lunedì 1 febbraio 2016

"E NON CI ESPORRE ALLA TENTAZIONE" - PARTE PRIMA



“Non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal male” (Matteo 6, 13)
 E’ questo sicuramente il passaggio più equivocato e talora anche maltrattato del Padre nostro, l’unica preghiera che Gesù abbia esplicitamente consegnato ai cristiani. Seguiremo, tra poco, uno studio biblico molto interessante quanto poco conosciuto di cui fu autore Dietrich Bonhoeffer, nel giugno del 1938 (lo si trova ora anche tradotto in italiano nell’edizione critica delle opere del teologo – ODB – volume 10, pp. 391-423).
Ma incominciamo, per inquadrare bene la questione, da alcune essenziali osservazioni lessicali. Il testo greco recita: m¾ e„senšgkVj ¹m©j e„j peirasmÒj. E„senšgkVj è l’aoristo di e„sfšrw - fšrw, portare, con la preposizione di moto a luogo e„j. Dunque, traduzione letterale; “portare dentro, portare verso qualcosa”. Il qualcosa è peirasmÒj, da peir£zw, provare, mettere alla prova e anche tentare, cercare di corrompere. Quindi, si tratta di una prova e di una tentazione, insieme. Bonhoeffer leggeva la Bibbia tradotta in tedesco da Lutero, che traduce Matteo 13,6 così: und führe uns nicht in Versuchung. Versuchung è la tentazione, ma in altri casi Lutero esprime l’idea della tentazione con un altro termine – specie quando si riferisce alle tentazioni da lui stesso tormentosamente sperimentate: Anfechtung, che oltre al significato di tentazione ha innanzitutto quelli di contestazione e impugnazione, in senso giuridico. E Bonhoeffer, di sicuro aveva ben presenti nel suo studio entrambi i termini – Versuchung e Anfechtung. Dunque è confermato che si tratta di tentazioni che sono anche delle prove.
Del resto, la preghiera di Gesù fa sicuramente riferimento all’esperienza della tentazione nelle Scritture ebraiche. Vari personaggi dell’Antico Testamento sono esposti alla tentazione – da Adamo ed Eva ad Abramo a Saul a Giobbe. Nel caso di Abramo e nel celebre passo del sacrificio di Isacco (Genesi 22) si dice esplicitamente che la tentazione a cui Dio espone Abramo è una prova: la radice verbale ebraica nsh, specie con il raddoppiamento della seconda radicale proprio della forma piel che troviamo in Genesi 22,1 (nissah), ha proprio il significato di “mettere alla prova” (sebbene anche in questo caso Lutero traduca con versuchen).
Possiamo ora passare allo studio biblico di Bonhoeffer.
Bonhoeffer comincia con una affermazione molto netta: “L’uomo naturale e l’uomo etico non riescono a comprendere questa preghiera”. L’”uomo naturale”, infatti cerca la conferma della propria forza nella lotta, nel confronto con il nemico e si espone spontaneamente al rischio della prova. L’uomo etico pure sfida il male, per saggiarsi come virtuoso, e quindi la sua preghiera quotidiana suona proprio come il contrario del Padre nostro: “inducimi in tentazione, affinché io metta alla prova la forza del bene che è in me”.
Se la tentazione fosse ciò che sostengono l’uomo naturale e l’uomo etico, questa preghiera cristiana sarebbe totalmente incomprensibile. Ciò vale anche e soprattutto per il cristiano che si vive come uomo etico. Certamente il cristiano è anche impegnato a vincere il male con la forza del bene, ma questo non ha nulla a che fare con la tentazione di cui parla Gesù. La prova che troviamo in tutta la Bibbia non è affatto una verifica della propria forza, naturale o etica che sia, perché l’essenza della tentazione biblica consiste precisamente nel fatto che in essa, con nostra grande costernazione, siamo privati di tutte le nostre forze oppure le nostre stesse forze, e soprattutto quelle buone e pie, quelle della fede, si rivoltano contro di noi e cadono nelle mani della potenza ostile che ci domina. La mia forza, dice Bonhoeffer, mi è sottratta prima ancora che io possa metterla alla prova. Di ciò parlano numerosi salmi. Nella tentazione e nella prova, dunque, il cristiano si sente caratteristicamente abbandonato, abbandonato da tutte le sue forze, abbandonato dagli uomini e abbandonato anche e soprattutto da Dio. Nella tentazione l’uomo è completamente solo ed è completamente caduto nelle mani di quella potenza ostile, di quel Male che la Bibbia, Lutero e Bonhoeffer chiamano “il diavolo”.
Questa terminologia potrà spiacere a certa sensibilità moderna, ma è quella usata dalla Bibbia e che adotta anche Bonhoeffer, tutt’altro che un teologo arcaico o tradizionalista e per nulla un uomo superstizioso. E’ un termine adeguato, se ovviamente non viene deformato in modo fantastico, a far comprendere che qui si sta parlando non del male che nasce dalla libera scelta dell’uomo, ma al contrario del Male che assoggetta la libertà di scelta dell’uomo; che si sta parlando non di una creatura di Dio, ma della Potenza che è ostile alla creatura, fino a volerla perdere e annientare; che si sta parlando non già di un aspetto della volontà di Dio, ma della Potestà che – pur vanamente e condannandosi alla sconfitta – resiste e lotta contro la volontà di Dio. Una terminologia più “moderna” rischierebbe fatalmente di confondere questi elementi decisivi.
Il cristiano, riprendendo il filo centrale del discorso, sa dunque che nell’ora vera della tentazione tutte le sue forze lo abbandoneranno e dunque non vuole metterle alla prova e perciò prega affinché non sia esposto alla tentazione.
La prova/tentazione è un evento concreto che irrompe improvvisamente nella vita, che sorprende e sgomenta proprio perché giunge inatteso. Evidentemente, però, l’ora della tentazione non è qualcosa che deve fatalmente accadere e che quindi bisogna accettare con passiva rassegnazione: se così fosse Gesù non ci avrebbe certo invitati a pregare per scongiurarla!
Le ore della tentazione sono ben distinte da quelle della “protezione”: nelle prime il cristiano si sente abbandonato, in queste ultime, invece, si sente protetto. Bisogna capire, qui, che mentre per l’uomo naturale o l’uomo etico ciò che conta è come va la vita, per il cristiano ciò che più importa è “il modo in cui Dio agisce adesso con me”, ossia l’abbandono o la protezione di Dio.
