lunedì 21 maggio 2018

LA DERIVA DELLA SINISTRA E LA FINE DELLA CRESCITA NELL'ERA DEI POPULISMI


Il libro di Luca Ricolfi, Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi, uscito lo scorso anno, offre un’analisi magistrale e una preziosa chiave di lettura dell’attuale quadro politico non solo italiano ma del mondo occidentale tutto, in particolare per quanto riguarda la crisi della sinistra e il nuovo fenomeno cosiddetto populista. Leggendo fra le righe vi si potrà anche trovare una interpretazione pressoché profetica del risultato elettorale del 4 marzo, della disfatta del PD e  delle vicende successive fino al prospettato governo Lega-5Stelle.

Le categorie di destra e sinistra nei modelli di Bobbio e di Hayek
Occorre partire dalla efficace ricostruzione di Ricolfi sull’evoluzione delle categorie di destra e sinistra.
Ricolfi ricorda come abbia avuto larghissima fortuna la definizione contenuta nel libricino di Norberto Bobbio, del 1984, intitolato appunto Destra e sinistra, anche perché essa ha fornito alla sinistra una comoda e lusinghiera autorappresentazione. Bobbio adotta uno schema bipolare, incentrato sul valore di uguaglianza: questa costituirebbe il valore della sinistra, mentre la destra tenderebbe alla disuguaglianza. E’ già evidente il fascino che questa semplicissima classificazione ha potuto esercitare sulla sinistra, alimentandone l’autostima fino al punto di ritenere se stessa il campo del bene, della generosità, dell’altruismo e relegare l’antagonista politica nel campo della cinica, egoistica difesa dei propri privilegi. Bobbio elude, però, un paio di questioni cruciali: anzitutto, il problema della dicotomia libertà/autorità, che considera trasversale a quella destra/sinistra. Esistono, infatti, per lui una sinistra liberale, la socialdemocrazia, e una sinistra autoritaria, il comunismo, così come, nell’altro campo, esiste una destra liberaldemocratica contrapposta a una destra autoritaria (i regimi fascisti o le dittature di stampo più tradizionale). In tal modo, lo schema di Bobbio è indubbiamente una efficace tavolozza riassuntiva dei regimi politici del Novecento, inteso come «secolo breve»: un campo democratico al cui interno il conflitto politico è fra una sinistra socialdemocratica e una destra liberale, e un campo dei regimi totalitari, fascismo e comunismo.
Lo schema bipolare di Bobbio si fonda dunque sull’idea che la libertà non sia prerogativa della destra o della sinistra, ma sia trasversale ai due campi, e che l’elemento distintivo fra destra e sinistra sia soltanto l’uguaglianza. Questa idea a sua volta si basa sulla riduzione del concetto di libertà a quello di libertà politica, ossia di democrazia. E proprio riconducendo la libertà alla libertà politica, ossia alla democrazia, Bobbio può eludere l’altra questione fondamentale, quella della tensione, se non della contraddizione, fra libertà ed uguaglianza. Per il filosofo torinese, infatti, libertà ed uguaglianza erano perfettamente conciliabili ed il suo regime politico ideale era quindi una forma di liberalsocialismo, un ideale a cui si avvicinavano le grandi socialdemocrazie occidentali, ma che per Bobbio avrebbe potuto affermarsi persino nel blocco sovietico: qui era già realizzato il valore dell’uguaglianza e si trattava solo di favorire un processo di democratizzazione.
   
