Una dichiarazione che farà rumore. Molti attaccheranno Renzi, come è giusto. Io penso che bisognerà attaccare ancor di più Fassina e la minoranza PD: se sapevano che Renzi aveva capeggiato i centouno, perchè lo dicono solo ora? Perchè non l'hanno detto prima che conquistasse partito e governo, perchè hanno lasciato correre alle primarie il capo di quei centouno che sono stati sempre bollati come infami e traditori? La minoranza PD si conferma per quello che è - parlo della corrente, non delle singole persone che in qualche caso possono essere anche persone per bene: una conventicola di opportunisti, se non di parassiti, come ha detto Esposito, che mostra inoltre una notevole stupidità politica, in quanto non sa neanche fare i propri interessi.
http://tv.ilfattoquotidiano.it/…/quirinale-fassina-…/332319/
giovedì 22 gennaio 2015
mercoledì 21 gennaio 2015
Un sindaco, i giubbotti per gli immigrati e le solite stupidaggini della sinistra "buonista"
Pare
che l’Irpinia, anzi una certa area dell’Irpinia, intorno alla valle Ufita, sia
destinata da qualche tempo a stare alla ribalta delle cronache nazionali. Prima
la vicenda dell’Iribus, poi quella delle trivellazioni petrolifere, ora un
fatto di ben diversa portata. Anche nell’ultimo caso si è formato una sorta di
movimento di protesta, ma nel mirino non sono finiti Marchionne o la lobby del
petrolio, bensì il sindaco di Flumeri. Stavolta, per quel poco che conta la mia
opinione, non sono per nulla d’accordo con il “movimento”; stavolta per quel
che vale la mia solidarietà – nulla – la offro completamente al sindaco di
Flumeri. Ecco, in sintesi, i fatti: gli extracomunitari richiedenti asilo,
assistiti da una locale cooperativa, si spostano quotidianamente di sera e con
il buio su una strada statale male illuminata, mettendo a rischio la propria e
l'altrui incolumità. Si verifica anche un incidente mortale, vittima un
imprenditore. Il sindaco emette un'ordinanza, che non fa altro che interpretare correttamente quanto già previsto dal codice della strada, che prescrive l'obbligo per gli automobilisti che lasciano le loro vetture di indossare su strade extraurbane giubbotti
catarifrangenti. Certamente, il codice della strada non include esplicitamente tutti i pedoni in questo obbligo: sarebbe strano che chi occasinalmente dovesse percorrere una strada extraurbana dovesse munirsi di giubbotto. Ma è chiaro che se la prescrizione vale per gli automobilisti-pedoni non commette nessun abuso di autorità un sindaco che lo estenda a pedoni-pedoni, usi quotidianamente a servirsi di una strada male illuminata, sulla quale si sono già verificati incidenti e che per giunta si spostano in gruppo. Sta semplicemente interpretando lo spirito del Codice, senza fermarsi alla lettera, come fanno alcuni legulei subito intervenuti nella vicenda, e, ciò che più conta, si sta preoccupando di evitare ulteriori incidenti. Il sindaco, commette, forse, l'ingenuità, di non sottolineare che
l'obbligo - ovviamente - vale per tutti, cittadini italiani o extracomunitari,
sebbene il problema nel caso specifico sia costituito soprattutto, se non esclusivamente, dagli
extracomunitari. Apriti cielo: si grida al razzismo! Si insinua che il sindaco
vuole bollare i neri con un marchio di riconoscimento! Si fanno indecenti
paragoni con i lager nazisti! Un deputato di SEL, già indagato per la questione
Isochimica, fa anche una interpellanza parlamentare! Si organizzano pure sit-in
di protesta! Insomma si scatena tutta la retorica della sinistra
"buonista". Il povero sindaco si giustifica dicendo che il suo
provvedimento era rivolto agli extracomunitari, in quanto potrebbero ignorare
il codice della strada. Altra sua ingenuità: il codice della strada lo ignorano
anche tanti italiani, a cominciare da certi "civilissimi" esponenti
della sinistra locale e nazionale, o, quando lo conoscono, lo interpretano come i peggiori "farisei". Infine, mi chiedo: chi mostra di avere più a
cuore la vita e la sicurezza degli extracomunitari in questione, chi li tutela
coi fatti e non con le chiacchiere? Il sindaco di Flumeri con la sua ordinanza
oppure Giordano di SEL, i giovani comunisti, gli esponenti del PD che
denunciano la presunta "discriminazione", ma non si preoccupano del
fatto che i loro "protetti" possano finire sotto un'automobile?