La Scrittura, nota Bonhoeffer, a rigor di termini contiene solo due racconti di tentazione, la tentazione del primo uomo e la tentazione di Gesù Cristo, ossia la tentazione che porta l’uomo a cadere e la tentazione che porta Satana a cadere. Tutti gli altri racconti, e dunque tutte le esperienze umane di tentazione, stanno sotto il segno dell’uno o dell’altro di questi racconti: o noi siamo tentati in Adamo, oppure siamo tentati in Cristo. Se siamo tentati in Adamo siamo noi a cadere, se siamo tentati in Cristo, se ad essere tentato è il Cristo che è in noi, allora sarà invece Satana a cadere.
Occorre ora capire meglio l’uno e l’altro tipo di tentazione, per evitare fraintendimenti.
Il racconto di Genesi 3 ci mostra tre cose:
1)     Il tentatore si trova non tanto dove c’è la colpa – qui ha già ottenuto il suo scopo – ma dove c’è l’innocenza. La tentazione non è dunque tipicamente una esperienza dell’uomo dichiaratamente colpevole, dell’empio, ma accade dove c’è l’innocenza.
2)     La voce del tentatore non viene dall’abisso dell’”inferno”: egli appare d’improvviso nel “paradiso terrestre” e in tal modo cela la sua origine e vera natura.
3)     La negazione dell’origine viene portata fino in fondo, il tentatore si presenta in nome di Dio, pretende di essere un interprete della Parola di Dio: “è vero che Dio ha detto…” E’ nell’abisso di questa subdola domanda sulla Parola di Dio, è nell’abisso della parola “devota” che cade l’uomo e non nel baratro di una tentazione manifestamente “infernale”, blasfema, empia.
La scena della tentazione di Gesù si svolge, invece, nel deserto (Mt 4,1). Lo Spirito conduce Gesù nel deserto, ossia nella solitudine e nell’abbandono di Dio. Così sarà anche per Abramo sul monte Moria. Ecco il concetto “destinato a rimanere incomprensibile per ogni pensiero umano etico-religioso: nella tentazione Dio “non si manifesta come il Dio benigno e vicino”, ma come il Dio che ci abbandona, ci è completamente lontano e ci lascia nel deserto.
La prima tentazione a cui è esposto Gesù è quella della carne: Gesù dopo quaranta giorni di digiuno ha fame. Satana, allora, lo tenta facendo leva sulla debolezza della sua carne umana: “Se sei il Figlio di Dio, allora ordina a queste pietre di diventare pane”. In tal modo vuole mettere la carne contro lo spirito. Gesù risponde servendosi della Parola di Dio, alla quale anche il Figlio di Dio è sottomesso. A maggior ragione è sottoposta alla Parola la carne: “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”.
La seconda tentazione rivela un “salto di qualità” da parte del tentatore, che si serve sfacciatamente della stessa Parola di Dio (Mt 4,5). Gesù accetta la sfida e contrappone la Parola di Dio alla Parola di Dio citata dal diavolo, non in modo che ne risulti un’incertezza, ma facendo risaltare la verità opposta alla menzogna, l’uso autentico contro l’uso disonesto e manipolante della Parola. Attraverso la sua subdola citazione, il diavolo voleva poi condurlo a cercare un segno o una conferma, voleva indurre la fede a volere qualcosa di più della Parola di Dio. Gesù smaschera la trappola e la definisce un tentare Dio (Mt 4,7).
Nella terza tentazione, Satana non fa leva sulla comune debolezza della carne, né strumentalizza la Parola, ma dispiega tutta la sua potenza contrapposta alla potenza di Dio, presentandosi come principe di questo mondo, e allettando in tal modo il tentato. E’ questa la tentazione radicale, nella quale il diavolo chiede l’apostasia, il rinnegamento consapevole e definitivo di Dio. Gesù risponde scacciando Satana e ribadendo la fede nell’unico Signore.
E’ importante, a questo punto, capire correttamente il racconto e non cadere in equivoco: nemmeno la lotta di Gesù è la lotta eroica dell’uomo naturale o dell’uomo etico contro l’assalto del male; nemmeno Gesù può fare affidamento sulle proprie forze, perché anche lui ne rimane totalmente sprovvisto, anche lui si trova abbandonato e indifeso. Ciò che lo regge, lo sostiene, lo salva, lo mantiene saldo è solo e unicamente la Parola di Dio a cui si aggrappa e si affida. Solo per mezzo della Parola di Dio Satana è spodestato; solo per mezzo della Parola di Dio la prova è superata, la tentazione è vinta: “allora il diavolo lo lasciò” – come all’inizio Dio lo aveva lasciato – “ed ecco gli angeli gli si accostarono e lo servirono”.
Nell’ora della prova e della tentazione, i cristiani devono dunque scegliere se vivere la tentazione come Adamo – e soccombere – o viverla, non già come Cristo, ossia mettendosi al posto di Cristo o assumendo Cristo come proprio modello, ma in Cristo, concependo cioè la propria tentazione come tentazione di Cristo, partecipando alla tentazione che Egli ha già preso su di sé e superata, partecipando alla sua vittoria. “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie tentazioni”, dice in modo inequivocabile Gesù ai suoi discepoli.
E’ così raggiunto un primo punto decisivo: il compito pratico del cristiano è considerare le tentazioni che lo assalgono, le prove che irrompono nella sua vita, come tentazioni e prove di Gesù Cristo che è in lui. Solo così troverà quell’aiuto che non può sperare dalle sue proprie forze.
Ma a questo punto si pone la domanda: chi è l’autore delle tentazioni del cristiano? Da dove provengono? Se non diamo, di volta in volta, la risposta corretta a questa domanda precipitiamo, anche in questo caso, in equivoci catastrofici. (continua)





giovedì 28 gennaio 2016

L'AUTOCENSURA, MALATTIA SENILE DELL'OCCIDENTE



Ci sono eventi che hanno un potere rivelatorio fuori dal comune, una portata di demistificazione, eventi che strappano le maschere, sollevano i veli. Uno di questi si è consumato a Colonia, lo scorso Capodanno; un altro è accaduto in questi giorni, in occasione della visita in Italia del presidente della Repubblica islamica dell’Iran, Rohani. Questi eventi hanno manifestato un elemento strutturale del regime attualmente vigente in Italia e nel resto dell’Occidente. Questo elemento è l’autocensura.
