venerdì 20 novembre 2015

STATO ISLAMICO TOTALITARIO



Se si vuole veramente contrastare la tragica offensiva terroristica, occorre partire da una corretta analisi del fenomeno Isis: è una verità tanto elementare che fa specie doverla ricordare. Chi non è interessato ad analizzare un fenomeno, evidentemente non è neanche veramente interessato a combatterlo e, quando si tratta di una realtà così barbarica e criminale,  rischia anche, più o meno involontariamente, di rendersene complice o comunque di facilitarne il gioco. L’idea ad esempio, così diffusa in certi settori dell’opinione pubblica occidentale,  che l’offensiva terroristica sia in fondo una reazione a soprusi subiti in varia forma e in vari momenti dal mondo occidentale rafforza la convinzione delle reclute jihadiste di star conducendo una guerra santa difensiva, in quanto tale legittimata dal loro libro sacro. Il Corano, infatti, prescrive di attaccare solo se si viene attaccati. E’ così che tanti occidentali contribuiscono alla legittimazione dei terroristi, anche se amano definirsi pacifisti.
In questo abbozzo di analisi ci serviremo delle fonti finora più informate e attendibili. Non meraviglierà il fatto che si tratta essenzialmente di giornalisti che ancora si preoccupano, a loro rischio e pericolo, di osservare direttamente la realtà di cui scrivono e non si accontentano di attingere notizie in rete. Mi riferisco, innanzitutto, fra i libri facilmente accessibili, a quelli scritti negli ultimi mesi da Patrick Cockburn, Maurizio Molinari e Domenico Quirico.
Tanto per cominciare a impostare un’analisi corretta, occorre dire che l’Isis non va considerato un “sedicente stato”,  ma uno stato a pieno titolo. Semplificando al massimo il discorso, si può dire che il Califfato esercita tutte quelle funzioni e ha tutte quelle prerogative che definiscono lo Stato. Innanzitutto, nei territori che controlla, ha il monopolio dell’uso della forza, sia attraverso un vero e proprio esercito, ormai fornito anche di carri armati, artiglieria pesante e missili, sia attraverso una forza di polizia, la polizia religiosa detta Al-Hesbah . Questa prerogativa essenziale della statualità – il monopolio dell’uso della forza - appartiene, anzi, all’Isis molto più che ai regimi iracheno ed afghano, al governo siriano di Assad e a quelli libici di Tripoli e Tobruk.
L’Isis ha un’amministrazione, una struttura burocratica, a quanto pare più efficiente di quella dei regimi suddetti: non appena conquista un territorio – ad esempio l’importante città di Mosul – l’Isis ripristina i servizi essenziali – di solito devastati dalla guerra: l’elettricità, gli acquedotti, i servizi postali, la scuola, i servizi sanitari (vaccinazione obbligatoria dei bambini). In tal senso, è uno Stato, con elementi anche di Welfare State. Questa amministrazione tra l’altro emana bandi ed editti pubblici, emette documenti, lasciapassare e passaporti.
Lo Stato islamico batte moneta e riscuote le tasse. Tra queste ultime  la jizya, l’imposta a cui sono sottoposti coloro che vivono in regimi di dhimmi, ossia i cristiani che rifiutano di convertirsi, o almeno i sopravvissuti alle stragi.
Lo Stato islamico ha ovviamente una legge, la legge coranica o sharia, ha dei tribunali e un sistema penale. E su questo ci torneremo parlando tra poco del carattere totalitario di questa organizzazione statale.
Naturalmente, lo Stato islamico, attraverso questi strumenti, ha il pieno controllo di un territorio: non è come molti si ostinano a credere una entità evanescente che si concretizza solo nel web e nelle diverse cellule terroristiche sparse nel mondo. Lo Stato islamico non è Al-Qaeda, è profondamente diverso da Al Qaeda proprio perché non è una organizzazione terroristica clandestina, ma uno stato. Continuare ad ignorare questa differenza significa, come ha detto Quirico con la sua efficace battuta, scambiare il gatto con il serpente ed esporsi al morso velenoso di quest’ultimo.