http://www.huffingtonpost.it/…/giubbotti-arancioni-immigrat…
http://www.huffingtonpost.it/…/giubbotti-arancioni-immigrat…
domenica 18 gennaio 2015
IL PARTITO DI VANESSA E GRETA E QUELLO DEI 'NOSTRI' MARO'
Pare
che in questi giorni si siano spontaneamente formati in Italia due partiti opposti:
il “partito dei ‘nostri’ marò” e il più recente “partito di Vanessa e Greta”. E
pare che si torni così ad una netta distinzione e contrapposizione politica ed
etica fra la “destra” e la “sinistra”. Ma è proprio così?
Una
premessa. Qualunque persona civile, a prescindere dall’orientamento
politico, dovrebbe augurarsi per i primi un rapido e regolare processo, con
tutte le garanzie che spettano agli imputati; e dovrebbe innanzitutto rallegrarsi
per il ritorno a casa delle due ragazze.
Detto
questo si può provare anche a ragionare e, soprattutto, a dire la verità sulle
due vicende?
I
marò non sono due soldati che stavano “servendo la patria”. Stavano semplicemente
scortando un mercantile privato. Non hanno sparato contro l’esercito asburgico
sulle alture del Carso, ma contro due pescatori nelle acque dell’Oceano
Indiano. Li hanno uccisi, purtroppo, scambiandoli per pirati, e devono rispondere di
questo omicidio dinanzi a un tribunale - indiano, italiano o internazionale che
sia.
Che
la destra elevi a eroi nazionali due personaggi del genere mostra in modo
emblematico che destra stracciona e patetica abbia, da sempre, l’Italia.
Il
caso di Vanessa e Greta è certo diverso perché erano volontarie e non
mercenarie e per la loro giovanissima età (i due marò, almeno sulla carta,
erano uomini esperti nel loro mestiere). Tuttavia, anche il partito di Greta e
Vanessa mistifica gravemente la realtà.
Le
informative del Ros, pubblicate dal “Fatto Quotidiano” e confermate dal siriano
– Mohammed Yaser Tayeb - che ha aiutato le due giovani a realizzare il loro progetto,
facendo da collegamento fra l’Italia e la Siria, mostrano chiaramente che la
loro intenzione non era quella di aiutare le vittime civili e innocenti della
guerra e i bambini, in particolare, come sostiene il loro “partito”. A Tayeb le
due ragazze avevano dichiarato che il loro progetto – non collegato a nessuna
ONG o associazione – non intendeva affatto prestare un aiuto “neutrale” alla
popolazione siriana, ma fare da supporto alla “rivoluzione” anti-Assad. Concretamente,
si trattava di distribuire kit di pronto soccorso ai combattenti del Free Syrian Army. Si tratta di un aggregato
di milizie islamiste, apertamente jihadiste, alcune delle quali molto
probabilmente infiltrate o manovrate da Al Qaeda.
Ecco
allora che la vicenda e le sue due protagoniste ci appaiono davvero ben
rappresentative della miopia politica e della incapacità di analisi dell’attuale
sinistra. Le due ragazze partono convinte di contribuire a un grande movimento
di liberazione. Con l’attenuante della loro inesperienza cadono nello stesso
equivoco in cui è caduta tanta parte della sinistra occidentale: credere che delle
cosiddette “primavere arabe” fossero protagoniste forze laiche e democratiche
che, invece, o erano destinate a soccombere di fronte all’onda integralista –
il caso dell’Egitto – o erano irrilevanti e praticamente assenti – ed è proprio
il caso della Siria.
Non
è proprio il caso di infierire – specie con battute, commenti e allusioni
becere – su due ragazze che hanno già pagato a caro prezzo la loro
ingenuità. Hanno pagato anche i contribuenti italiani, diranno subito alcuni.
Certo, come hanno pagato sempre, perché non è una novità che l’Italia ha sempre
pagato riscatti ai rapitori in Medio Oriente. E in questo caso almeno, non c’è
alcuna diversità italiana, né che la si valuti positivamente, né che la si
valuti negativamente, perché tutti i paesi occidentali si comportano allo
stesso modo, con l’eccezione degli USA e, forse, della Gran Bretagna.