Oggetto dell’autocensura è stata, in questo caso, la vera e cruda realtà del regime iraniano. Soggetti dell’autocensura anzitutto le alte cariche istituzionali che hanno accolto Rohani – Mattarella, Renzi, il Papa – i mass-media (in buona parte) e soprattutto l’opinione pubblica “progressista”. In fondo, i più scusabili, sono i primi, che potrebbero invocare il protocollo diplomatico e la ragion di stato. Va però ricordato che il protocollo diplomatico consolidato conosce formule cortesi, ma inequivocabili, per esprimere la deplorazione per i comportamenti politici dell’ospite, come la violazione dei diritti umani o l’aggressione bellica. Queste formule sono state usate un’infinità di volte, talora di fronte a personaggi ancora più potenti (Putin), ma sono state completamente dimenticate in questa circostanza, sia da Mattarella, sia da Renzi, sia da Bergoglio. Si sono anzi accreditati un’immagine e un ruolo dell’Iran e del suo Presidente del tutto fasulli. A quest’ultimo è stata cucito addosso l’abito del “moderato”, che gli sta davvero strettissimo, che è smentito da fatti inoppugnabili. E di conseguenza il suo paese è stato presentato come un affidabile elemento di stabilizzazione della critica situazione mediorientale e addirittura come un fattore di pace. Il vertice della mistificazione, da questo punto di vista, lo ha indubbiamente raggiunto il comunicato ufficiale del Vaticano.
Vale allora la pena di ricordare almeno i punti essenziali della posizione geopolitica dell’Iran. Anzitutto, l’Iran capeggia l’islamismo sciita, impegnato ormai da anni in una terribile guerra civile con l’islam sunnita (a sua volta guidato dall’Arabia Saudita). Questa guerra, che si combatte direttamente, costantemente e sanguinosamente su vari teatri - dalla Siria allo Yemen, all’Iraq - e in modo più occasionale e sotterraneo, ma pur sempre drammatico in quasi tutti gli altri paesi islamici, è il principale fattore di destabilizzazione e il primo ostacolo alla pace in una vasta area del mondo. Come si può allora considerare l’Iran, che guida attivamente uno dei due schieramenti, un fattore di stabilizzazione? L’Iran è al centro di un’alleanza sciita o filo-sciita che ha come altri fondamentali componenti il regime (sanguinario) di Assad e la milizia degli Hezbollah; un’alleanza che è sostenuta dalla Russia, che in tal modo è rientrata prepotentemente nel grande gioco mediorientale, destabilizzando ancor più il quadro complessivo. Se Assad non fosse stato appoggiato militarmente e finanziariamente dall’Iran e dalla Russia e difeso dalle milizie di Hezbollah, a loro volta armate dal regime di Rohani, sarebbe già caduto e la guerra civile in Siria non avrebbe avuto gli sviluppi tragici che ha avuto. L’Iran, inoltre, finanzia ed arma anche Hamas, con missili sempre più moderni e di più lunga gittata, che periodicamente vengono lanciati sulle città israeliane e che farebbero danni immani alla popolazione e alle infrastrutture della vita civile senza l’efficace sistema difensivo israeliano. Hamas, che per statuto si propone la distruzione dello Stato ebraico e la cacciata o lo sterminio di tutti gli ebrei dalla Palestina, è il primo fattore che impedisce alla radice qualunque ipotesi negoziale e percorso di pace, compromettendo non solo la sicurezza degli israeliani, ma lo stesso futuro dei palestinesi che pure dice di difendere e che in realtà strumentalizza in modo disumano, servendosene anche come scudi umani. Scaricato dall’Egitto di Al Sisi, dopo la breve e funesta parentesi del regime islamista di Morsi, il regime sanguinario e oscurantista di Hamas a Gaza, rispetto al passato, non gode più degli stessi appoggi nella Lega Araba e senza il sostegno iraniano, che in questo caso supera il pregiudizio religioso, dato che Hamas è sunnita, sarebbe già crollato, con immenso sollievo di chi desidera sinceramente la pace.
La politica estera di Rohani è quindi in assoluta continuità con quella del suo predecessore Ahmadinejad. Come mai allora lo si presenta come un “moderato” e un “riformatore” che avrebbe riportato il suo paese nel consorzio civile dopo la parentesi di “follia” del suo predecessore?  Accreditare l’Iran e considerarlo un partner ineludibile, se non del tutto affidabile, potrebbe avere qualche fondata ragione, visto che, proprio per la guerra interislamica di cui si diceva, la repubblica islamica sciita è acerrimo nemico dello Stato islamico di al-Baghdadi. E difatti sia il papa che il governo italiano hanno rimarcato l’importante collaborazione che il paese di Rohani potrebbe dare alla lotta contro il terrorismo. Salvo il fatto che questa strategia assomiglia in modo inquietante al tragico errore dell’asino della favola che un bel giorno decise di andare a caccia insieme al leone.
Non si considera, per ignoranza, per opportunismo o per errore di calcolo, che se è vero che il fondamentalismo contemporaneo ha il suo bacino di coltura nel mondo sunnita – il wahabismo saudita sul piano teologico e i Fratelli musulmani egiziani sul piano politico-religioso - il fondamentalismo che ha trovato come sbocco il terrorismo e l’espansionismo jihadista è invece il frutto avvelenato della rivoluzione iraniana del 1979 e del regime khomeinista. E’ da quel momento che si è rinfocolata la guerra civile fra sunniti e sciiti ed è a partire da lì che il fondamentalismo ha assunto connotati aggressivi verso l’Occidente e ha cominciato a coltivare progetti espansionistici e sogni di dominio planetario. L’Iran degli Ayatollah si è subito messo all’opera per “esportare la rivoluzione”, con la guerra all’Iraq e la costituzione di gruppi terroristici in Libano. Il mondo sunnita è stato coinvolto in questa deriva, innanzitutto per reazione: Hamas nasce negli anni Ottanta e negli anni Ottanta l’integralismo islamico sunnita compie i primi attentati spettacolari, a cominciare dall’uccisione del presidente egiziano Sadat, che aveva stabilito finalmente la pace fra il suo paese e Israele. Poi, prima con Al Qaeda e ora con l’Isis, il jihadismo sunnita ha raggiunto livelli di pericolosità ed efferatezza che hanno spinto a sottovalutare la minaccia del jihadismo sciita, che ha invece una portata potenzialmente ancor più grande. Da questo punto di vista, il passaggio dall’amministrazione Bush a quella Obama, con l’appeasement con l’Iran, è stato certamente negativo. L’Europa si è passivamente accodata al presidente americano, alla disperata ricerca di un presunto successo dopo otto anni a dir poco fallimentari in politica estera, e solo Israele e il mondo ebraico hanno mantenuto alto il livello di allerta rispetto al pericolo iraniano. Non a caso, la più lucida analisi che sia stata pubblicata di recente sulle rispettive minacce rappresentate dal Califfato islamico e dal regime degli Ayatollah si deve a Fiamma Nirenstein (Il Califfo e l’Ayatollah. Assedio al nostro mondo, Mondadori, 2015).