Alcuni forse sono riluttanti ad attribuire all’Isis la piena valenza di stato a causa della discontinuità territoriale. Questa discontinuità è reale e si è persino accentuata ultimamente, proprio perché purtroppo lo Stato islamico si è diffuso. Oggi non si può parlare di un’entità che controlla solo una fascia di territorio, pur essa peraltro alquanto frammentata, a cavallo fra la Siria e l’Iraq, in quanto almeno altre due regioni sono cadute nelle mani dell’Isis: una parte della Libia, con la città di Sirte, e gran parte del Sinai. Poi ci sono le “filiali” dell’Isis nel mondo, tra cui la ben nota Boko Haram in Nigeria e ora anche l’organizzazione islamista del Mali. Ebbene, la discontinuità e la frammentazione del territorio non sono affatto elementi escludenti la piena statualità. Mi limito a citare due esempi di istituzioni politiche a cui nessuno negherebbe il pieno riconoscimento di stato: sono la maggiore potenza economica dell’età medioevale e la maggiore potenza economica moderna, Venezia e l’Impero Britannico. Nell’uno e nell’altro caso ci troviamo di fronte a un territorio non compatto. Nei documenti veneziani del tempo, la Repubblica di San Marco viene spessa chiamata stato da mar, in quanto l’elemento di continuità del suo territorio – formato da isole, porti, mercati, città costiere - era dato proprio dal mare, piuttosto che dalla terraferma. L’impero britannico giunse poi a controllare – direttamente o meno – circa un terzo delle terre emerse sull’intero pianeta, con una interruzione di continuità fra le sue singole parti e fra queste e la Madrepatria che, come tutti sappiamo, è un’isola. A veneziani e inglesi bastò il controllo dei mari per mantenere la coesione dei loro stati. Per lo Stato islamico e nei tempi attuali nemmeno questo è indispensabile: basta l’uso adeguato del web.
Riconoscere la dimensione statuale dell’Isis è essenziale, ma non basta ancora. Occorre capire la natura schiettamente totalitaria di questo stato. Le parole non andrebbero mai usate a caso e soprattutto quando ci si sforza di orientarsi in questioni così drammatiche, dovrebbe essere obbligatorio l’uso responsabile e quindi appropriato del linguaggio. E’ preoccupante che proprio coloro che sono pronti ad usare con tanta leggerezza, e in modo così volgarmente infondato ed eticamente indecente, termini tragicamente impegnativi come “genocidio” e “nazismo” (o “fascismo”), quando si tratta degli USA o di Israele, siano poi così riluttanti a usare i termini giusti, quando invece si tratta dell’islamismo. La definizione di Stato totalitario islamico appartiene, invece, a mio avviso, proprio ad un uso responsabile del linguaggio.
Nella vasta letteratura sul totalitarismo, spicca il saggio ormai classico di Adorno e Brzezinski, Totalitarian Dictatorship and Autocracy. Per i due studiosi punto chiave è la conquista del “consenso”  (elemento messo in evidenza già nell’altro studio classico sul tema, il volume di Hanna Arendt su Le origini del totalitarismo). I regimi totalitari contemporanei, infatti, si differenziano dai regimi autoritari tradizionali o dalle monarchie assolute di un tempo o da altre forme di dittature e dispotismi proprio perché si fondano sulla ricerca sistematica del consenso e sul suo mantenimento. Non si accontentano di imporre determinati comportamenti e di vietarne altri, di controllare e di reprimere la circolazione delle idee, ma vogliono l’attivo coinvolgimento delle masse, la loro mobilitazione: hanno un obiettivo molto più ambizioso di quello delle comuni dittature perché vogliono conquistare il cuore e le coscienze delle persone. Lo Stato islamico fa proprio questo: non bisogna credere che appena conquistato un territorio i miliziani dell’Isis facciano prima di tutto stragi e violenze, promulghino la sharia e terrorizzino la popolazione. Tutto questo accade, ma come ha scritto Molinari è in fondo la seconda cosa che accade. La prima è quella a cui già accennavamo: il ripristino dei servizi essenziali, di forme di assistenza per i bisognosi (tetto massimo per gli affitti, finanziamenti per le prime case), la vaccinazione dei bambini e la creazione di scuole di regime. Tutto ciò tende appunto a conquistare un consenso. Lo stesso terrore, come vedremo, prima ancora di essere uno strumento di guerra e di repressione violenta o di vendetta, è uno strumento di proselitismo e di consenso, per quanto ciò possa suonare strano e anche atroce alle nostre educate orecchie.
Ma lasciamo da parte per il momento il tema del consenso e andiamo a verificare se, in base alla tipologia delineata nello studio di Adorno e Brzezinski, lo Stato islamico si possa o meno definire uno stato “totalitario”. Secondo i due studiosi, sei sono le caratteristiche fondamentali di uno stato totalitario:
1)     Un’ideologia ufficiale che abbraccia tutti gli aspetti dell’esistenza, che fornisce risposte e soluzioni ad ogni questione, un’ideologia, appunto, totalizzante. L’ideologia si fonda sul pensiero di uno o più autori e si trova esposta in uno o più testi fondamentali di riferimento. Questa ideologia è inoltre orientata verso uno stadio finale e perfetto, ha quindi una portata escatologica e si propone tipicamente la costruzione di un “uomo nuovo”.
