Carlo Crescitelli su “multiculturalismo e transculturalismo”. Io e Carlo ci conosciamo dai tempi del liceo, ma negli ultimi tempi ci siamo resi conto, vorrei dire con sollievo dato che di questi tempi non è cosa tanto comune, di condividere non solo analoghe preoccupazioni, ma anche, in buona parte, un medesimo punto di vista. Cosa tutt’altro che scontata, dicevo, specie considerando che questo punto di vista, a quanto pare, è lontano, diverso e per molti versi anche opposto a quello più diffuso nell’ambiente politico-culturale nel quale io e Carlo ci siamo sicuramente formati e abbiamo anche vissuto, talora “militato”, nella nostra ormai non tanto breve vita. Dopo episodici ma frequenti scambi di battute sul social network, Carlo ha preso la bella iniziativa di mandarmi questa sua riflessione, che pubblico nel blog, non certo come semplice gesto di amicizia e di ospitalità (stavo per dire “accoglienza”!), e nemmeno soltanto perché è di per sé acuta e interessante, ma soprattutto perché ha il merito di intervenire nel merito dell’analisi che da qualche tempo mi sforzo di condurre. Altre osservazioni che ricevo, infatti, al di là di ogni valutazione e senza assolutamente pretendere che siano meno sensate o meno vere delle mie, restano purtroppo esterne al discorso che cerco di svolgere, di fatto non ne tengono conto, e in tal modo chiudono la possibilità di un vero confronto. Al contrario, Carlo parte proprio dalla questione che a me pare centrale: come si gestisce il rapporto, che appare sempre più oggettivamente conflittuale, fra culture o civiltà diverse, nel nostro mondo occidentale? Carlo rigetta, come me, con argomentazioni a mio avviso profondamente giuste e anche garbatamente e piacevolmente ironiche, la mistificazione del “multiculturalismo” e propone un diverso modello di analisi che è quello del “transculturalismo”. Nei prossimi giorni, cercherò, a mia volta, di operare qualche riflessione su questo punto, sperando che sia l’inizio di un confronto a cui spero che anche altre voci vorranno unirsi.
Per il momento, consegno e raccomando ai lettori del blog l’intervento di Carlo Crescitelli.

Altro che multiculturalismo…
è alle porte il transculturalismo
di Carlo Crescitelli *