La Nirenstein ricorda che gli sciiti, relegati da secoli a minoranza perseguitata, hanno da sempre coltivato la dottrina della jihad. La jihad è una deriva possibile, e oggi altamente probabile, nel mondo sunnita, ma è addirittura connaturata all’islamismo sciita, che – aggiungo da parte mia - ha assunto storicamente i caratteri militanti che hanno tutte le minoranza religiose perseguitate. E’ accaduto anche nel cristianesimo – in epoca moderna il calvinismo è un preciso esempio di questa antropologia religiosa. Con la differenza, che il processo di secolarizzazione e la conseguente separazione fra la sfera della fede e quella della legge, tra la sfera politica e quella religiosa, hanno portato i calvinisti a impegnarsi, da un lato in un combattimento spirituale, dall’altro in una lotta politica e civile, talora rivoluzionaria. Ciò non poteva accadere nell’islam, proprio per la mancanza di questo processo di secolarizzazione.
Il jihadismo sciita ha, inoltre, una pericolosità dirompente perché tende ad assumere connotati messianici. E’ noto che lo scisma sciita nasce perché una parte dei seguaci di Maometto, alla sua morte, avvenuta nel 632, si rifiutano di riconoscere come califfo Abu Bakr, ritenendo che la successione dovesse spettare al genero del Profeta, Ali. Costoro presero a definirsi come seguaci della “casa di Alì”, shiat’Ali – sciiti, e furono perseguitati e cacciati dai territori arabi, trovando rifugio innanzitutto nei territori del vecchio impero persiano (l’attuale Iran). Sorvolando su correnti minori interne allo sciismo, ricordiamo che la grande maggioranza degli sciiti crede nella successione di dodici imam, dopo Maometto e a partire da Ali, se non che il dodicesimo imam - Muhammad ibn Hossein al-Mahdi - secondo la credenza, sarebbe scomparso misteriosamente per sfuggire ai nemici. Da allora ha inizio “il divino nascondimento” di questo dodicesimo imam – detto anche il Mahdi – del quale si attende il ritorno nel giorno finale, nel giorno del giudizio. Lo sciismo ha così una essenziale componente escatologica e “messianica”, ma anche un tratto apocalittico. Difatti, molti ritengono che il ritorno del Mahdi sarà preceduto da segni inequivocabili. Vediamo di quali segni si tratta, perché questo ci porta al cuore del nostro problema. Il predecessore di Rohani, Ahmadinejad – che era un fanatico seguace di questa dottrina escatologica – ripeteva spesso che “quando il mondo sarà caduto nel caos e divamperà la guerra fra le razze umane” allora il ritorno del dodicesimo imam sarà vicino. Come è tipico dei movimenti apocalittici e come è inevitabile per una confessione religiosa che ha il carattere militante di cui dicevamo, non si tratta di attendere passivamente il compimento escatologico, ma occorre collaborare attivamente per accelerarlo, occorre favorire le condizioni che porteranno all’avvento del Mahdi. Vale a dire che bisogna alimentare il caos e la guerra fra i popoli. Ciò può non bastare, evidentemente, visto che disordine e guerra sono purtroppo elementi costanti della storia umana e, in particolare, di quella del Medio Oriente contemporaneo. E difatti Ahmadinejad e la corrente iraniana più direttamente legata a queste attese sapevano bene che tutte le previsioni passate su una imminente venuta del Mahdi sono state smentite. Oggi, però, si possono portare guerra e caos al livello definitivo, al punto di non ritorno. Come? E’ molto semplice: con l’arma atomica, con la minaccia atomica. Neanche questo, tuttavia, potrebbe bastare: nel mondo ci sono già parecchie potenze nucleari e almeno una di queste è anche islamica, benché a maggioranza sunnita – il Pakistan. Per produrre il “caos apocalittico” la bomba non bisogna solo costruirla, ma bisogna anche usarla, o almeno minacciare di usarla su una posizione nevralgica dell’assetto internazionale, un paese che una volta colpito o gravemente e seriamente minacciato, sarebbe costretto a ricorrere a tutta la sua forza e a tutte le sue relazioni per sopravvivere, innescando così, suo malgrado, quella spirale distruttiva che né il jihadismo, né la potenza iraniana possono da soli innescare; questo paese è Israele! Vedete, come i progetti nucleari iraniani e le minacce di distruzione di Israele acquistino, in questa luce, una portata ancora più inquietante.
Certo, l’Iran è mosso, sullo scenario mediorientale, anche e soprattutto da ordinari obiettivi politici di potenza ed interessi economici. Tuttavia, il presunto realismo politico non basta a interpretare e a spiegare tutto. Non spiega adeguatamente, ad esempio, l’accanimento contro Israele, con cui l’Iran – a differenza del mondo arabo - non ha nemmeno motivi territoriali di conflitto. Non si può pensare che le minacce ad Israele siano solo retorica propagandistica, tesa a guadagnare consensi nel mondo arabo, perché questi consensi l’Iran o li ha già, quando si tratta dell’islamismo arabo sciita o filo-sciita, in virtù della sua indiscussa leadership in questo campo, o non li potrà mai avere, quando si tratta dell’islamismo arabo sunnita che guarda all’Iran come ad una potenza eretica. Il legame con Hamas è motivato solo dall’interesse, da parte di Hamas, di uscire dall’isolamento. Ma quale è l’interesse dell’Iran? Perché finanziare ed armare un gruppo sunnita che, una volta conquistata la Palestina, perseguiterebbe non solo gli ebrei, ma gli stessi sciiti? Nella razionale partita a scacchi della geopolitica e dei contrapposti interessi economici Israele costituirebbe addirittura per l’Iran un vantaggioso alleato contro il principale antagonista regionale, che è lo schieramento arabo sunnita!  Lo scià di Persia, che non era ottenebrato dall’ideologia religiosa, questo lo aveva ben capito. Dunque, il “messianismo” apocalittico è, purtroppo, una chiave di lettura imprescindibile per decifrare la politica iraniana, una chiave di lettura che deve essere applicata anche alla presidenza Rohani, che sta perpetuando le dichiarazioni minacciose e ostili contro lo Stato ebraico del suo predecessore (nel giorno del suo insediamento ha marciato su una passerella che recava la scritta “morte ad Israele”). Si può, infine, pensare che solo settori limitatissimi della classe dirigente iraniana, espressione comunque di una millenaria civiltà, possano voler assecondare il progetto di un Olocausto nucleare. Questa autorassicurazione è però pericolosamente vicina a quella, tragicamente errata, che molti coltovarono nei confronti della Germania nazista: dovremmo sempre ricordare che l’orrore assoluto del Novecento non è nato in un paese barbarico, ma in una nazione che era al centro della civiltà.
Ma lasciamo il terreno della geopolitica e della politica estera e veniamo al punto, al momento più scottante, e più occultato durante questa visita di stato, che riguarda la sistematica violazione dei diritti umani da parte del regime degli ayatollah.