Si
può e si deve invece infierire su una sinistra, incapace ormai di una qualsiasi
analisi seria dei fenomeni, ma intenta solo ad esaltare in modo pregiudiziale i
suoi feticci, tra i quali c’è anche quello del volontariato umanitario, meglio
se indirizzato in certe direzioni piuttosto che altre. Neanche la cruda vicenda
di “Mafia Capitale” è dunque servita a indurre un po’ di spirito critico, un
sano “sospetto” su ciò che si può celare dietro la maschera del “buonismo”.
I
due partiti contrapposti, quello dei marò e quello di Greta e Vanessa, si rivelano
quindi speculari, nello svelare la miserevole condizione attuale, tanto della
sinistra quanto della destra. Due partiti dai quali è salutare tenersi alla larga.
LA SINISTRA CHE "NON E' CHARLIE"
C’è
una “sinistra” che non è Charlie e lo dice più o meno apertamente. Anzi ce ne è
più d’una.
C’è la “sinistra” che non è Charlie, perché è ideologicamente filo
islamista, ed è ideologicamente filoislamista, perché ideologicamente
antiamericana e antiisraeliana. Che poi la causa araba non sia più incarnata
dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina e nemmeno dal laico OLP,
ma dal peggiore fanatismo oscurantista e dal più criminale gruppo politico-religioso che
il mondo abbia conosciuto dalla caduta del nazifascismo, è un “dettaglio” che
le menti ottenebrate dal pregiudizio ideologico non possono cogliere.
C’è la “sinistra”
di certi “intellettuali”, che credendosi intelligenti divengono stolti, proprio
come gli intellettuali pagani di cui parla l’Apostolo. Quelli che dicono che la
religione, l’islam, “non c’entrano”, perché “il problema è un altro” (per l’intellettuale
di sinistra, il problema è sempre un altro…). “Il problema è politico”,
ovviamente, come si diceva ai bei tempi: secondo Lucia Annunziata, si tratta di
un conflitto politico inter-arabo tra Iran e Iraq (sic). Lucio Caracciolo sa almeno che l’Iran non è un paese arabo,
ma anche per lui il problema è politico e la religione non c’entra. Per
Freccero, invece, il problema è economico: tutta colpa del “neoliberismo”,
ovviamente. Ci sono poi i non pochi sostenitori della solita teoria del complotto, guidati da Giulietto Chiesa. I terroristi dimenticano la carta di identità? E' la prova che è tutta una montatura: c'è la mano della CIA e del Mossad, Al-Baghdadi sarà certo sul libro paga dei servizi americani, come già Bin Laden e tutto serve a far vincere le elezioni a Bush III e a scatenare un'altra guerra per il petrolio. E magari i francesi l'attentato se lo sono fatti da soli, come gli americani si erano fatti da soli l'11 settembre... e via delirando.
Non si contano, poi, le
denunce delle pesanti responsabilità dell’Occidente e, in particolare, degli
USA nello scatenare il terrorismo islamista, perchè, si sa, il terrorismo è l'arma dei più deboli in risposta al vero terrorismo che è quello dei più forti: i più prudenti si limitano a citare la sequela di operazioni militari
americane dall’Afghanistan in poi – guardandosi bene però dal ricordare che
prima dell’Afghanistan a New York erano crollati due grattacieli e non per un
terremoto. I più arditi risalgono più indietro nella storia, magari fino alla “dichiarazione
Balfour”. Nessuno di questi cultori della storia ricorda però quali gravi responsabilità
ebbero le potenze democratiche anche nell’ascesa del nazismo, dal trattato di
Versailles al Patto di Monaco, e che però questo non impedì a nessun uomo amante
della libertà di schierarsi senza esitazione alcuna per quelle potenze
democratiche e contro il nazismo.
Più
interessante, perché più nuovo, è invece il caso della neo-sinistra del “politically
correct”. Con apprezzabile coerenza questa nuova versione della sinistra
radical-chic non riesce a solidarizzare fino in fondo con Charlie. E’
comprensibile. Per costoro sono esecrabili le vignette sugli omosessuali (“omofobia”!);
sono censurabili le vignette sulle donne (“sessismo!”); sono detestabili le
vignette sui neri (“razzismo!”); sono fuori gioco, ovviamente, le vignette
sugli ebrei (“antisemitismo!”). Perché dovrebbero essere più accettabili,
allora, le vignette su Maometto? “Islamofobia!”