2)     Un partito unico di massa guidato tipicamente da un uomo solo, che esercita una leadership carismatica (anche carismatica). Questo partito è formato da una percentuale relativamente piccola della popolazione.
3)     Un sistema di terrore, sia fisico che psichico, esercitato sia attraverso la polizia che attraverso la pressione sociale e diretto verso i nemici del regime e dell’ideologia, non solo singolarmente, ma anche spesso come classi o gruppi di individui.
4)     Un monopolio dei mass-media
5)     Un monopolio delle armi e degli strumenti di offesa
6)     Un controllo centralizzato e pianificato dell’economia.
Ebbene, lo Stato islamico possiede pienamente tutte e sei queste caratteristiche. A quanto già detto, basterà aggiungere poche note delucidative.
1)     L’ideologia totalizzante è ovviamente l’islamismo, il libro di riferimento è il Corano, l’autore, almeno nelle pretese degli adepti, è un personaggio un po’ più importante di Marx, Lenin o Hitler, dato che si tratta di Allah in persona. Il progetto di costruzione dell’uomo nuovo, in questo caso del “musulmano nuovo”, contrapposto al musulmano corrotto dei regimi arabi cosiddetti moderati, è tipicamente presente nella cura dell’istruzione dei fanciulli che è molto spiccata nello Stato islamico. Istruzione scolastica, con una riorganizzazione e un rigido controllo dei programmi di studio, che ha portato all’eliminazione di materie “degenerate” come la filosofia, l’arte e la musica, alla riscrittura dei programmi di storia, ma anche alla cura per le discipline scientifiche e per lo studio dell’inglese. Istruzione militare e istruzione alla jihad, come documentano certi abominevoli filmati diffusi via web.
L’importanza di questo primo punto porta già alla corretta definizione dell’Isis: non solo stato, non solo stato totalitario, ma stato totalitario islamico.
2)     L’organizzazione jihadista segue i modello dei partiti di massa occidentali e, all’estero, delle organizzazioni politiche clandestine. Va notato che la lettura dello studio di Adorno e Brzezinski demolisce la stolta argomentazione di tanti, secondo cui il numero esiguo dei veri e propri jihadisti rispetto alla grande maggioranza dei musulmani che jihadisti non sono dimostrerebbe la scarsa consistenza del fenomeno e il carattere pacifico della religione islamica e della quasi totalità dei suoi fedeli. Ebbene, anche nella Germania nazista o nell’URSS di Stalin, i militanti e gli attivisti di partito erano in numero esiguo rispetto alla totalità degli abitanti, ma nessuno storico, anzi nessuna persona di buon senso, ne dedurrebbe l’irrilevanza del nazismo o dello stalinismo e l’estraneità o addirittura la refrattarietà della gran parte dei tedeschi e dei russi dell’epoca all’ideologia nazista o comunista. Il punto centrale è quindi quello del consenso all’organizzazione militante e non quello della sua consistenza numerica.
Il capo unico con funzione anche carismatica è il Califfo Al-Baghdadi – ritorneremo sulla straordinaria importanza nel mondo musulmano del ripristino di questa storica istituzione – ma può essere considerato anche il Profeta o Allah stesso, trattandosi di uno stato totalitario teocratico. Restando sulla figura del neo-proclamato califfo, va sottolineato come sia pericoloso ritenerlo un rozzo e fanatico esaltato. L’operazione di proclamazione del califfato è politicamente sapiente e rivela persino  un uso raffinato della simbologia. Il califfo, che sceglie di chiamarsi Ibrahim Abu Bakr Al-Baghdadi, usa innanzitutto il nome di Abramo, con un voluto e significativo riferimento alle origini e alle radici dell’Islam, in funzione di legittimazione del suo potere. In secondo luogo, il nome Abu Bakr, che è quello del successore di Maometto e infine Al-Baghdadi, che fa riferimento non solo al radicamento iracheno, ma anche alla capitale del califfato nel periodo più splendido della sua storia.