Il “moderato e riformatore” Rohani ha continuato a comminare la massima pena, come e anzi più del predecessore, il “folle” Ahmadinejad. Da quando è stato eletto 2227 sono state le condanne a morte eseguite (ma si tratta solo di quelle “ufficiali”, occorrerebbe aggiungere quelle “segrete” che riguardano soprattutto gli oppositori politici, i “desaparecidos” iraniani). Le condanne a morte nel 2015 sono state 980: il doppio rispetto all’Arabia Saudita, che pure è stata – giustamente – attaccata per le recenti esecuzioni. Come mai tanti generosi cavalieri dei diritti umani si mobilitano contro il regime saudita e si distraggono, invece, quando si tratta dell’Iran? Non sarà anche questo double standard condizionato dal vecchio vizio dell’antiamericanismo pregiudiziale?
Ma non basta ricordare le cifre delle condanne a morte in Iran, occorre sottolineare non solo la quantità, ma la orribile qualità di queste esecuzioni, che non riguardano, per la massima parte, dei pluriomicidi o dei responsabili di delitti particolarmente efferati. Riguardano, spesso, dei minori, come ha ricordato Amnesty International; riguardano donne accusate di adulterio e uccise per lapidazione (anche quando sono state violentate e non hanno commesso l’adulterio di loro volontà); riguardano omosessuali che hanno compiuto l’atto sessuale “completo” (per quello “parziale”, se si pentono, se la cavano con un centinaio di frustate) e si sono rifiutati di “cambiare sesso”; si tratta di persone accusate di blasfemia, offese al Corano e a Maometto.
Le autorità italiane e vaticane non hanno speso nemmeno una frase diplomaticamente obliqua o criptica per marcare una distanza rispetto a questo orrore, di fronte all’ospite in turbante. Ma soprattutto sconcerta e indigna l’assenza di quei soggetti “progressisti” in altre occasioni così sensibili. Dove sono finiti i tanti che un anno fa erano Charlie, mentre a via della Conciliazione sfilava con il suo nutrito seguito di auto blu il presidente di un regime che condanna la blasfemia con la pena di morte? Dove sono finiti tutti quelli che sono così attenti alle offese di ogni tipo ai minori quando avvengono in Occidente, dove sono finiti tutti quelli che si sono giustamente commossi per i bambini profughi annegati nel Mediterraneo, per il piccolo Aylan, mentre a Roma atterrava il capo di uno stato che manda sul patibolo i ragazzini anche per una bestemmia?
Dove sono le neo o post femministe che denunciano come “femminicidio” ogni assassinio di una donna commesso dal criminale occidentale di turno, che vigilano instancabili contro ogni manifestazione di violenza ai danni delle donne, censurando persino le presunte violenze “linguistiche” e cercando di obbligarci a dire la “ministra”, la “sindaca” e così via, mentre a Palazzo Chigi veniva ricevuto il presidente di quel regime che stabilisce, per legge, anche la grandezza delle pietre che servono a lapidare le adultere: né troppo grandi, per evitare che la vittima muoia subito, né troppo piccole, per risultare sufficientemente dolorose. Tacevano queste neo o post-femministe, forse perché avevano ancora la lingua intorpidita dal silenzio che si sono imposte sui sordidi fatti di Colonia.
Dove sono finite quelle centinaia di migliaia di manifestanti "arcobaleno" di sabato scorso, quelli che si indignano contro le gerarchie cattoliche, le “sentinelle in piedi” e i partecipanti tutti al “family day”, quelli che sputano l’accusa di “omofobia” contro chiunque osi mettere in discussione il “sacrosanto” diritto delle coppie gay all’adozione, mentre a Roma piombava il presidente di un paese che i gay li impicca per legge (islamica), attaccati alle gru? Nemmeno una piazzetta, neanche uno striscioncino arcobaleno o una mezza frase contro l’”omofobia” islamica?
Dove sono finiti, infine, tutti quelli che il giorno dopo avrebbero celebrato, commossi e partecipi, il giorno della Memoria, avrebbero ricordato gli ebrei sterminati nei campi di concentramento e accolto con fragorosi applausi il sopravvissuto di turno, tutti quelli che avrebbero citato come ogni anno il brano usato e abusato di “Questo è un uomo”? Perché non hanno usato nemmeno una parola di indignazione per l'indecente, sottomessa, deferente accoglienza riservata al boia Rouhani, capo di un regime che professa il negazionismo di stato sulla shoah, che annualmente indice un infame concorso che premia lautamente la “migliore” vignetta negazionista, che ha come obiettivo dichiarato la distruzione dello Stato ebraico e lo sterminio degli ebrei?
Non ci sono state manifestazioni di piazza, non ci sono stati cortei dei giovani dei centri sociali, non è stata bruciata la bandiera iraniana, come tante volte è stata invece bruciata la bandiera di Israele, ossia dell’unico stato democratico del Medio Oriente, l’unico paese che rispetta e tutela i diritti umani, l’unico paese dove l’emancipazione femminile è ai più alti standard mondiali e dove gli omosessuali sono al sicuro (anzi Tel Aviv pare sia una delle città più gay-friendly del mondo).
Gli unici a scendere in piazza sono stati i radicali di “Nessuno tocchi Caino” (onore a loro) e gli sparuti gruppi dell’emigrazione e della resistenza iraniani, lasciati vergognosamente soli. Fossero stati curdi del PKK avremmo invece visto tanti giovanotti con kefiah e bandiera rossa d’ordinanza…
Alla fine, l’ospite in turbante ha fatto la sua conferenza stampa, con domande preconfezionate, preventivamente sottoposte al suo entourage e approvate. Una pagina vergognosa del giornalismo nostrano, che solo uno dei presenti ha reso meno amara e ha riscattato con dignità e coraggio. Si tratta del giornalista di “Notizie ebraiche” il notiziario dell’Unione delle Comunità Ebraiche, Adam Smulevich, che alla fine ha rivolto a Rouhani la seguente domanda, in inglese: “Presidente, come pensa che possiamo avere fiducia nelle sue parole, nei suoi annunci propagandistici, nel fatto che oggi ‘a Roma splende il sole’, come ha detto poco fa, se il paese sotto la sua presidenza continua ad essere nelle prime posizioni delle classifiche mondiali della negazione dei diritti?”. Rouhani, a questo punto, ha alzato lo sguardo, frugando la sala con sguardo indispettito. I guardiani della rivoluzione erano pronti a scattare. Qualche secondo di tensione. Quindi il presidente ha abbandonato la sala, senza dare una risposta. Onore, dunque, ad Adam Smulevich: il suo gesto ha ricordato quello della grande Oriana Fallaci, che si tolse il velo dal capo dinanzi all’Ayatollah Khomeini.
