venerdì 15 luglio 2016

LA GUERRA DI CIVILTA' C'E' E LA STIAMO PERDENDO NEL MODO PIU' STUPIDO




Se c’è una cosa che accomuna tutte le forme di terrorismo è la scelta di obiettivi altamente simbolici. Questa volta il terrorismo islamista ha colpito non tanto un luogo simbolico, come nelle precedenti occasioni, ma ha sviluppato la sua barbara ferocia in una data altamente significativa. Il 14 luglio non è solo la festa dei francesi. Il 14 luglio è la festa di tutti gli uomini che riconoscono nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità i valori fondamentali. Il 14 luglio è la festa della civiltà occidentale, nelle sue migliori espressioni. Solo i ciechi possono ancora ostinarsi a non vedere la realtà: abbiamo un nemico ferocissimo e irriducibile che ha dichiarato guerra alla nostra civiltà. Nel mondo, anche se noi non vogliamo saperlo, è in atto quindi un immane scontro di civiltà. Siamo in mezzo a una guerra civile planetaria. Si è attuato nella sua peggiore versione, lo scenario disegnato nel più importante libro di geopolitica apparso negli ultimi trent’anni, un testo e un autore stupidamente dileggiati dal pensiero progressista. Si tratta di Samuel P. Huntington e del suo Clash of civilitation. La terribile notizia, tuttavia, non è solo che questa guerra di civiltà c’è, ma è che noi la stiamo indiscutibilmente perdendo. E la stiamo perdendo non già sul terreno dell’intelligence – per un attentato compiuto ve ne sono altri mille sventati – né sul terreno militare – dove, invece, finalmente si ottiene qualche risultato in Siria, in Libia e in Iraq. La stiamo perdendo sul terreno sul quale si perdono o si vincono le guerre di questo tipo, le guerre religiose e ideologiche. La stiamo perdendo sul terreno culturale. La stiamo perdendo, innanzitutto, perché neghiamo che la guerra ci sia. In secondo luogo perché ci rifiutiamo di riconoscere il nemico. Le espressioni di questa rimozione arrivano spesso a livelli caricaturali e grotteschi e, visto che l’argomento è così serio e grave, incominciamo a citare proprio questi esempi, che almeno ci fanno pure ridere, anche se amaramente. Il primo tweet della Boldrini esprimeva “orrore e sgomento” per il “feroce fanatismo”. .. niente, la parola islam proprio non riesce a pronunciarla. Ma il primo premio della stupida reticenza stavolta non spetta a lei, ma a Gad Lerner che a sua volta era sgomento per come “un tir suicida” potesse abbattersi sul “nostro formicaio umano”. Un tir senza guidatore, ovviamente. Lo smascheramento delle solite bugie mediatiche stavolta è stato anche più rapido: almeno non si è parlato di un cittadino francese, ma fin dall’inizio di un “franco tunisino”, un francese di origini tunisine. Sicché un esponente del PD ha potuto rispondere sdegnato a un leghista che tirava in ballo le minacce di una immigrazione incontrollata: “Ma quale immigrazione! L’immigrazione non c’entra nulla: era un cittadino francese”. Peccato che si sia subito saputo che l’attentatore era un tunisino che viveva in Francia, ma non aveva la cittadinanza francese. Dunque, tecnicamente, un immigrato.
Boutade a parte, resta il problema gravissimo del nostro deficit culturale: all’ideologia, certamente bugiarda e mistificante, oltre che criminale, degli islamisti, che è però una ideologia vincente, opponiamo una nostra ideologia altrettanto bugiarda e mistificante e indirettamente criminale, ma perdente. L’ideologia del politicamente corretto, che si esprime in particolare in una sorta di razzismo alla rovescia. Un fenomeno che definirei “post-razzismo”.
E’ ben esemplificato dall’arguto schema qui riprodotto. E’ uno schema polivalente, polifunzionale. Alla parola nero infatti si può anche sostituire la parola islamico o la parola palestinese o la parola non-occidentale. E alla parola bianco si può sostituire la parola non-islamico, la parola israeliano, la parola occidentale. Funziona ugualmente bene.