3)     Il sistema di terrore instaurato dallo Stato islamico dovrebbe essere noto a tutti. E’ però opportuno fornire qualche dettaglio. Esemplare è il caso degli hudud, le “punizioni coraniche”, che si trasformano in eventi pubblici, con la popolazione civile, bambini compresi, che assiste riunita in grandi cerchi all’umiliazione delle vittime e all’esecuzione delle condanne. Qualche norma penale: il reato di blasfemia è punito con la morte; l’adultera sposata è uccisa tramite lapidazione; l’omosessualità – cosa da segnalare a quegli omofili occidentali prontissimi a condannare l’imperialismo americano o israeliano e così timidi nella condanna dell’islamismo – è ugualmente punita con la morte. Ai ladri viene amputata la mano, mentre 60 frustrate sono comminate per il consumo di alcol. La corruzione è punita con il taglio di mano e piede sui lati opposti. Un fatto che non si è abbastanza sottolineato è la reintroduzione della schiavitù, per le donne delle popolazioni sottomesse (gli uomini vengono semplicemente soppressi).
Le categorie di popolazioni colpite e sistematicamente sterminate, come gli ebrei o i kulaki di un tempo, sono gli sciiti e gli yazidi, ritenuti “eretici” i primi, “idolatri” i secondi. Anche in questo risalta una differenza con Al Qaeda: Bin Laden, per motivi di strategia politica, evitò di autorizzare stragi di sciiti.
4)     5) e 6) Non mi sembrano necessarie ulteriori delucidazioni su questi punti, che sono più che evidenti. Vale la pena di sottolineare che il controllo dell’economia significa controllo  di quelle che al momento sembrano i tre fattori fondamentali della ricchezza dell’Isis: i giacimenti petroliferi, il mercato dei tesori artistici e archeologici, i finanziamenti provenienti da altri paesi arabi (soprattutto Arabia Saudita e Qatar). E’ chiaro che l’economia per l’Isis è un mezzo e non è assolutamente un fine, cosa che sembra invece non entrare mai nella testa di tanti occidentali che valutano con il metro di misura della società capitalistica occidentale qualunque altra società e qualunque regime. Del resto, anche nei totalitarismi europei, l’economia era assolutamente un mezzo.
Ecco, tanto si è detto per ricominciare a restituire il loro giusto nome alle cose e, parafrasando Quirico, per non chiamare “gatto”, la tigre.
So bene, peraltro, che queste note, se anche le leggessero, non convincerebbero quelli del partito “la religione non c’entra”. Sono convinto che molte persone persino di fronte a un jihadista che - Dio non voglia - si appresta a sgozzarle al grido di "Allah u' akbar" penserebbero fino all'ultimo istante che la religione non c'entra, che i veri motivi sono economici, che la colpa è delle politiche occidentali. Un po' come Don Ferrante che nei Promessi Sposi, nel suo delirio ideologico, nega la peste, nega il contagio, non prende nessuna precauzione e muore "eroicamente", prendendosela con le congiunture astrali sfavorevoli.
Altri, poi continueranno imperterriti a denunciare il “vero” pericolo, che a loro avviso non è tanto il jihadismo, ma l”islamofobia”. Ci si è messo pure il Corriere della Sera, che ha pubblicato un sondaggio davvero sorprendente: udite! Dopo l'attacco alle torri gemelle pare sia aumentato notevolmente il numero degli americani con un'opinione sfavorevole sui musulmani e, fatto ancor più sorprendente, pare che in Francia stia accadendom ora la stessa cosa! Questo strano fenomeno, così imprevedibile, il giornale più diffuso d'Italia lo definisce "islamofobia". È come se dopo la strage di Marzabotto qualcuno avesse registrato un aumento delle opinioni negative sui tedeschi parlando di un fenomeno di "germanofobia"!
Tant’è: il Signore acceca quelli che vuole perdere.

martedì 17 novembre 2015

LO STATO ISLAMICO: "I SERPENTI NON SONO GATTI"



Prima di passare al tema centrale di questa serie di interventi - che è quello delle reali responsabilità dell’Occidente di fronte alla barbarie islamista, ossia dell’assenza di una seria analisi del fenomeno e, conseguentemente, di una efficace risposta culturale, politica e militare - restiamo ancora un momento sul motivo delle presunte e immaginarie colpe dell’Occidente, motivo che già è stato in parte affrontato nel precedente articolo. 