E a proposito di veli imposti e autoimposti, l’autocensura ha avuto poi il suo risvolto grottesco, ridicolo, ma non per questo meno inquietante, con la vicenda delle statue dei Musei Capitolini, coperte in modo che le loro nudità non offendessero la sensibilità dell’ospite.
Qui, però, i deferenti autocensori hanno commesso un errore: non hanno previsto le reazioni nazionali e soprattutto internazionali (Le Monde, Le Figaro, Der Spiegel, il New York Times, il Guardian…la stampa estera ha fatto a gara per mettere alla berlina le autorità italiane). Ma prima che si potesse apprezzare la portata dell’autogoal e provare una goffa marcia indietro, uno degli intellettuali volenterosamente organici al “politically correct” si era già ingegnato a giustificare l’ingiustificabile. E’ accaduto su "Repubblica", organo di stampa del Min.pol.cor. (Ministero per il politicamente corretto), ove Tommaso Montanari ha scritto che coprire delle statue "in occasione della visita di un ospite che ne sarebbe ferito è un atto che si iscrive benissimo in quella stessa tolleranza, che è la parte migliore della nostra civiltà". Se Montanari, oltre che esperto di storia dell’arte, sapesse o ricordasse qualcosa anche della storia del pensiero filosofico, saprebbe anche che i maestri e i fondatori della moderna idea di tolleranza – da Locke a Voltaire – pongono dei precisi limiti alla tolleranza stessa, che non può estendersi agli intolleranti che hanno il potere e la capacità di sopprimerla. Da parte mia, aggiungo ciò che Locke e Voltaire certamente davano per scontato, ma che oggi scontato non è più: la tolleranza deve arrestarsi e incontra un limite anche di fronte alla stupidità.
Resta la domanda di fondo: perché? Molti hanno trovato risposte un po’ sbrigative: tutto risalirebbe alla mole di affari che si spera di poter concludere con l’Iran (per un ammontare di almeno 17 miliardi di euro, a quanto pare) ed anche al servilismo, “tara” congenita dell’italica costituzione. Il più brillante tra quelli che hanno percorso questa seconda pista è stato forse Massimo Gramellini: i “geni del cerimoniale” che hanno inscatolato le sculture sono “i degni eredi di un certo modo di essere italiani: senza dignità. Quella vocazione a trattare l’ospite come fosse un padrone. A fare i tedeschi con i tedeschi, gli iraniani, con gli iraniani, gli esquimesi con gli esquimesi. A chiamare “rispetto” la smania tipica dei servi di compiacere chi li spaventa e si accingono a fregare. Su questa tradizione, figlia di mille invasioni e battaglie perdute anche con la propria coscienza, si innesta il tema modernissimo del comportamento asimmetrico con gli stati musulmani”.
Tutto ciò è molto vero e giusto, ma non spiega tutto e, probabilmente, non spiega l’essenziale. Se solo si ricordasse ciò che è avvenuto poche settimane fa a Colonia, se solo si associassero le due vicende, salterebbero certe facili soluzioni. Anche in quel caso la nuda verità è stata coperta da veli non pietosi, ma indecenti e anche in quel caso si è palesato un comportamento “asimmetrico” con i musulmani, ma lì non si aveva a che fare con un potente capo di stato che portava con sé la promessa di investimenti e commesse, ma con un’orda di immigrati misogeni e violenti, i quali, peraltro, non erano neanche ospiti nostri, ma della Germania.
Il double standard, il comportamento asimmetrico, come lo chiama Gramellini,  emerge in realtà ogni volta che si ha a che fare con l’islam e, preferibilmente, proprio con l’islam più violento e intollerante. E allora la mia tesi è che si ha tanto pudore a denunciare i vizi di questo mondo islamico perché sono i vizi che certo mondo occidentale ama ancora, ancora sente suoi e ai quali però non si può più abbandonare, non apertamente, almeno; i vizi che è costretto a mascherare spesso dietro le virtù contrarie, così ostentate, così prepotentemente imposte sulla scena pubblica che finiscono per assomigliare, quelle virtù, proprio ai vizi che vorrebbero condannare, ma solo a corrente alternata, e dai quali in realtà sono alimentate. Un mondo occidentale che quindi, simpatizza, consapevolmente o inconsapevolmente, con l’islam più retrivo. Questo inquietante mondo occidentale non è quello dichiaratamente conservatore o reazionario, ma è proprio quello sedicente progressista. Il mondo degli intolleranti che hanno dovuto vestire, per restare nella mainstream, la maschera della tolleranza, dei violenti che hanno dovuto indossare l’abito della mansuetudine, dei bigotti che hanno dovuto mettersi il cappello dell’apertura mentale. Da noi è quel mondo che una volta si chiamava, non senza efficacia, “catto-comunista”, che è uscito indenne e anzi trionfante dallo sfascio della prima repubblica. Ambienti eredi dello stalinismo da un  lato, dell’Inquisizione cattolica dall’altro, che prima si sono affratellati tra loro per affinità elettive, e ora percepiscono l’irresistibile richiamo di tali affinità elettive anche con l’islam, che in fondo è nel mondo odierno l’ultimo rifugio degli intolleranti.
Non potendo più usare gli strumenti diretti e più brutali, ma almeno sinceri, della repressione, costoro – e veniamo al punto di partenza che è anche quello centrale nel nostro discorso – usano l’arma dell’autocensura. Un’arma rivolta contro se stessi, contro la tentazione di tornare a palesare le proprie più autentiche inclinazioni, ma soprattutto contro gli altri. Contro tutti coloro che osano avanzare una critica, anche sotto forma di semplice perplessità, di punto di domanda, di questione aperta, al pensiero politicamente corretto dominante. In modo da spingerli all’autocensura – strumento principe di ogni totalitarismo soft – non tanto per il timore della condanna esplicita, che raramente avviene, ma per evitare l’isolamento, l’emarginazione, l’esclusione, che colpisce ogni voce realmente, fastidiosamente critica, proprio ad opera di coloro che si mostrano così ipocritamente “inclusivi” e dialoganti, nella loro esibita e artefatta immagine pubblica.
Un’epoca di barbarie è questa, come dice giustamente una cara amica, barbarie alla quale contribuiscono anche molti che sono in buona fede. E questo è il peggio, perché è su quelli in buona fede che si sono sempre retti i regimi barbarici, i peggiori dispotismi; quelli in malafede, da soli, non ce la potrebbero mai fare.
Il Signore ci guardi, allora, dalla intolleranza dei finti tolleranti, dalla violenza dei finti mansueti, e ci consenta innanzitutto di riconoscerli, di percepire sempre il tanfo del bigottismo, che cercano di coprire con una spruzzata di profumo liberal.