 Un esempio di postrazzismo, nelle ultime settimane, è dato dal desolante confronto fra le reazioni all’attentato di Dacca, nel quale nove nostri connazionali sono stati torturati e poi sgozzati, e l’episodio di Fermo con la morte del nigeriano. I funerali dei nove italiani trucidati dagli islamisti si sono svolti nel silenzio, nell’assenza di qualsiasi rappresentante istituzionale e in una diffusa e sconcertante indifferenza. Ben diversa la reazione istituzionale e collettiva alla morte del nigeriano. Ho già espresso in altra sede il dolore quasi rabbioso che è giusto provare di fronte al fatto che la sciagura si è abbattuta su un uomo fuggito dalla persecuzione di Boko Haram e che aveva perso i familiari ad opera degli islamisti e una figlia nella traversata per giungere in Italia. Un vero profugo, tra l’altro, che aveva tutto il diritto di vivere nel nostro paese. Questo, però, non può doveva portare a una così vergognosa manipolazione dei fatti. Certamente tutto è partito da una battuta, da un insulto razzista del Mancini, indirizzata alla compagna del nigeriano. Questo, però, è l’unico elemento veritiero nella vulgata ufficiale che si è affermata e che ha portato alla generale indignazione, a una mobilitazione contro il razzismo, a marce di centri sociali, a interventi di un ministro e della solita presidente della Camera ai funerali. In stridente contrasto con quanto era accaduto o meglio con quanto non era accaduto pochissimi giorni prima per gli italiani uccisi a Dacca. Il caso è davvero una emblematica espressione dell’ideologia che ho definito post-razzista. Senza attendere perizie e testimonianze, si è subito sbattuto in prima pagina il mostro: il povero nigeriano era stato ucciso a botte e forse anche con l’ausilio di un palo della luce da un italiano fascista, razzista e xenofobo. Nei confronti del Mancini c’è stato un linciaggio morale e mediatico che dovrebbe essere definito questo sì, schiettamente razzista. Poi, si è saputo delle testimonianze di almeno quattro persone, dei risultati delle perizie, della stessa compagna del nigeriano che ha ritrattato la sua precedente versione e ora rischia una incriminazione per calunnia. Alla battuta-insulto del Mancini, che tra l’altro non è affatto fascista e anni fa si definiva comunista, il nigeriano e la compagna si sono avventati su di lui, il nigeriano lo ha anche colpito con un palo della luce, il Mancini si è difeso e ha colpito con un pugno il nigeriano che, cadendo, ha sbattuto violentemente la testa sul marciapiede e questo impatto ne ha causato il decesso. E’ solo un caso, un disgraziatissimo caso, che il nigeriano sia morto e anche l’accusa di omicidio preterintenzionale nei confronti del Mancini dovrebbe trasformarsi  in quella di eccesso di legittima difesa. E’ pure un caso che sia morto il nigeriano e non l’italiano. Il razzismo sta dunque solo nella battuta iniziale e in null’altro. Eppure, mentre la compagna della vittima ritrattava la sua versione, nulla hanno ritrattato le boldrini, le boschi, i dementi dei centri sociali e tanti giornalisti, che avevano intonato il coro e creato il mostro. Anzi, l’unico giornale che ha dato risalto alla ritrattazione della nigeriana è stato “Il Giornale” di Sallusti…Mentre molti commentavano più o meno che il Mancini con quell’insulto in fondo se l’era cercata… Orribile. Intanto, le nove vittime di Dacca continuavano e continuano a giacere dimenticate. In fondo se la sono cercata anche loro: come gli è venuto di andare ad aprire attività imprenditoriali in un paese islamico? Non solo non erano neri, arabi, omosessuali, ma non erano nemmeno studenti dell’Erasmus…
Non si deve sottovalutare il fenomeno del razzismo al contrario, del postrazzismo: esso è una straordinaria arma che l’occidente offre stupidamente ai suoi nemici, enfatizzando sempre e solo le proprie presunte colpe e responsabilità e mai le loro. Un’arma che, oltretutto, finisce per neutralizzare le labili e molto eventuali velleità di emersione del cosiddetto islam moderato: perché mai dovrebbero condannare i loro “confratelli che sbagliano”, se gli occidentali sono i primi a giustificarli e a confessare tutti i misfatti che la propaganda islamista attribuisce loro e persino qualcuno di più?
Non sarà facile sradicare l’ideologia postrazzista che sta conducendo l’occidente alla catastrofe. Come ogni ideologia è un complesso di luoghi comuni e di idee elementari, ma ben strutturati e di facile presa. Come ogni ideologia, non teme la smentita dei fatti, perché i fatti, come abbiamo visto, li manipola o li ignora. E dimentica le scemenze dette in precedenza, sostituendole prontamente con altre, salvo poi recuperare alla prima occasione utile le scemenze di prima. Un esempio tratto da quest’ultimo tragico episodio: ricordate la reazione elusiva alla strage di Orlando? La colpa mica è dell’islam, notoria religione di pace, la colpa è delle troppe armi in circolazione in America! Questo hanno sostenuto molti, capeggiati dalla sciagura che risponde al nome di Barack Obama. Ebbene, seguendo la stessa logica, ora, per l’attentato di Nizza, si dovrebbe dare la colpa alla libera vendita e al libero noleggio dei camion: altro che islam, la verità è che in Francia circolano troppi camion! Ovviamente nessuno pare arrivi a a questo (non si sa mai, però…): la scemenza precedente è stata subito sepolta, ma si può star certi che sarà riesumata molto presto.
Certo, l’ideologia islamista funziona allo stesso modo: è un’insieme ben strutturato di semplici idee e luoghi comuni, manipola e falsifica la realtà, ecc. Con la differenza che la loro ideologia vince, mentre quella dei radical-chic, progressisti, politicamente corretti, anche nella variante italica del grillismo, purtroppo perde. E io, ma, come noto per fortuna nei social network, non solo io, di precipitare nel baratro con questi idioti, per colpa di questi idioti non ho proprio nessuna voglia. Mi aspetto, ci aspettiamo una reazione. Mi aspetto, ci aspettiamo che l’Occidente recuperi la sua anima, intorpidita e inebetita. Che difenda i valori del 14 luglio, ad ogni costo, a qualsiasi prezzo. Che si accorga che il nemico che appare tanto potente, che troneggia tetro e opprimente come una fortezza inespugnabile, può essere abbattuto se solo lo si individua come nemico, se lo si combatte con fermezza, animati dal coraggio dei propri principi, finché non ne resterà che una memoria sbiadita. Come accadde della Bastiglia.