Il recente, massiccio ingresso nel nostro quotidiano, di popolazioni, culture e problematiche fino a poco tempo fa lontane e non solo geograficamente distanti dalle nostre, pone sempre più pressante il problema di un corretto ed equilibrato rapporto con esse.
 Si invoca da più parti il “multiculturalismo” come risposta, quando questo approccio mostra invece sempre più la sua obsolescenza e i suoi limiti. Vediamo come e perché.
 Anzitutto, che cosa vuol dire esattamente “multiculturale”? Si intendono ad oggi come azioni multiculturali tutte quegli atteggiamenti e comportamenti tesi ad apprezzare ed includere all’interno dei nostri circuiti di relazione nuove filosofie esistenziali, stili di vita ed eventi appartenenti a differenti patrimoni etnici. Questo tipo di mentalità, aperta e ricettiva per eccellenza, è classicamente appannaggio delle fasce socialmente agiate, istruite e progressiste delle nostre società, quale naturale risultato delle loro articolate, variate e complesse esperienze familiari, di lavoro, di viaggio etc. Facciamo qualche esempio: potremmo pensare a giovani manager che mangiano sushi, ascoltano reggae, arredano feng shui e via dicendo. Ovviamente il più delle volte si tratta di versioni edulcorate e trendizzate rispetto al modello culturale di riferimento, e dunque snaturate al punto di renderle da esso irriconoscibili, ma proprio per questo frullabili e appetibili da parte del soggetto che ne fruisce. Per il quale tutto deve finire in un elegante calderone di tendenze che esprime il suo stesso sofisticato modo di essere.
 Ben diverso il discorso per le classi collocate alla base della piramide sociale, che invece sperimentano duramente in prima persona le tensioni e le frizioni del duro e pericoloso rapporto senza filtri con la vera realtà di tali differenti culture, e con tutti i quotidiani affanni e rischi che essa comporta: ostilità, violenze, risse, furti, stupri etc, in un contesto in cui il razzismo pregiudiziale generato dall’ignoranza e impreparazione al rapporto si nutre da ambo le parti delle ripetute esperienze dei fallimenti nella gestione del suo quotidiano sviluppo.
 Perché il povero, tanto il nostro come quello giunto di là dal mare, è per sua stessa definizione “transculturale” anziché “multiculturale”. Prendo a prestito questa espressione da un bello studio di storia medievale di Hubert Houben, che la utilizza per connotare l’approccio delle tribù barbariche alle prese con il loro percorso di integrazione all’interno delle fatiscenti strutture del caduto e decaduto impero romano d’occidente.
 Questi popoli, infatti, si erano convertiti al cristianesimo in modalità sincretica con i loro antichi culti, parlavano latino quale patente diplomatica, e utilizzavano alcuni schemi giuridici romanistici combinandoli con il diritto consuetudinario di stampo sassone; insomma si riferivano a se stessi come attori del  disegno divino al pari della nobiltà di sangue latina con la quale si interfacciavano, ma che li considerava ovviamente alla stregua di ridicoli, imbarazzanti, minacciosi parvenu.
 Alla lunga però questo loro modo di essere, transculturale per eccellenza in quanto punto di arrivo unitario e opportunistico di diversi stimoli riassunti e unificati anziché semplice rispettosa sommatoria di linguaggi alieni e incompatibili, ha generato quella che oggi noi definiamo identità europea, ben distinta dalle glorie e dalle reminiscenze della Roma antica, eppur con essa in qualche modo inscindibilmente fusa, a definire la precisa immagine storica dell’Europa contemporanea.  
 E’ precisamente quello che succederà con i migranti di oggi, quando l’approfondirsi del loro veloce processo di inserimento nelle nostre società europee le avrà cambiate per sempre, trasformandole in qualcosa di diverso, un futuro ibrido all’interno del quale non troveranno certo spazio snobistiche valenze multiculturali, ma un corpus unico e coerente che interpreterà in maniera estremamente reattiva le contigenze del prossimo domani.
 Meglio o peggio di ora e di ieri? Probabilmente se lo chiedevano allo stesso modo anche tutti i nostalgici custodi del blasone di Roma antica; fatto sta che ci troviamo, oggi come allora, di fronte ad un mondo che muore ed uno che nasce, e che non può più essere classificato sulla base di modelli statici riferiti alle sue singole componenti etniche, ma deve essere anzi visto come la loro magmatica convergente  evoluzione, e si badi bene non sempre e non necessariamente in direzione illuminata. Perché un medioevo, checché se ne dica, non è altro che un momento di transizione da un’epoca all’altra, e se lo si immagina buio è solo perché  le nostre superate categorie non riescono a illuminarlo e a metterlo a fuoco a sufficienza.
 Se sono preoccupato? Certo che sì, ma non solo per le obiettive, incalzanti minacce alle nostre conquiste e convenzioni. Lo sono anche e soprattutto per la miopia per non dire cecità con la quale le nostre classi dirigenti barattano secoli di progresso in cambio di generiche posizioni antirazziste di facciata, le quali poi in realtà non fanno che favorire e accelerare l’iter di transculturalizzazione che le spazzerà via, dopo di averle strumentalmente utilizzate per accedere ai processi decisionali.
  Cupio dissolvi. Lo scriveva in qualche modo già Paolo di Tarso, meglio e dopo di lui Tertulliano, e, data la situazione, possiamo oggi ben dirlo anche noi. Il mondo di allora in qualche modo è sopravvissuto mutando profondamente pelle, e noi faremo lo stesso. Ma intanto però lasciateci almeno il sacrosanto diritto di rimpiangere l’età d’oro cha andiamo di giorno in giorno perdendo. E che Dio ce la mandi buona.

* Dottore di ricerca in Filosofia e teoria giuridica, sociale  e politica