Uno dei luoghi comuni più diffusi vede nel jihadismo la reazione – addirittura comprensibile, se non giustificabile per alcuni! – alle guerre e alle occupazioni militari degli USA e dei loro alleati. "Le guerre chiamano altre guerre", urlano i Giulietto Chiesa e i Gino Strada, con uno slogan certamente di facile presa, ma di discutibile fondatezza storica. Abbiamo già sottolineato la debolezza logico-epistemologica di questo argomento, ma occorre insistere ancora sulla grande ignoranza storica che manifesta chi lo fa proprio. La serie delle guerre a cui si fa riferimento sono di solito quelle di Bush figlio, all’indomani dell’attacco alle Torri gemelle nel 2001. I meglio informati retrocedono fino alla prima guerra del Golfo, voluta da Bush padre nel 1991, che sarebbe poi la causa dello stesso attentato dell’11 settembre. L’esplosione del fondamentalismo islamista sarebbe quindi un fenomeno relativamente recente, se esso fosse una risposta a queste guerre. Ciò è totalmente falso. L’evento cardine, nell’ascesa del fondamentalismo islamico, è la rivoluzione khomeinista in Iran ed è del 1979. Evidentemente, non può essere una risposta a guerre che erano ancora molto di là da venire. Nel 1979 gli USA subivano ancora il trauma storico della guerra del Vietnam, che ancora per lungo tempo li avrebbe indotti a rinunciare a spedizioni militari nel mondo, e, dal 1976, erano sotto l’amministrazione Carter, protagonista di quello che è forse l’unico vero accordo di pace nell’area mediorientale, in tempi recenti: gli accordi di Camp David fra Israele e l’Egitto. 
Due anni dopo, nel 1981, il jihadismo lancia ancora, stavolta nel campo religioso sunnita, il suo lugubre squillo di tromba, uccidendo proprio il presidente egiziano Sadat (l’attentato fu realizzato dalla Jihad islamica egiziana). Alla prima guerra del Golfo mancano però ancora dieci anni: è molto strana una reazione che precede di un decennio l’azione! 
Passa un altro anno ancora ed ecco che nel 1982 viene fondato un altro movimento di punta del fronte jihadista: il “partito di Dio” libanese, ossia Hezbollah, organizzato proprio dalle Guardie della rivoluzione islamica del regime khomeinista. Anche l’altro notissimo movimento fondamentalista, il palestinese Hamas, viene fondato prima della guerra di Bush padre, nel 1987. Esso, tra l’altro, è una filiazione dei Fratelli musulmani, l’organizzazione che è all’origine del fondamentalismo islamico contemporaneo, la quale fu fondata in Egitto addirittura nel 1928! L’ascesa e l’offensiva jihadista precedono quindi gli interventi occidentali in Medio Oriente. 
Ma va aggiunta un’altra considerazione che davvero ridicolizza l’argomentazione di cui sopra: l’unico regime arabo che è fondamentalista dalle sue origini è la monarchia dei Saud in Arabia, che si è costituita sull’ideologia religiosa del wahabismo, la più importante corrente del fondamentalismo islamico in epoca moderna. Ebbene, si tratta di un paese che torti dall’Occidente proprio non ne ha subiti e che anzi, fin dall’epoca dell’amministrazione Roosevelt, ha fondato la sua sicurezza e la sua grande ricchezza proprio sulla strettissima alleanza con gli USA. Ciò non toglie che l’Arabia Saudita, come pure il Qatar – altro paese arabo che deve tutto all’Occidente (e al petrolio, ovviamente, ma il petrolio non servirebbe a nulla se l’Occidente non lo comprasse!) – hanno sempre finanziato i movimenti jihadisti sunniti, e continuano a farlo.

Se proprio si vuole individuare un fattore storico responsabile dell’ascesa del fondamentalismo jihadista bisogna guardare, non certo alla politica occidentale e alle guerre degli USA in Medio Oriente, ma piuttosto, nel rispetto di una elementare cronologia, al fallimento dei progetti di modernizzazione del nazionalismo arabo e persiano. La grande stagione di questo nazionalismo incomincia all’inizio degli anni Cinquanta con il colpo di stato che abbatte la monarchia egiziana e porta al potere un gruppo di militari fra cui si imporrà la figura di Nasser. Altra espressione di punta di questo nazionalismo è il partito Baath, che ha una filiale irachena e una siriana, e che avrà come principali esponenti, rispettivamente, Saddam Hussein e Assad padre. Il progetto di questo nazionalismo è una modernizzazione a tappe forzate della nazione araba, attraverso una pianificazione economica ispirata al modello sovietico – molto attraente in quegli anni per i paesi in via di sviluppo. I regimi in questione non hanno nulla di democratico, ma sono rigorosamente laici: i gruppi religiosi vengono anzi perseguitati. Un caso in parte analogo è il regime dello scià di Persia. Nella grande partita a scacchi della guerra fredda, questi regimi sono alleati ora dell’una ora dell’altra superpotenza: la Siria e ben presto anche l’Egitto di Nasser sono sostenuti dall’URSS; l’Iraq di Saddam e la Persia  dagli USA. Dal momento che URSS e USA armano e finanziano i loro alleati mediorientali e che, oltretutto, la parabola del nazionalismo arabo e persiano si consuma quasi interamente all’interno della fase di grande espansione economica del dopoguerra (i “cosiddetti trent’anni gloriosi”) il totale fallimento di questo progetto di modernizzazione non è ascrivibile a responsabilità dell’Occidente, o comunque delle grandi potenze, né è un riflesso della crisi del modello occidentale o di quella del capitalismo. Questo fallimento, che ha soprattutto cause endogene, avrà la sua “apocalisse” (rivelazione) nella drammatica sconfitta di Nasser e dei suoi alleati arabi nella guerra dei Sei Giorni. Nasser non sopravviverà alla disfatta né politicamente, né fisicamente (morirà un paio di anni dopo). La frustrazione generata dal fallimento della modernizzazione laica può essere, essa sì, un fattore di ascesa dell’islamismo.