mercoledì 13 luglio 2016

BRANCALEONE/DI MAIO ALLE CROCIATE



Si è svolta in questi giorni la visita di una delegazione del M5S, guidata da Luigi Di Maio, in “Israele e Palestina”. La visita, a cui pare seguirà un viaggio negli USA, è sicuramente  destinata ad accreditare il M5S come futura forza di governo e lo stesso Di Maio come premier, svolgendosi in un cruciale luogo di conflitto e presso un paese che rappresenta certamente un interlocutore ineludibile sulla scena internazionale. Se però questi erano gli scopi, occorre dire che il risultato è stato un misero fallimento. Le dichiarazioni dei rappresentanti pentastellati, beninteso, non hanno oltrepassato il livello di ignoranza dei dati storici e di quelli politici che è largamente diffuso nell’opinione pubblica italiana, specie “progressista”. Questa ignoranza, tuttavia, quando si manifesta in un movimento e in un esponente politico che si candidano alla guida del paese risulta gravemente irresponsabile e induce a ritenerli inaffidabili. I cinque stelle caldeggiano, è vero, la soluzione dei “due stati” che, per quanto sempre più difficile da realizzare nella pratica, è quella comunemente sostenuta dalla maggioranza dei paesi e delle forze politiche. Questa soluzione, però, non si può fondare sulla falsificazione e sulla manipolazione della realtà storica e politica. Facciamo quindi il punto, nel modo più essenziale possibile, su tale realtà.
Perché, la soluzione dei “due stati”, pur prevista dalla risoluzione 181 dell’ONU, che, alla fine del 1947, metteva fine al mandato britannico sulla Palestina, non si è mai realizzata? A respingere la suddetta risoluzione non fu affatto Israele: al suo leader Ben Gurion (socialista, è bene ricordarlo) premeva in quel momento la nascita dello stato ebraico, per molti versi insperata, a prescindere dai suoi confini (che in verità, nella risoluzione erano stabiliti in modo discutibile, per non dire stravagante). La risoluzione fu pertanto rigettata non da Ben Gurion, ma da tutti i paesi arabi che, per giunta, attaccarono militarmente Israele, convinti di ottenere una facile vittoria. Israele, invece, dopo gravissime difficoltà iniziali, riuscì a respingere l’attacco arabo, sostenuto militarmente, non già dagli USA, ma soprattutto dall’URSS e dalla Cecoslovacchia comunista. Israele, tuttavia, pur estendendo il proprio territorio oltre i confini previsti dalla risoluzione, non occupò nel 1949, a conclusione della prima guerra arabo-israeliana, né la Cisgiordania, né Gerusalemme est. La domanda che i pro-pal – 5Stelle compresi – non si pongono e alla quale evitano di rispondere è  questa: perché non nacque allora quello stato palestinese che ora si vorrebbe costituire esattamente in Cisgiordania? Molto semplice: perché la Cisgiordania fu annessa non da Israele, ma dal regno di Giordania, paese arabo che si è poi sempre confermato sempre molto, ma molto “amico” dei palestinesi (vedi “settembre nero”)! Palestinesi e pro-pal dovrebbero ricordarsi più spesso del famoso proverbio “dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”…
Peraltro, la risoluzione dell’ONU non prevedeva la formazione di uno “stato palestinese”, ma di uno “stato arabo”. Perché questa formula generica? Anche questo è molto semplice: perché nessuno nel 1948, non solo in Israele o nei paesi occidentali, ma nello stesso mondo arabo, aveva contezza dell’esistenza di una “questione palestinese” e di una “nazione palestinese”. Ciò resta vero fino almeno alla fine degli anni Cinquanta: persino futuri dirigenti dell’OLP si riferivano allora a quelle popolazioni che sarebbero poi stata definite palestinesi come a dei semplici “arabi” e quando volevano specificare la posizione di queste popolazioni al’interno della più vasta nazione araba li definivano “siriani del sud”.
La scena cambia a partire dai colpi di stato degli anni Cinquanta e dall’emergere del nazionalismo arabo, che ha i suoi campioni nel partito Baath, nelle sue due filiali irachena e siriana e con i dittatori Saddam Hussein e Assad (padre), e soprattutto nel leader egiziano Nasser. Nasser e il nazionalismo arabo danno un contributo decisivo alla costruzione e alla invenzione della nazione e della questione palestinese e incominciano a servirsene per i loro fini egemonici nel mondo arabo e per la propaganda anti israeliana.