Che
poi tutto ciò profili nient’altro che la
versione 2.0 del moralismo e del bigottismo piccolo-borghese è un dubbio che
non li sfiora, evidentemente. Che l’autocensura sia ancora più temibile della
censura, perché indice di un totalitarismo in fase avanzata (la censura sta all’autocensura
come un tradizionale regime autoritario sta al regime del “Grande Fratello”
orwelliano), è forse riflessione troppo sofisticata per una soi-disant sinistra che della finezza di
analisi indossa solo la veste.
venerdì 16 gennaio 2015
L'Anti-Charlie del Vaticano
Dopo
i terribili avvenimenti di Parigi, confortante e liberatoria è stata la vasta e
solidale partecipazione che ha portato molti a scendere in piazza e tantissimi
a manifestare da casa, attraverso lo strumento dei social network, con il motto
“Je suis Charlie Hebdo”. Ben presto, tuttavia, si è capito come quella
solidarietà fosse tutt’altro che unanime e comunque non fosse certo priva di
riserve. Accanto a coloro che si sono apertamente dissociati - soprattutto a
sinistra, e ne riparleremo – accanto a chi ha chiaramente proclamato: “Je ne
suis pas Charlie Hebdo”, esiste una vastissima maggioranza silenziosa, una
moltitudine che ha pensato e detto a mezza voce: “Oui, je suis Charlie Hebdo,
mais…”. Il motivo di questa riserva? Esso è stato variamente declinato, dalla
connotazione “estetica” – le vignette sarebbero state di cattivo gusto – a quella
“etica” – esse risultavano “offensive” – a quella di semplice e comune “buon
senso” – non erano “opportune”, erano una inutile “provocazione”. In ogni caso,
gli autori del giornale satirico avrebbero “esagerato”, avrebbero superato ogni
limite. In alcuni casi, in queste posizioni si è intravista l’idea inquietante
che in fondo Charbonnier e gli altri un po’ se la sarebbero cercata…insomma
hanno fatto come le donne che vanno in giro in minigonna, si sarebbe detto un
tempo, e che poi si lamentano pure se vengono violentate…
Naturalmente,
nessuno tra quelli del “Oui, je suis Charlie Hebdo, mais…” ha mancato di
esprimere la propria assoluta, ferma condanna per la violenza e il terrorismo e
l’altrettanto assoluto e convinto sostegno per la libertà di stampa: ci
mancherebbe altro! Senza spiegare, però, una volta ammesso, giustificato e
consacrato il principio che ci si possa legittimamente offendere per una
vignetta satirica, come si possa poi evitare che fra i tantissimi che si
offendono restando pacifici, ci sia qualcuno che, offendendosi, imbraccia il
kalashnikov. Senza sapere o senza ricordare che la libertà di stampa, nei
regimi autoritari, non è stata mai limitata o soppressa proclamando apertamente
che si voleva limitarla o abolirla, ma piuttosto usando precisamente le stesse
argomentazioni dei nostri “Charlie Hebdo con riserva”: la liberta' di stampa e'
sacrosanta, però non bisogna arrivare ad offendere la religione o la nazione o
il partito, la libertà non e' licenza di far tutto e scrivere tutto, bisogna stabilire dove finisce la liberta' tua
e dove incomincia la mia ecc. ecc. Su questa strada, ben presto la censura e' di fatto istituita,
magari già nella forma intimidatoria dell'autocensura. Perchè ciò che tanti non
capiscono è che libertà come quelle di stampa, di opinione e di espressione o
sono assolute o non sono più nulla. Non appena si incomincia a relativizzarle,
muoiono.
Purtroppo,
questa maggioranza più o meno silenziosa ha ricevuto adesso l’autorevole avallo
del sommo pontefice di Roma alle proprie idee o pregiudizi. Papa Bergoglio, del
resto, si è già ampiamente mostrato abilissimo a sintonizzarsi sul “comune
senso della banalità” e così non ha avuto certo esitazioni a dichiarare che sì
la libertà di espressione è sacrosanta, ma deve avere il limite di non
offendere e non “deridere” la fede altrui.
Dato
che un pontefice, a differenza di un comune cittadino, non può cavarsela con
una battuta da bar sport, Bergoglio avrebbe anche il dovere di chiarire chi
decide che cosa è offensivo e che cosa non lo è. E, inoltre, che cosa si dovrebbe
fare una volta accertato che l’”offesa” c’è stata: si censura il giornale, si fa
uscire con gli 'omissis', si persegue penalmente il giornalista, gli si commina
una multa? Si pone anche il problema di che cosa significhi “deridere o
offendere la fede altrui”: non è forse vero che nel mondo contemporaneo e nella
società di massa – come ci hanno spiegato storici come Chabod o Mosse – la politica
si è caricata di significati, aspetti e componenti religiose, è diventata essa
stessa “fede”, ha dato vita a “mistiche” e “liturgie”? Pertanto, la satira,
seguendo il pensiero di Bergoglio, non dovrebbe offendere nemmeno le fedi “politiche”
altrui. Senza potere, allora, stabilire un confine tra religione e politica,
tra ciò che è legittima caricatura e ciò che invece offende, la satira non
potrebbe che rassegnarsi a morire.