Un’ascesa che condurrà alla fine all’Isis o Is o Daesh. Già, come dobbiamo chiamarlo? La questione non è affatto secondaria, ma ci introduce già nel tema centrale: le carenze di analisi, il deficit culturale dell’Occidente di fronte al fenomeno del Califfato di Al-Baghdadi. Come ha scritto ultimamente uno degli osservatori più lucidi del fenomeno – Domenico Quirico – una delle maggiori mistificazioni rispetto a questa terribile e nuova realtà è 


“l’incapacità di cogliere il passaggio dalla fase terroristica alla fase militare e politica. Io sono rimasto fermo ad Eraclito e al logos: le cose sono le parole con cui le definisci. Se tu un serpente lo chiami gatto e poi cerchi di accarezzarlo come fai col gatto, quello ti morde e muori. Noi continuiamo a chiamare questo fenomeno nuovo con le parole che usavamo per Al Qaida 15 anni fa: è lì il problema”


Le sostanziali differenze fra Al Qaeda e il Califfato le esamineremo meglio nella prossima puntata. Questione ancor più a monte, per non rischiare di scambiare il serpente con il gatto, è stabilire come bisogna chiamare questa nuova “entità”. In questi giorni, caldeggiata anche da Obama, vi è la proposta di usare l’acronimo arabo Daesh, perché esso suonerebbe come una parola che in arabo significa più o meno “colui che semina discordia”. Sarebbe invece sconveniente, inopportuno, politicamente “scorretto” usare gli acronimi inglesi di Isis o di Is, perché sottolineerebbero un carattere statuale che non si vorrebbe attribuire al Califfato e soprattutto perché ne rivelerebbero la natura islamica. Ebbene, proprio per gli stessi motivi, ritengo che vadano usati proprio gli acronimi inglesi, meglio ancora la dizione per esteso: “Stato islamico”. E’ questo l’unico modo per cominciare a chiamare il serpente col suo nome e non scambiarlo col gatto e per incominciare una necessaria, salutare operazione di demistificazione. Il Califfato è uno Stato, e non è una mera organizzazione terroristica. C’è di più: è uno Stato totalitario, che come vedremo più diffusamente, risponde a tutte le caratteristiche essenziali dei regimi totalitari che abbiamo tristemente conosciuto nel Novecento. Tra queste caratteristiche vi è il fatto di fondarsi su una ideologia totalizzante, l’islamismo. Stato islamico, dunque. Meglio ancora: Stato islamico totalitario. I serpenti non sono gatti.

lunedì 16 novembre 2015

LA BARBARIE DELLO STATO ISLAMICO: LE RESPONSABILITA' DELL'OCCIDENTE



A distanza di alcuni mesi dagli interventi successivi alle precedenti stragi di Parigi, sono stato sollecitato da più persone a riprendere il discorso sullo Stato islamico e sui suoi atti di inaudita barbarie. Accolgo questo invito – pur correndo il rischio di ripetermi - non solo perché si tratta di persone a cui mi legano stima e affetto profondi, ma perché le sento animate sia da una sacrosanta indignazione, sia dall’ansia di capire il fenomeno, al di là dei luoghi comuni e delle formule stereotipate.