Sia chiaro: il fatto che una nazione sia costruita e persino “inventata” non suscita alcuno scandalo, se si pensa, come io penso e come una volta pensava la “sinistra”, dalla Rivoluzione francese e da  Mazzini in poi, che le nazioni non siano entità naturali e comunità di sangue, ma costruzioni storiche, animate e sostanziate da ideali e principi. Occorre però riconoscere con onestà intellettuale che nel conflitto israelo-palestinese si trovano di fronte un popolo costituitosi come tale da millenni, il popolo ebraico (unico popolo dell’antichità, tra l’altro ad essere sopravvissuto), e un altro che solo negli ultimi decenni si è formato la coscienza di essere tale. La narrazione, tutta ideologica, dei pro-pal rovescia invece la realtà e aderisce pericolosamente ad una idea diversa e opposta di nazione, quella che proviene non già dalla Rivoluzione francese e da Mazzini, ma da Herder e dal romanticismo tedesco e che identifica la nazione con il Volk, comunità di sangue, radicata “naturalmente” su un certo territorio. Ed ecco che Israele viene accusato di aver occupato una “terra” che apparterrebbe da sempre ai palestinesi, con i ridicoli corollari del Gesù “palestinese” e la crassa ignoranza della stessa origine storica del termine “Palestina”, nonché della provenienza geografica delle popolazioni arabe ed evidentemente della storia tutta dell’antico Israele. Ciò che più sconcerta, però, non è neanche questa colossale ignoranza, ma l’adesione da parte di sedicenti progressisti, gruppi e uomini di “sinistra”a una idea reazionaria di nazione, fondata su “sangue e terra”, che ha fatto già danni immani nella storia recente. E su questa idea si pretenderebbe poi di fondare una soluzione pacifica!
Ma arriviamo al passaggio cruciale di questa storia: la guerra dei “Sei Giorni” nel 1967. Negli anni Sessanta, la questione palestinese, fomentata dai leader arabi e soprattutto da Nasser, era ormai decollata. Nasser e Assad (ma non Saddam) gravitavano, inoltre, nell’orbita sovietica, e ciò aveva finito, per reazione, per saldare il rapporto fra USA e Israele che in precedenza, come già ricordato, non era stato esclusivo e neanche privilegiato. In Medio Oriente si fronteggiavano, in sostanza, i due schieramenti della guerra fredda, come in tutto il resto del mondo. Dalla Cisgiordania e da Gerusalemme est partivano anche sempre più frequentemente azioni di guerriglia o di terrorismo da parte di organizzazioni palestinesi come Al-Fatah. Nasser, dal canto suo, un giorno sì e l’altro pure, assicurava alla nazione araba, di cui si riteneva leader indiscusso, che il nemico sionista sarebbe stato distrutto e buttato a mare, usando espressioni mutuate dall’armamentario linguistico e ideologico del più feroce antisemitismo.
In queste condizioni, il governo israeliano, sempre guidato dai laburisti, prese la grave iniziativa di una guerra preventiva contro l’Egitto di Nasser. Come accennato, Israele poteva avere le sue ragioni, ma si trattò comunque di un’aggressione militare. Però, attenzione, non è questa guerra all’Egitto che oggi viene imputata a Israele! Nel 1979, con gli accordi di Camp David, Israele ed Egitto hanno stipulato la pace e Israele ha restituito i territori occupati (il Sinai; l’Egitto ha rinunciato a Gaza, da cui peraltro Israele si è comunque ritirato in seguito). Israele ed Egitto sono oggi stretti partner, se non  proprio alleati. Quale sarebbe invece il peccato originale di Israele? Quello di aver occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est e le alture del Golan. Territori che però 1) non erano “palestinesi”, perché appartenevano rispettivamente a Giordania e Siria e 2) furono occupati nella circostanza di una guerra difensiva e non offensiva. Ecco un elemento che viene regolarmente rimosso o manipolato: nel 1967 Israele attaccò per primo l’Egitto, ma non già la Giordania e la Siria, paesi da cui fu invece aggredito, in virtù della “solidarietà araba” che scattò fra i loro governi e quello di Nasser. Esattamente come era accaduto nel 1948-49 i regimi arabi pensavano di poter accerchiare e distruggere Israele, ma le cose andarono diversamente e la vittoria militare israeliana fu stavolta folgorante. Da quel momento in poi Israele è stato, però, ritenuto responsabile di una intollerabile violazione del diritto internazionale, almeno da una larga parte della opinione pubblica occidentale progressista e di sinistra (oltre che ovviamente nel mondo arabo). E’ anzi proprio in seguito alla guerra dei Sei Giorni che si è consumata la disastrosa lacerazione fra la sinistra e Israele, che ha significato, in molti paesi a cominciare dall’Italia, una rottura o almeno un grave distacco fra la sinistra e lo stesso mondo ebraico. In realtà ad Israele viene imputato ciò che mai a nessun paese è stato imputato nella storia degli uomini: di essersi difeso da una aggressione militare, di aver vinto la guerra e di aver occupato dei territori dei paesi aggressori – Giordania e Siria - a garanzia della propria sicurezza. In sostanza, è come se l’Italia fosse accusata di aver occupato illegittimamente l’Alto Adige!
E tuttavia il M5S – lo ha fatto innanzitutto Grillo sul suo blog e lo hanno poi ripetuto Di Maio e compagni – si unisce al coro di chi chiede il ritiro di Israele dai territori “occupati” (che andrebbero più onestamente e più correttamente definiti “contesi”) e cita, credendo che ciò mostri la sacrosanta verità e giustezza della propria posizione, la famosa o famigerata risoluzione 242 dell’ONU. Risoluzione citata sempre a sproposito e in modo, anche in questo caso, assolutamente “ignorante”.  Anzitutto, occorrerebbe sapere che la risoluzione in questione fu redatta in tre lingue – inglese, arabo ed ebraico – e che il testo presenta difformità non marginali nelle tre diverse redazioni. La risoluzione è comunque ambigua e deliberatamente generica nei punti chiave. Ciò non a caso: era l’unica possibilità per ottenerne l’approvazione nel Consiglio di Sicurezza, superando i veti incrociati delle due superpotenze. Pertanto, chi pensa che questa risoluzione contenga determinazioni stringenti e una chiara condanna di Israele mostra di non conoscere nulla dello scenario della guerra fredda e del funzionamento del Consiglio di sicurezza in quegli anni.