E
viene allora il sospetto che è proprio il principio informatore della satira,
se non addirittura quello della libertà di pensiero, che non è stato ancora ben
digerito dalla chiesa cattolica, o almeno dalle sue gerarchie.
Ma
se pure si voglia evitare di dar corpo a tale sospetto, non si dovrebbe
ignorare la successiva dichiarazione di Bergoglio, con la quale egli ha
legittimato anche la preoccupante posizione di chi è incline a pensare che i
giornalisti parigini in fondo un po’ se la sono cercata. Il papa ha detto: “se
qualcuno offende mia madre si deve aspettare che poi io gli dia un pugno”. A
parte l’improprio e stravagante accostamento tra madri e fedi religiose, questa
battuta, riferita agli eventi di cui si parla, ha una portata di una inaudita
gravità, che non è stata colta praticamente da nessuno di coloro che hanno
applaudito o comunque riportato con enfasi l’intervento di Bergoglio sulla
questione Charlie Hebdo.
Da
un papa circondato dalle credenziali e dal consenso di cui gode quello attuale,
qualcuno forse si aspettava una diversa presa di posizione: una difesa
autentica delle libertà e dei valori che sono stati così violentemente
oltraggiati dai terroristi islamisti; una distinzione tra ciò che è fede e ciò
che è religione (dopotutto Bonhoeffer è uno degli autori protestanti più amati,
a quel che sembra, dal mondo cattolico). Il papa ha invece preferito assecondare
e cavalcare il “si banale”, la “chiacchiera” dominante, per giunta nelle sue
manifestazioni più preoccupanti. E ha preferito, dietro la celia, mostrare il volto del boxeur. E tuttavia, come
pugile argentino, noi continuiamo a preferire Carlos Monzon.
giovedì 15 gennaio 2015
il vero problema dell'islam è il deficit di laicità... ed è lo stesso problema della sinistra italiana!
E’
largamente diffusa, per non dire dominante, una certa idea sul mondo islamico: occorre
distinguere fra l’islam “integralista” o “fondamentalista” e l’islam cosiddetto
“moderato”. Di conseguenza occorrere cercare e realizzare il dialogo con l’islam
moderato, praticando l’”accoglienza” nei confronti dei musulmani moderati e
pacifici, in modo da isolare estremisti e fanatici. Corollari di questa tesi
sono poi, da un lato una valutazione del tutto infondata circa la presunta rispettiva
consistenza dei due islam (una esigua minoranza il primo, la larghissima
maggioranza il secondo); dall’altro lato, l’attribuzione, pregiudiziale, del
riconoscimento di “vero islam” a quello “moderato”, mentre il fondamentalismo
rappresenterebbe una interpretazione “distorta” e “aberrante” del Corano. Sui
due corollari tornerò nei prossimi post: per ora, mi soffermo sul corpo
centrale della tesi, la distinzione tra “moderati” e “fondamentalisti”.
E’
stato già notato – peraltro vanamente – che la qualifica di “moderato” è decisamente
mistificante, sul piano della geopolitica, in quanto viene attribuita ai
governi musulmani alleati dell’Occidente e in particolare degli USA, a
prescindere dalla reale posizione religiosa e talora in stridente contrasto con
questa. Il caso evidentemente più clamoroso è quello dell’Arabia Saudita, paese
arabo “moderato”, che è tuttavia la centrale dell’integralismo wahabita e che
finanzia movimenti jihadisti. Ma si può rilevare che lo stesso Saddam Hussein godette,
fino all’invasione del Kuwait nel 1990, della qualifica di “moderato”, perché alleato
degli USA, sebbene fosse già a capo di un regime dittatoriale ed evidentemente
non precisamente pacifico.
Il
punto cruciale è però un altro: che cosa dovrebbe fare veramente l’islam per
isolare i terroristi? Che cosa deve chiedere l’Occidente all’islam e ai singoli
musulmani per poter efficacemente e unitariamente combattere il terrorismo islamista? Che cosa,
infine, potrebbe veramente togliere al fondamentalismo il suo humus vitale?