sabato 16 gennaio 2016

I MIGRANTI "ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA"



Vorrei partire da un commento alla più stretta attualità per poi cercare di fare una riflessione un po’ più profonda e arrivare a qualche problema strutturale. Ha fatto clamore, nei giorni scorsi, la pubblicazione sul sito gay. it di nomi e facce dei parlamentari del PD - cosiddetti catto-dem - contrari alle adozioni per le coppie omosessuali.  Si e’ parlato di “liste di proscrizione” e addirittura di un’ azione “squadristica”. Io credo che si sia trattato,  invece, di una sorta di azione lobbystica, condotta forse in forma alquanto brutale. Infatti, se si trattasse soltanto del tema delle unioni civili si dovrebbe parlare di una sacrosanta battaglia per i diritti, ma visto che la questione che divide, a quanto pare, è solo quella specifica delle adozioni in una coppia omosessuale, mi pare invece più corretto parlare appunto di una azione lobbistica. Il  problema è che riconoscere che, almeno in certi casi, le associazioni gay funzionano come una lobby porterebbe piu’ chiarezza nel dibattito pubblico, ma avrebbe un prezzo: significherebbe riconoscere che esse agiscono, in quei casi specifici, come portatrici di legittimi interessi e di un  legittimo punto di vista, ma non come soggetti protagonisti di lotte per i diritti o addirittura di "battaglie di civiltà" e di azioni rivolte al trionfo dell’amore cristiano. E significherebbe riconoscere che chi invece ha un altro punto di vista, non è necessariamente afflitto dal terribile morbo dell’omofobia, tantomeno si colloca fuori dalla civiltà e dalla legge dell’amore cristiano, ma ritiene che vadano considerati altri legittimi interessi, come quelli del bambino, questione la cui soluzione non è scontata, ma neanche può essere così sbrigativa come vorrebbero i fautori senza se e senza ma delle adozioni.
Ma vi è un’altra questione che è adombrata dalla iniziativa di gay.it.  Essa lascia trasparire ancora una volta, a pochi giorni dalle reazioni e dalle non-reazioni ai fatti di Colonia, le stridenti contraddizioni del fronte “progressista”. Vista, infatti, la nuova legge sul diritto di cittadinanza fortemente voluta da quei settori "progressisti" che sostengono anche le adozioni gay, visto che tale legge nei prossimi anni potrebbe dare diritto di voto a centinaia di migliaia di islamici, divenuti cittadini italiani, il sito gay.it dovrà prepararsi a pubblicare liste più numerose, che comprenderanno accanto agli attuali deputati di tendenza "catto-dem", nuovi deputati "islam-dem", probabilmente non favorevoli ai "diritti gay" ( e contrari anche ad altri diritti cari non solo ai progressisti, ma a qualsiasi buon cittadino occidentale).

La contraddizione sul terreno dei diritti è già emersa, ma è destinata a divenire esplosiva, salvo casi gravi, ma ancora episodici, solo nei prossimi anni. Vi è invece una contraddizione sul terreno economico-sociale che è già dirompente e riguarda gli effetti della massiccia ondata migratoria sulle condizioni del lavoro e dei lavoratori autoctoni. La sinistra, in tutte le sue articolazioni, ha sbrigativamente liquidato il problema, trattandolo come una mera mistificazione delle destre xenofobe. E ha contrapposto al rozzo slogan di queste ultime – che però fa molta presa sulla popolazione - “gli immigrati tolgono il lavoro agli italiani”, slogan altrettanto stolti, tipo “gli immigrati fanno i lavori che gli italiani si rifiutano di fare”, “gli immigrati rappresentano una risorsa per il nostro futuro”. Una risorsa lo sono certamente, ma per chi?
Sono anni che con profondo sconcerto noto che nessuno o quasi degli “intellettuali” progressisti ricorda certe fondamentali categorie del pensiero marxiano, che sarebbero invece utilissime oggi a dare una corretta lettura “da sinistra” del fenomeno dell’immigrazione e a progettare una politica coerente. Per esempio, la formidabile categoria di “esercito industriale di riserva”. Marx ne parla nel I libro del Capitale, riferendosi ai disoccupati. La disoccupazione, dice Marx in sostanza, non è un incidente di percorso dell’economia capitalistica e non è nemmeno legata alle crisi congiunturali, sebbene ovviamente sia più elevata in queste crisi, ma è un elemento strutturale dell’economia capitalistica. Il capitalista, infatti, deve investire il suo capitale sia in forza-lavoro – i salari pagati agli operai – sia in macchine, attrezzature tecnologiche, e oggi anche pubblicità, spese di marketing, ecc.. Il primo, secondo la definizione già data da David Ricardo, è il “capitale variabile”, il secondo è il “capitale fisso”. Ora mentre il capitalista può anche diminuire la spesa in capitale variabile, ossia la quota salari, mentre può trovare, ad esempio, aree del mondo ove il costo del lavoro è inferiore e l’investimento più conveniente, può far poco per diminuire la quota di capitale fisso, che invece tende immancabilmente a salire. Se un capitalista investisse di meno in macchinari, attrezzature o pubblicità sarebbe schiacciato dalla concorrenza. Dunque il capitale fisso non può che crescere. Ma se cresce il capitale fisso investito, diminuisce proporzionalmente il profitto del capitalista, perché aumentano i costi di produzione. Come se ne esce? In teoria è molto semplice, agendo sull’altra quota di capitale investito, il cosiddetto capitale mobile, la retribuzione dei lavoratori. Ovviamente non è facile convincere i lavoratori ad accontentarsi di salari più bassi, ma la disoccupazione è un efficace strumento di compressione dei salari. Marx definisce, infatti, i disoccupati “esercito industriale di riserva”, perché la loro semplice presenza fornisce ai capitalisti una formidabile arma nella lotta di classe contro i lavoratori, un’arma che consente di tener bassi i livelli salariali, sia con una sorta di ricatto psicologico (detto semplicemente: “sappiate che se protestate per avere salari più alti, potreste essere licenziati e allora assumerò quelli che sono disoccupati che certamente pur di lavorare si accontenteranno di essere pagati di meno”), sia, soprattutto, per una elementare legge dell’economia di mercato, che è la legge della domanda e dell’offerta. Dato che il lavoro è ridotto a merce, il suo valore – a cui corrisponde, in parte, il salario del lavoratore – tende a diminuire quando l’offerta supera la domanda, come avviene per ogni altra merce. E questa è appunto la condizione che si crea sul mercato del lavoro quando vi è una diffusa disoccupazione.