Che cosa è scritto, in particolare, nella 242? Si dice, certo, che per una “pace giusta e duratura” Israele deve ritirarsi da “territori”, ma non si specifica quali siano questi territori! Si può supporre che si intendesse parlare dei territori occupati nel corso del conflitto appena concluso, ma ciò non è specificato e non è neanche specificato se Israele debba liberare tutti questi territori o solo una parte. Ciò sul piano giuridico è tutt’altro che irrilevante. Ma soprattutto vi è un secondo punto, regolarmente dimenticato dai pro-pal: mentre Israele deve ritirarsi da “territori”, i suoi vicini devono garantire a Israele “pace e sicurezza”. Difatti, il testo della risoluzione viene spesso riassunto nella formula “pace in cambio di territori”. Si tratta dunque non di una determinazione unilaterale nei confronti di Israele, tantomeno di una condanna, ma di una determinazione bilaterale, nei riguardi tanto di Israele, quanto dei suoi nemici arabi e palestinesi.
Se si è intellettualmente onesti bisogna allora riconoscere che i paesi e i popoli arabi, a cominciare proprio dai palestinesi, hanno sistematicamente violato la risoluzione 242, dal 1967 ad oggi, in modo ben più palese e grave di quanto non l’abbia violata Israele. Israele, infatti, non si è ritirato da tutti i territori occupati, ma si è comunque ritirato da una loro parte (Sinai, Gaza, parte della Cisgiordania oggi amministrata dall’ANP). I palestinesi, invece, non hanno mai garantito a Israele pace e sicurezza, neanche per un giorno.
Infine, la realtà politica attuale: se oggi nascesse uno stato palestinese sarebbe certamente governato da Hamas, che domina Gaza (territorio geograficamente piccolo, ma molto popolato) e potrebbe vincere le elezioni anche in Cisgiordania. Hamas si propone, per statuto, la distruzione di Israele, o meglio dell’”entità sionista” . Nello stesso statuto sono citati versetti attribuiti a Maometto che incitano all’uccisione degli ebrei. Il regime integralista di Hamas nega notoriamente i diritti di ogni minoranza, è un regime fortemente misogeno ed omofobo. Eppure, i pro-pal progressisti scambiano Hamas per una forza di liberazione e i suoi leader per dei Che Guevara.  Poco importa, quando si tratta di comuni deficienti ossia di cittadini comuni che parlano come dei deficienti. Diversa è la questione quando identiche amenità sono ripetute dal responsabile esteri di una forza politica che si candida a governare l’Italia. Giorni fa, il numero 2 della delegazione cinque stelle in visita in Israele, Manlio De Stefano, ha infatti dichiarato in una intervista al quotidiano “La Stampa”, che Hamas non può essere considerata un’”organizzazione terroristica”, in quanto “nasce come partito” e “ha vinto libere elezioni”.  A scuola, durante le lezioni di storia, il signor De Stefano doveva essere distratto, altrimenti saprebbe che anche il nazismo nacque come partito e vinse elezioni certo più libere di quelle svoltesi, ormai parecchi anni fa, a Gaza. Secondo il “ragionamento” di De Stefano, le SS non potrebbero quindi considerarsi una “organizzazione terroristica”…
Va notato che De Stefano è, insieme a Di Battista, l’”esperto” di politica estera del M5S. E di Di Battista si ricordano ancora le dichiarazioni di qualche tempo fa, nelle quali sosteneva la necessità di dialogare con l’Isis e riteneva che, pur essendo preferibili i metodi di lotta non violenti, bisognava pur comprendere chi non avendo altri mezzi a sua disposizione per resistere a un dominio oppressivo si faceva saltare per aria in mezzo alla gente.
In definitiva, la visita dell’armata Di Maio andrebbe considerata solo ridicola se non ci fosse davvero la possibilità in futuro di avere un Ministro degli Esteri e un premier del M5S. Questa possibilità, alla luce delle posizioni espresse in questi giorni, fa davvero rabbrividire e per almeno tre ordini di motivi. Il primo è l’assoluta incompetenza e ignoranza in materia storica e geopolitica degli esponenti del suddetto movimento. Il secondo motivo è il loro radicato habitus anti israeliano, laddove, oggi più che mai, l’atteggiamento verso Israele è un attendibile indicatore dell’adesione di un soggetto, politico o privato, ai valori-cardine della civiltà occidentale. Il terzo motivo, e almeno questo dovrebbe essere universalmente condiviso, è l’inquietante concezione della democrazia che mostra chi ritiene che “vincere” le elezioni legittimi ogni tipo di comportamento, compresa la repressione e distruzione sistematica di ogni voce dissonante e l’instaurazione di un regime di terrore, come fecero i nazisti in Germania e ben presto in gran parte dell’Europa, come Hamas ha fatto a Gaza e come farebbe in tutta l’area palestinese e nello stesso territorio di Israele, se Israele non avesse la capacità di difendersi o se la sua difesa fosse affidata a certi aspiranti statisti nostrani.