Bene,
la risposta, a mio avviso, non è: un “islam moderato”, pacifico, benpensante,
solidale, umanitario. Tutte queste qualità – salvo la prima, piuttosto equivoca
– sono altamente apprezzabili e desiderabili, ma non decisive allo scopo
attuale. Ciò che invece occorrerebbe è un “islam laico”. Tra i pochissimi che
hanno colto il problema, c’è il rabbino Giuseppe Laras, in un intervento che ho
già menzionato ieri. Ne riprendo qui un passaggio cruciale:
“Cosa dobbiamo, sia a livello politico e
giuridico sia
a livello interreligioso, chiedere oggi ai più autorevoli teologi islamici nei
Paesi europei e arabi, anche a fronte della massiccia presenza demografica di
musulmani?
La prima domanda è la
seguente:
è possibile per l’Islàm, in ossequio al Corano e per necessità religiosa intima
propria dei musulmani osservanti, e non solo perché richiesto dai governi
occidentali o da ebrei e cristiani, accettare teologicamente, apprezzandolo, il concetto di cittadinanza politica, anziché quello
di cittadinanza religiosa,
confliggente quest’ultimo con i valori occidentali e pericoloso per le comunità
cristiane ed ebraiche, che, in qualità di minoranze sarebbero esposte a
intolleranze e arbitrio? Se sì, come diffondere questa interpretazione e come
radicarla oggi in seno alle comunità islamiche? A questa domanda deve seguire
necessariamente la “reciprocità” nei Paesi islamici della piena libertà di
espressione, di stampa e di culto.”
Questa
domanda decisiva sulla laicità dell’Islam, purtroppo, non viene posta dalla
quasi totalità degli osservatori e commentatori italiani.
Monica
Lanfranco su “Riforma”, in un bell’articolo significativamente intitolato Laicità: l’unico antidoto al terrore, ha
rilevato due fatti sintomatici: in Italia è passato completamente sotto
silenzio il libro della la prima donna musulmana di dichiarata fede islamica che
ha preso parola pubblica contro l’integralismo religioso, la giornalista dissidente
Irshad Manji: My trouble with Islam.
“In Italia, come
sovente accade, . scrive la Lanfranco - il
libro non ha visibilità: non piace a destra per ovvi motivi e nemmeno a
sinistra, perché non inneggia alle colpe dell’occidente, ma anzi punta il dito
verso la religione delle ‘vittime’, l’islam, che per una parte della sinistra
italiana non è criticabile come l’ebraismo e il cattolicesimo, considerate
colonialiste e responsabili della reazione violenta dell’islam”.
Il
secondo fatto è l’analogo silenzio che ha circondato in Italia l’evento della Secular conference di Londra, che ha
visto riuniti anche musulmani laici, atei, agnostici.
Continua
la Lanfranco: “Quello che da anni dicono,
senza eco mediatica, le persone impegnate nel mondo musulmano laico, è che la
lotta contro la violenza fondamentalista si fa dando spazio alla laicità che,
con la separazione tra Stato e religione, garantisce l’affermazione dei diritti
umani, schiacciati da ogni teocrazia, che per sua natura è sempre
fondamentalista, sessista, omofoba e patriarcale.”
Queste
voci, preziosissime, non sono minimamente ascoltate, tantomeno rilanciate e
valorizzate dalla stampa e dal mondo politico italiano. Perché? Il motivo mi
pare evidente: è il drammatico deficit di laicità del nostro paese, dove l’opinione
pubblica sedicente “laica” è talora ancor meno laica, se possibile, di quella
dichiaratamente cattolica.
Come
notava a suo tempo Oriana Fallaci, il motivo sostanziale che porta la sinistra
italiana a giustificare o, comunque, a relativizzare gli orrori dell’integralismo
– quando non si manifesta addirittura una malcelata simpatia nei suoi confronti
– non sta tanto nel pregiudizio ideologico antiamericano e anti israeliano –
che pure esiste – ma in una sostanziale e inquietantissima sintonia: la
sintonia del settarismo, del pregiudizio, del conformismo. In una sola parola: l’opinione
pubblica che è dominante nel nostro paese, e in particolare nella sinistra, non
può rilevare nell’integralismo islamico il male da cui essa stessa è affetta e non
può chiedere all’islam ciò di cui essa stessa è gravemente deficitaria, lo
spirito critico laico. E’ molto meglio, è molto più tranquillizzante continuare
a raccontarsi la favola inutile dell’islam moderato.
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