Se Marx fosse ancora vivo, capirebbe immediatamente che il sistema capitalistico è divenuto molto più complesso e che gli strumenti adottati dai capitalisti per tenere alti i profitti sono oggi più raffinati. Capirebbe immediatamente che dell’esercito industriale di riserva, oggi, non fanno più parte soltanto i disoccupati, ma anche le varie tipologie di lavoratori precari e i lavoratori “in nero”. La funzione di questo lavoro precario e in nero che si unisce all’esercito dei disoccupati veri e propri è però sempre la stessa: comprimere i salari dei lavoratori e con i salari anche diritti e garanzie (che per il capitalista hanno sempre un “costo”). Ora, il mio sconcerto è che nessuno o quasi si ricordi di questa analisi marxiana e capisca che gli immigrati vanno esattamente ad accrescere l’odierno esercito industriale di riserva, ponendosi oggettivamente in conflitto con gli altri lavoratori, non perché “rubano” loro il lavoro, ma perché, ovviamente loro malgrado, danno ulteriore forza alla parte che è già più forte nel conflitto sociale.
Ho detto quasi nessuno, perché finalmente ho trovato di recente un paio di eccezioni. Uno che si è ricordato dell’”esercito industriale di riserva” è l’antipaticissimo Diego Fusaro, filosofo da talk show, che tuttavia qualche libro l’ha letto e l’ha capito pure.
“L’esercito industriale di riserva dei migranti”, ha scritto Fusaro in ottobre, sul “Fatto quotidiano” “rappresenta un immenso bacino di manodopera a buon mercato, peraltro estranea alla tradizione della lotta di classe: permette di esercitare una radicale pressione al ribasso sui salari dei lavoratori, spezza l’unità – ove essa ancora sussista – nel movimento operaio e, ancora, consente ai padroni di sottrarsi ai crescenti obblighi di diritto al lavoro”. Per questo, “nella sua logica generale, l’immigrazione è oggi promossa strutturalmente dal capitale e difesa sovrastrutturalmente dalla “retorica del migrante” propria del pensiero unico”.
Perfetto, direi!
E con sintesi altrettanto lucida ed efficace, Fusaro coglie il motivo di fondo per cui, al di là della disorganizzazione, dell’incuria, dell’incompetenza, risulta così difficile trasformare l’accoglienza in integrazione: “il capitale non mira a integrare i migranti, aspira, invece, a disintegrare, tramite i migranti, i non-migranti, riducendo anche questi ultimi al rango dei primi”.
La retorica dell’accoglienza pura e semplice è quindi funzionale allo sfruttamento, tanto dei migranti che dei lavoratori autoctoni.
L’articolo di Fusaro, che in altri tempi avrebbe quantomeno suscitato un po’ di dibattito, è purtroppo caduto nel vuoto, nessuno, che io sappia, ha ripreso le sue tesi (magari per contestarle con argomentazioni!), eccetto un interessante sito, denominato “la via culturale al socialismo” . Ecco cosa si legge, tra l’altro, su queste pagine:

“Non sentiamo parlare mai di “competizione fra lavoratori” o “esercito industriale di riserva”, eppure queste categorie marxiane sarebbero utilissime per capire molti fenomeni, Marx infatti aveva capito che quel processo che noi oggi chiamiamo globalizzazione e che lui chiama fraternità universale, era in realtà “lo sfruttamento giunto al suo stadio internazionale.

Ma la sinistra odierna è troppo impegnata a scrivere post contro Salvini o a festeggiare Tsipras e le unioni civili della Grecia, scollandosi completamente dalla base storica del suo elettorato, non vedendo che queste politiche di accoglienza indiscriminata provocano solo una deregolamentazione del mercato del lavoro, il proliferare del caporalato nel Sud e una competitività sleale che va ad alimentare una inutile guerra tra poveri.
L'imperativo categorico della sinistra italiana”, conclude l’articolo,  “diventa l'accoglienza totalitaria, con la scusa che dobbiamo accogliere perché il multiculturalismo fa bene, quando invece limitare e regolare l’immigrazione dovrebbe essere il compito di qualsiasi forza che voglia rappresentare e portare avanti gli interessi delle classi popolari, le quali del resto chiedono delle regole a gran voce e sempre più insistentemente”.

Ovviamente, neanche questo articolo, che pochissimi leggeranno, sveglierà la sinistra dal suo coma culturale. Si continuerà a spacciare la politica dell’accoglienza pura e semplice per politica “di sinistra”, laddove essa è precisamente l’opposto: una politica funzionale agli interessi dei più ricchi e dei più forti e contraria a quelli dei lavoratori, siano migranti o cittadini italiani. Si continuerà a confondere il piano etico con quello politico, senza comprendere che se è doveroso per un singolo o per una chiesa, quando ne hanno la possibilità, soccorrere chi arriva in condizioni di bisogno nel nostro paese e fuggendo, se non sempre dalla guerra, perlomeno da condizioni di miseria, ben altra cosa è trasformare il dovere etico dell’accoglienza in una politica. La politica non deve essere certo svincolata dall’etica, per quanto mi riguarda, ma deve essere solidamente agganciata ad un’etica della responsabilità, ad un’etica, cioè, che si preoccupa delle conseguenze delle proprie azioni e non solo delle conseguenze immediate e particolari ma di quelle generali e a medio o lungo termine. In altre parole, se io singolo individuo, associazione o chiesa aiuto un migrante bisognoso il mio gesto soddisfa sia l’etica dei principi che quella della responsabilità ed è un gesto encomiabile. Ma se un governo, o lo stesso singolo cittadino quando esprime un’opinione politica, o la stessa chiesa, quando passa dal livello della diaconia all’intervento nel dibattito pubblico, sostengono come politica l’accoglienza senza se e senza ma, l’accoglienza che non si traduce in integrazione, seguono allora un’etica dei principi che nella sua astrattezza si scontra catastroficamente con l’etica della responsabilità. Lasciando così alla destra peggiore la denuncia di un problema che i lavoratori, senza certo bisogno di leggere e conoscere Marx, avvertono sulla propria pelle e che non deriva da nessun pregiudizio razziale, da nessuna ossessione xenofoba, ma dalle crude leggi del mercato e dell’economia. Sarà allora solo questa destra, ed è già in parte questa destra, a fornire ai lavoratori una chiave di lettura e una presunta soluzione al problema.
Hanno quindi proprio ragione quelli di “la via culturale al socialismo” (ai quali peraltro non affiderei mai il governo del paese, questo sia chiaro, dato che in quel caso la loro via culturale si trasformerebbe immancabilmente in una via già tristemente sperimentata), quando scrivono che “la verita è che la sinistra se ne frega dei lavoratori perché non è fatta di lavoratori, ma è fatta di benestanti radical chic, hipster, luminari da circolo ricreativo e poco altro, impantanata tra la retorica del “buon migrante” e del "fascioleghista", novelli Cappuccetto Rosso e lupo cattivo”.