giovedì 23 giugno 2016

SCENDERE DAL CARRO DEL VINCITORE: IL "SUCCESSO" ELETTORALE DEL M5S



L’esito dei ballottaggi, al di là dei prevalenti significati locali del voto, ha indubbiamente segnato una sconfitta politica del PD e di Renzi e un successo del M5S. E’ su quest’ultimo dato che vorrei fare qualche riflessione, davvero sine ira et studio. In particolare, mi sembra opportuno sottolineare alcuni elementi critici in questo risultato del M5S, pur positivo, elementi che sfuggono, mi pare, a molti osservatori e certamente alla stragrande maggioranza dei sostenitori del movimento fondato da Grillo, presi come sono da una pur comprensibile euforia.
1.     Il successo di Raggi e Appendino e degli altri sindaci eletti del M5S si giova, in modo decisivo, di un elemento “tecnico”: il sistema elettorale a doppio turno con ballottaggio. E’ vero che i candidati del M5S si sono dimostrati forti già al primo turno – altrimenti, è ovvio, al ballottaggio non ci sarebbero arrivati – e questo certamente significa che il M5S gode ormai di uno zoccolo duro di suffragi ed è una forza politica non effimera. Al secondo turno, tuttavia, la loro affermazione – e quindi l’elezione – è dipesa dal consenso ricevuto da parecchi elettori di centro-destra. Sarebbe stupido scandalizzarsi di questo e accusare il M5S di aver preso i voti dei “leghisti” o dei “fascisti”: è la logica di questo sistema elettorale democratico. Il dato è piuttosto un altro: questo sistema elettorale maschera un fondamentale handicap politico del M5S, che è il suo deliberato autoisolamento.
In una prossima elezione politica nazionale, se l’”Italicum” non dovesse essere modificato, il M5S potrebbe peraltro godere dello stesso vantaggio che domenica scorsa gli ha consentito il successo. Ma davvero Renzi correrà il rischio di perdere le elezioni, pur di non modificare la legge elettorale? Davvero continuerà a sottovalutare le possibilità del M5S in un eventuale ballottaggio nazionale con il PD e preferirà tener fermo l’”Italicum” con ballottaggio fra le due liste più votate? La legge elettorale così come è offre indubbiamente una serie di vantaggi al premier, che non a caso l’ha fortemente voluta: riduce notevolmente o cancella del tutto il potere contrattuale dei centristi di Alfano, della minoranza interna del PD, della sinistra cosiddetta “radicale” (ma che vorrebbe ancora giovarsi strumentalmente di un’alleanza elettorale del PD, come SEL nelle ultime elezioni); inoltre, l’”Italicum” mette in un vicolo cieco il  centro-destra, costringendo Berlusconi, Salvini e Meloni o a varare una lista unica, che non consentirebbe loro di convincere tutti i potenziali e rispettivi elettori, ostili in molti casi a questa ammucchiata (i leghisti alla lista unica con Forza Italia e, viceversa, i berlusconiani “moderati” a una lista unica con Salvini e Meloni), e nemmeno di accontentare tutti gli “appetiti” elettorali; oppure a procedere in ordine sparso, mettendosi così automaticamente fuori gioco. Tutti questi relativi vantaggi conterebbero poco o nulla, tuttavia, se, dopo aver neutralizzato tutti gli antagonisti e concorrenti politici, escluso il M5S Renzi dovesse poi soccombere proprio in un ballottaggio con quest’ultimo. Sarebbe la riedizione in chiave elettorale della Coppa Rimet del 1970, con l’Italia che supera tutte le fasi eliminatorie, vince un’epica sfida con la Germania (Ovest) e poi capitola nella finale. Valcareggi, come i meno giovani ricordano, non venne precisamente osannato al suo ritorno in patria, ma fu accolto da fischi, insulti e lancio di pomodori…
Non escludo che gli elettori di centro-destra siano stati orientati dai loro leader, in primis Salvini, a preferire i candidati del M5S al ballottaggio anche e soprattutto per far giungere al premier un inequivocabile messaggio: in un ballottaggio con il M5S il PD perde e pertanto è più conveniente e prudente modificare l’”Italicum” passando al ballottaggio non già fra le liste più votate, ma fra le coalizioni. Se ci fosse questa modifica, Renzi dovrebbe certamente subire i “ricatti” degli alleati esterni e interni al PD, ma avrebbe maggiori possibilità di vincere la “finale”. Non mi è chiaro affatto che cosa Renzi deciderà di fare, perché se la prudenza gli consiglierebbe la modifica della legge elettorale, è pur vero che il suo stile politico è quello del giocatore d’azzardo. Uno stile politico che ha sempre segnato le grandi e repentine ascese, ma anche le brusche e catastrofiche cadute. Se però dovesse prevalere la prudenza, il centro-destra rientrerebbe in gioco e il M5S tornerebbe al suo splendido, ma sterile isolamento. E non gli resterebbero che i sindaci di Roma e Torino. E forse, anche se non vorrei fare il “gufo”, solo quello di Torino…