Che cosa c’è di nuovo rispetto ai tragici fatti dello scorso gennaio? Forse soltanto una cosa: il drammatico salto di qualità dell’attacco barbarico. Non solo per il numero delle vittime (che nei piani degli attentatori, peraltro, avrebbe dovuto essere molto più elevato, visto che progettavano una strage all’interno dello Stade de France, fortunatamente non riuscita), ma per la scelta degli obiettivi. A gennaio scorso, si trattava di bersagli ben circoscritti e precisamente individuati: un giornale satirico, accusato di offendere la religione islamica, e un supermercato kosher. Oggi si tratta, non già di obiettivi scelti a caso come qualcuno ha malamente argomentato, ma di luoghi ancora simbolicamente significativi, ma che testimoniano la volontà di colpire non più soltanto dei particolari comportamenti (la vignetta su Maometto) o delle precise categorie (gli ebrei, more solito, purtroppo), ma di attaccare tutto il modo di vivere che caratterizza la modernità (non solo occidentale, attenzione!): lo stadio di calcio, la sala da concerto, la pizzeria…
A quasi un anno dal precedente episodio, questo salto di qualità, smaschera la debolezza e l’inerzia della Francia e di tutto l’Occidente di fronte all’attacco a cui siamo sottoposti. E’ di questo soprattutto, che occorre parlare, ed è questa – e non altra - la ragione del titolo: “le responsabilità dell’Occidente”.
Immagino che alcuni – non le persone a cui mi riferivo in apertura - siano stati attirati proprio da questo titolo – confesso di averlo usato anche come “specchietto per le allodole” – immaginando che si intendesse qui parlare di altre reali o presunte responsabilità dell’Occidente che “spiegherebbero” la nascita stessa dell’Is e le sue gesta: in primo luogo, le guerre dei Bush, poi i bombardamenti sulla Libia, quelli su Siria e Iraq e, questo non guasta mai, la famigerata “occupazione dei territori palestinesi” da parte di Israele; in secondo luogo, il supporto logistico diretto e indiretto che sarebbe venuto all’Is dalla vendita di armi o dai reali o presunti coinvolgimenti di servizi segreti occidentali nella nascita e sviluppo dell’Is stesso. Sono le tesi di vari personaggi pubblici, da Gino Strada a Giulietto Chiesa, riecheggiate e volgarizzate da tantissimi strombazzatori dei social network. Sono tesi che hanno gravi difetti logico-epistemologici, che rivelano una sostanziale ignoranza storica e che, spiace dirlo, difettano anche di sostanza etica.
Ignoranza storica e debolezza logico-epistemologica: non risulta che altri popoli, avendo subito guerre e occupazioni, abbiano sviluppato fenomeni pur lontanamente paragonabili all’Is. Non risulta che i vietnamiti siano andati a New York o a Parigi a farsi esplodere tra la gente, non risulta che i tibetani abbiano commesso stragi a Pechino o Shangai, non risulta che i polacchi, vista la loro nazione scomparsa dalle carte geografiche per circa 150 anni e non riscattata – unico caso tra i grandi popoli europei – nemmeno nella stagione dei Risorgimenti nazionali, abbiano creato una feroce organizzazione terroristica per fare attentati a Mosca, a Vienna e a Berlino. Restando in Medio Oriente, non risulta che quel popolo che tutt’ora è privo di un proprio stato nazionale, e quindi si trova nella stessa condizione dei palestinesi, ed è stato sottoposto a occupazioni e repressioni barbariche, sì proprio quel popolo curdo elevato a fasi alterne a paladino ed eroe dell’occidente, abbia formato sgozzatori e kamikaze. E, soprattutto, organizzazioni nate con lo scopo di seminare il terrore nelle città occidentali non sono mai state costituite dal popolo che più di ogni altro ha subito la violenza dell’occidente: il popolo ebraico, evidentemente.
Dunque gli errori, talora indubitabili, della politica americana e occidentale non spiegano ancora nulla.