2.     Le dichiarazioni post-voto confermano, per quanto mi riguarda, le valutazioni che avevo già espresso sulla Appendino e la Raggi: la prima potrà essere un buon sindaco – se non sarà messa in difficoltà dal suo stesso movimento – mentre la seconda è palesemente inadeguata al difficilissimo compito che si è assunta. Nelle prime ore, diversi presidenti di aziende “municipalizzate”, a cominciare dalla famigerata azienda che gestisce i rifiuti, hanno rimesso il mandato, per “correttezza istituzionale”, dicono. Questa mossa può invece preannunciare il sistematico boicottaggio del sindaco neoeletto, il che significa che una città che già “cammina” lentamente, nei prossimi mesi potrebbe paralizzarsi del tutto (e non mi riferisco solo ai trasporti, ovviamente). L’elezione della Raggi potrebbe quindi configurarsi come un enorme “trappolone” per lei e soprattutto per il M5S. Riuscirà la Raggi a sfuggire alle tagliole politiche che possono prevedersi numerose sul suo cammino? E che cosa succederebbe se dovesse arrivare un avviso di garanzia, eventualità tutt’altro che improbabile per chi conosca minimamente la situazione romana e anche la Procura di quella città, se dovesse aprirsi un’indagine giudiziaria che la vedesse coinvolta direttamente o che – come è accaduto a Marino – coinvolgesse persone di cui si sarà circondata o sulle quali non avrà vigilato abbastanza? La mia fallibilissima previsione è che questo scenario si aprirà entro 18 mesi, con conseguenze dirompenti…

3.     Se si leggono le inchieste degli inviati – e parlo di giornali come “La Stampa” o il “Corriere della Sera” e non di “Libero” – si può facilmente comprendere come nel largo consenso delle “periferie urbane” alle candidate del M5S, e in particolar modo alla Raggi, ci sia un grande equivoco. La Raggi promette di occuparsi delle periferie curando i trasporti, la raccolta rifiuti e gli altri servizi pubblici e portando in quei quartieri spettacoli, cinema, teatro, cultura, “integrazione”. Dalle interviste con i residenti risulta che l’”offerta” incontra la domanda su poche questioni, quelle dei trasporti e, talora, dei rifiuti (ma qui si tratta di passare dalle parole ai fatti e di aver ragione dei “mostri” che si chiamano ATAC e AMA). Dalle medesime interviste non emerge, purtroppo, una domanda di “cultura”, né vi è qualcuno che lamenti la mancanza di cinema e teatri (questa cosa dei cinema in periferia sembra poi tratta da un programma del PCI anni Settanta ed è davvero sorprendente nell’esponente di un movimento così legato al WEB…). La prima cosa che una larga maggioranza degli intervistati chiede è piuttosto di essere “liberati” da immigrati, spacciatori e piccoli criminali.  In sostanza, ciò che emerge è un bisogno primario di sicurezza unito a un riflesso “identitario”. Non considero tout court di destra questo bisogno e questo riflesso, ma è un fatto che in tutta Europa e non solo in Italia essi sono interpretati e rappresentati politicamente soltanto da una certa destra politica, non già dalla sinistra e nemmeno dal M5S, che proprio su tali questioni non ha sciolto una delle fondamentali ambiguità del suo progetto politico (le altre riguardano l’UE e, specificamente, l’euro, e la politica estera). Non a caso, in quelle stesse periferie era solo la Meloni che nel voto del primo turno teneva testa alla Raggi, la quale ha surclassato Giachetti, grazie anche al concorso di elettori provenienti dalla ben radicata destra capitolina. Gli intervistati hanno anche detto che il voto alla Raggi è per loro “una prova”. Se dovesse basarsi largamente su un equivoco, l’esito negativo di questa prova sarebbe scontato e le ripercussioni inevitabili.

4.     Il rischio più grande – e non solo per la Raggi, ma per tutto il M5S – è nell’essere identificati essenzialmente come quelli “nuovi” e “onesti” e ottenere consensi essenzialmente su questa base. L’esperienza insegna che un bel giorno arriva sempre qualcuno che si presenta come più nuovo e più onesto di te. Renzi stesso vince a mani basse contro Berlusconi o contro le cariatidi del suo partito per questo motivo, ma ha perso domenica scorsa di fronte a qualcuno che si presentava più “rottamatore” di lui. Quanto alla gara a chi è più “puro” sull’agone politico e ai pericoli di questa competizione, su ciò disse cose definitive tanto tempo fa il vecchio Nenni, la cui personale probità era del tutto fuori discussione, ma che ben conosceva la differenza fra l’etica privata e l’etica politica: “a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro di te… che ti epura”.
Ritenere che l’onestà sia una qualità politica e non invece, intesa però secondo i criteri di un’etica pubblica che non può coincidere tout court con quella privata, un prerequisito per potersi credibilmente affacciare sulla scena politica, ritenerla, anzi, la principale, se non l’unica qualità che conti, espone a disastri e derive anche di altro tipo, come quello di una approssimativa selezione della propria classe dirigente, che prescinde dalle competenze specifiche. Non posso che ripetermi: un onesto incompetente può fare più danni di un corrotto capace di amministrare.

5.     Arriviamo così all’ultimo e fondamentale “equivoco” del voto e soprattutto dell’analisi del voto al M5S: che i cosiddetti “grillini” siano votati dagli “italiani onesti”, dalla parte “sana” del paese. Questo può esser vero (e forse non del tutto) solo se per onestà si intende, in modo estremamente riduttivo, il non essere direttamente e attivamente partecipi della corruzione “politica”. Ma come la mettiamo con le “piccole” e quotidiane disonestà, con i “piccoli” e ordinari abusi, omissioni e infrazioni alle leggi e anche semplicemente alle regole del vivere civile? Se davvero il M5S fosse votato dagli italiani estranei a questa “piccola” corruzione temo che resterebbe assai lontano dal 25, dal 20 e anche dal 10% dei voti! Certo, quando si invoca l’”onestà”, nei talk show, nei comizi, nelle campagne elettorali o nelle semplici discussioni politiche da bar e da marciapiede, si stigmatizza sempre la “grande” corruzione, quella dei politici, dei sindaci, dei presidenti e consiglieri regionali, degli alti funzionari dello stato e non si bada alla “piccola”, ordinaria e quotidiana corruzione. Quest’ultima viene rimossa o sottovalutata. Quando la si evoca, ci si scontra di solito con un sorriso di sufficienza. Quelli che sono in buona fede commettono un grave errore a sorridere della piccola corruzione quotidiana. Prendo in prestito le parole di un personaggio letterario, che si riferiscono agli autori di “piccole violenze” e alludono al nazismo, ma che possono efficacemente applicarsi anche al nostro caso: “Molti benintenzionati nel nostro ceto sono abituati a sorridere di questi piccoli violenti e a giudicare folli coloro che hanno dichiarato loro guerra… Questo sorridere è tanto stolto e irresponsabile, quanto sorridere della piccolezza dei batteri…sono gli autori di piccole violenze a corrompere un popolo nel suo intimo; sono come gli invisibili germi della consunzione…”.
Tanti, però, non sono affatto in buona fede e se minimizzano la “piccola” corruzione, se evitano di guardarla in faccia è perché dovrebbero guardare se stessi, o almeno il familiare, il collega, l’amico, il vicino di casa…Risulta più comodo, specie in tempo di crisi, prendersela soltanto con il politico – certamente colpevole, ma la cui colpa non nasce dal nulla, ma da un certo tessuto antropologico. E le forze politiche che, di volta in volta, si intestano la battaglia per l’onestà e contro la corruzione finiscono per avere questo ruolo: non già la rappresentanza della “parte sana” del paese, ma il lavacro collettivo dei propri “piccoli” peccati attraverso il capro espiatorio della “grande” corruzione politica e amministrativa. Ruolo che espone a gravi e finanche immancabili pericoli: anzitutto, occorre stare ben attenti a colpire i “grandi” disonesti e la “grande” corruzione, o almeno a dare l’impressione che lo si voglia fare, senza però toccare i “piccoli” disonesti e la vasta e diffusa area di illegalità o anche soltanto di malcostume, perché altrimenti si ledono gli interessi o si minacciano le inveterate abitudini di molti dei propri elettori, i quali queste cose difficilmente le perdonano. In secondo luogo, basta poco per non essere più credibili in questa veste di moralizzatori e per passare dal ruolo del simulacro dell’onestà che consente il lavacro collettivo a quello di capro espiatorio. Chi, durante tangentopoli, esponeva il cappio nell’aula del Parlamento e tirava monetine dinanzi al Raphael, anni dopo è finito alla gogna per le lauree in Albania o per le mutande verdi…
Basta poco per questa parabola, non tanto perché, come si dice spesso, alla fine quelli che “salgono” al governo sono tutti uguali e il potere corrompe, ma perché l’onestà sulla scena pubblica è legata all’esistenza di un progetto politico: tendenzialmente è e soprattutto resta onesto chi ha un progetto politico – lo prova proprio il citato Nenni, insieme a molti altri esponenti della vecchia o vecchissima classe politica repubblicana. Se, invece, è l’”onestà” stessa a costituire il progetto politico, essa difficilmente resiste alla prova del governo o all’amministrazione di grandi e difficili realtà urbane.

Questa riflessione – lo so già – è destinata a deludere, se non a indispettire parecchi miei amici (e non amici), e a compiacerne altri. Tutti coloro che nei mesi scorsi mi hanno considerato un esemplare, sia pure abbastanza anomalo, di “grillino” e che magari fra poco cominceranno a considerarmi uno strano animale da bestiario, un “leghista” del sud e con un passato indiscutibilmente di “sinistra”. Sono gli equivoci che capitano quando si confondono le scelte politiche con i matrimoni indissolubili, con il tifo calcistico, con le guerre di religione. Di questi fraintendimenti me ne sono già fatto una ragione e non mi turbano più di tanto, avendo l’onestà intellettuale e l’autonomia di pensiero molto più care degli applausi o dei fischi dei conoscenti. Piuttosto, senza nascondere affatto ciò che del resto ho dichiarato pubblicamente  - e cioè che alle ultime elezioni europee, pur con serie riserve, ho votato M5S, ritenendolo il principale ostacolo all’instaurarsi di quel regime renziano che poi, proprio a causa di quel trionfo elettorale, ha effettivamente dato i suoi frutti avvelenati (a cominciare dalla riforma della scuola) – vorrei sottolineare quanto sia salutare per ogni mente che si voglia mantenere critica e autonoma e per ogni cittadino che voglia vigilare su chi esercita il potere, come si conviene ad un sano ordinamento liberale, la pratica di uno sport così poco amato dagli italiani: SCENDERE dal carro del vincitore. Che un po’ di cittadini liberi facciano questa sana attività fisica è, peraltro, anche nell’interesse del vincitore, sebbene questi non lo capisca quasi mai.