Quanto al supporto logistico, sulla vendita di armi si potrebbe semplicemente riprendere il discorso appena fatto e chiudere lì: le armi sono vendute e acquistate dovunque e da tutti, ma lo Stato islamico è un unicum (molto diverso anche da Al Qaeda, come dovremo presto ribadire). Riguardo invece alle responsabilità dei servizi segreti, tenetevi forte che sto per fare una sensazionale rivelazione: da che esistono, i servizi segreti di qualsiasi potenza infiltrano o almeno cercano di infiltrare qualunque organizzazione politica e terroristica, qualunque matrice e finalità abbia! E lo fanno perché questa è la loro ragion d’essere e più specificamente per poter controllare le suddette organizzazioni. A volte, i servizi segreti collaborano pure alla nascita di tali organizzazioni, certo non come fattore decisivo, ma come fattore concorrente, per poterle utilizzare per gli scopi politici del loro paese. E’ poi evidente che le organizzazioni più forti non sono semplici burattini che si lasciano manovrare e dunque c’è sempre il rischio che esse sfuggano di mano. Qualcuno la chiamò eterogenesi dei fini. Giulietto Chiesa, che ha militato in partiti più o meno leninisti, dovrebbe conoscere la storia del “treno di Lenin”: dopo la prima rivoluzione del 1917, quella di febbraio, Lenin riuscì a tornare in Russia dalla Svizzera dove si trovava, con altri esponenti bolscevichi e menscevichi, grazie alla connivenza dei servizi segreti tedeschi, che lasciarono passare indisturbato sul proprio territorio un treno che era diretto in un paese nemico e che portava sudditi di questo paese nemico, oltretutto talora ricercati da tutte le polizie del mondo. I tedeschi speravano che il leader bolscevico, tornando in patria, spostasse gli equilibri politici in modo tale da portare la Russia a ritirarsi dalla guerra. Il calcolo si rivelò esattissimo. Tuttavia, come tutti sanno, l’azione politica di Lenin non si limitò a questo, ma portò alla rivoluzione di Ottobre e alla nascita del regime comunista sovietico, cosa che i tedeschi non avevano previsto e che mai avrebbero voluto: eterogenesi dei fini! Dubito che Giulietto Chiesa e tutti quelli che ne riecheggiano le tesi sulla nascita dell’Is sarebbero disposti a ritenere i servizi segreti tedeschi responsabili e autori della rivoluzione russa e il comunismo sovietico frutto di un complotto dei perfidi capitalisti occidentali! E allora perché questi rozzi schemi di analisi si applicano, invece, allo Stato islamico attuale?
Ma veniamo al difetto di sostanza etica: addossare ad americani, francesi, inglesi, israeliani e pure italiani la “colpa”, anche solo indiretta, della nascita dell’Is e dei suoi misfatti significa assumere  una posizione implicitamente “giustificazionista” nei confronti di questa barbarie. E’ particolarmente grave che questi pseudo-ragionamenti vengano fatti da noti e stimati personaggi pubblici, come Gino Strada.
Non difettarono, invece, di sostanza etica tutti quei personaggi, pubblici e non, che, pur conoscendo gli errori e le gravi responsabilità delle democrazie occidentali che avevano contribuito alla nascita e alla crescita del fascismo e del nazismo (a cominciare dal trattato di Versailles e dal credito che  fu dato a Mussolini come “statista”) non ebbero alcun dubbio a schierarsi, quando il nazismo dichiarò guerra non solo ai loro paesi, ma all’umanità.  Questo occorrerebbe fare oggi: a prescindere da errori e responsabilità occidentali, schierarsi senza esitazioni e senza riserve, contro il nuovo nazismo islamico. E contemporaneamente cercare di fare un’analisi seria del fenomeno.
In questi mesi, l’Occidente non ha fatto né l’una, né l’altra cosa: queste sono le sue vere e gravissime responsabilità.
La risposta da dare allo Stato islamico è di due tipi: c’è una risposta militare e c’è una risposta culturale. Sono entrambe strettamente necessarie e sono inseparabili. A molti farà senso parlare di risposta militare: suona inquietante anche alle mie orecchie questo termine. Ma bisogna riconoscere che un soggetto statuale totalitario  - e non solo un’organizzazione terroristica, tantomeno un manipolo di fanatici esaltati – ci ha dichiarato guerra: l’immagine dei cecchini sul tetto e sulla facciata di Notre-Dame de Paris è sconvolgente, ma è anche demistificante. Chi ama, chi cerca, chi vuole costruire la pace non può prescindere da quella immagine – che è un’immagine di guerra, nel cuore di Parigi, su uno dei simboli della civiltà occidentale – se non vuole limitarsi a inutili declamazioni retoriche. Altrettanto urgente è la risposta culturale, che deve partire da un’analisi del fenomeno. Su questo piano, le esercitazioni retoriche di questi mesi sono state altrettanto nefaste della debolezza e dell’assenza di una risposta militare: l’ignavia del Patto di Monaco del settembre 1938, che comunque non impedì la guerra un anno dopo e che consentì a Hitler di rafforzarsi ulteriormente, nacque anche da un’analisi carente del fenomeno nazista.
Dall’analisi e dalla risposta culturale ripartiremo, la prossima volta, nel nostro discorso.