La critica dell’analisi di Bobbio e lo smascheramento delle rimozioni che essa contiene si può effettuare, secondo Ricolfi, servendosi di un altro grande pensatore politico del Novecento, Hayek (La società libera). Per Hayek la dicotomia libertà/autorità non è affatto trasversale a quella fra uguaglianza e disuguaglianza e quindi, secondo lo schema di Bobbio, a destra e sinistra: ogni tentativo dello Stato di affermare l’uguaglianza o addirittura di imporla, rischia di limitare la libertà e, viceversa, ogni limitazione dei poteri dello Stato in nome della libertà rischia di compromettere l’uguaglianza. Il socialismo (o almeno il socialismo statalista) si serve dello Stato per promuovere l’uguaglianza, anche a costo di sacrificare parte delle nostre libertà. Il liberalismo vuole invece limitare i poteri dello stato, anche a costo di accettare un significativo grado di disuguaglianza. Il sogno di una «libertà uguale», di una virtuosa combinazione fra l’ideale di uguaglianza e quello di libertà, di un socialismo liberale, per Hayek resta quindi un sogno. Libertà ed uguaglianza sono incompatibili, o almeno sono in tensione e hanno un certo grado di incompatibilità. Siamo quindi chiamati ad una scelta di fondo fra libertà ed uguaglianza.
Se Bobbio sembra invece riuscire nel miracolo della conciliazione fra libertà ed uguaglianza è perché compie un doppio salto lessicale e concettuale. Anzitutto riduce la libertà alla libertà positiva, la libertà politica, la cosiddetta “libertà degli antichi”, ossia la partecipazione paritaria alla vita pubblica. In secondo luogo chiama uguaglianza e riconduce sotto tale concetto la libertà negativa, senza neanche distinguere peraltro fra le sue due diverse componenti: la libertà da – libertà dalla costrizione, sia come ingerenza dello stato, sia come prevaricazione da parte di gruppi e singoli – e libertà di – libertà di perseguire il proprio piano di vita, con la rimozione degli ostacoli che vi si frappongono. Si può dire che la libertà da è la libertà liberale e la libertà di è la libertà socialista – con la sfera dei diritti sociali (istruzione, salute, previdenza, assistenza). Le libertà liberali sono per Bobbio ricondotte nel campo delle libertà socialiste e quindi in quello dell’uguaglianza. In tal modo, Bobbio aggira il problema dell’incompatibilità fra libertà – intesa come libertà da – e uguaglianza: la libertà da viene nascosta dietro la libertà di, annegata nell’uguaglianza e così si rimuove il problema cruciale: ogni espansione della libertà di richiede l’ingerenza e l’intervento dello Stato e quindi minaccia la libertà da e ogni rafforzamento della libertà da – limitando quella ingerenza e quell’intervento - comporta una rinuncia parziale o totale alla libertà di.
Individuare la competizione e il conflitto fra libertà ed uguaglianza significa, come si diceva, dover effettuare una scelta, che però dal punto di vista liberale di Hayek non comporta la rinuncia all’ideale dell’uguaglianza, ma la sua subordinazione a quello della libertà. Solo il liberalismo estremo, quello dello “Stato minimo” rifiuta, infatti, ogni forma di welfare e di redistribuzione della ricchezza.
Lo schema di Bobbio risulta così gratificante per la sinistra, ma non rende giustizia alle ragioni della destra che viene associata alla disuguaglianza, quindi al privilegio, quindi alla conservazione. In tal modo, la classificazione di Bobbio, se riesce a inquadrare bene i regimi politici della parte centrale del Novecento, non tiene conto dell’emergere e del divenire egemone, nel penultimo decennio del secolo, di una destra tutt’altro che conservatrice ed anzi a suo modo rivoluzionaria, quella liberista della Thatcher e di Reagan.
Qui interviene lo schema tripolare di Hayek: a una destra conservatrice si contrappone non solo la sinistra progressista e socialista ma anche la destra liberale.
Tuttavia, gli sviluppi più recenti mandano in crisi non solo la classificazione di Bobbio, ma anche quella di Hayek (del resto, stiamo parlando di un volume del 1960). Tra questi sviluppi due sono decisivi. Il primo è la “conversione” della sinistra, in Europa come in America (Blair e Clinton sono le figure emblematiche) alla filosofia del libero mercato. Qui lo schema di Hayek, pur mostrando i suoi limiti, potrebbe ancora essere adottato con opportune modifiche. Hayek riconosceva l’esistenza di due destre, una liberale e l’altra conservatrice, ma di una sola sinistra. Occorrerebbe ora distinguere anche nella sinistra, analogamente a quanto è accaduto nella destra, una corrente “innovatrice”, quella che si è aperta al libero mercato, e una corrente conservatrice che al mercato resta ostile, la cosiddetta sinistra radicale.
Il secondo fatto importante rende però obsoleta anche questa versione allargata dello schema di Hayek (per non parlare di quello di Bobbio). Questo fatto è l’irruzione dei movimenti “populisti”.
Prima di vedere come ciò cambi radicalmente le nozioni di destra e sinistra e la relativa dicotomia, occorre però chiarirsi le idee sulla categoria politica di “populismo” oggi usata in modo indiscriminato.

La categoria politica di populismo
La definizione di populismo proposta da Ricolfi è nell’ottica della sociologia politica, ma tiene conto sia della storia del fenomeno, sia delle dinamiche politiche attuali. Il modello astratto è quindi opportunamente storicizzato. Per Ricolfi il tratto distintivo dei movimenti populisti è la loro visione del sistema sociale come una comunità, con un forte senso dell’identità e i cui valori e tradizioni vanno salvaguardati. Questa visione del sistema sociale è di matrice romantica ed in effetti storicamente il populismo nasce nell’Ottocento in Russia. A tale concezione romantica comunitaria si contrappone quella di matrice illuminista: qui il fondamento del legame sociale non è la comunità, ma è il contratto sociale stipulato fra individui autonomi, portatori sia di diritti che di interessi. La visione populista di una comunità sociale organica respinge l’idea che all’interno di questa comunità vi possa essere un conflitto fra parti di essa, portatrici di interessi e progetti  contrastanti, ma parimenti legittimi. Il populismo, quindi, non accetta la lotta di classe, ma non accetta neanche quella conflittualità e competizione economica, sociale e politica che è invece il cardine tanto della visione politica liberale che di quella socialdemocratica e che da liberali e socialisti democratici è ritenuta non solo legittima, quando si svolge in un certo quadro normativo e istituzionale, ma addirittura necessaria. Il fondamentale conflitto per i populisti è quello tra il popolo, inteso appunto come comunità organica e ritenuto sempre fondamentalmente “sano”, e gli agenti “contaminanti” che possono essere sia “interni” che “esterni”. Tra quelli interni vi sono le élites politiche e le stesse istituzioni rappresentative. Da qui la preferenza per forme di democrazia diretta o plebiscitaria e la diffidenza per la democrazia rappresentativa. Da qui anche la diffidenza per il “professionismo” politico: per governare bastano buon senso e onestà e non è necessaria alcuna specifica formazione. I nemici esterni sono tutti quei soggetti che minacciano l’integrità della comunità di appartenenza: le istituzioni sovranazionali, innanzitutto, e anche gli altri popoli se pretendono di esercitare una qualsiasi forma di potere, di controllo o di ingerenza nei confronti del proprio paese o quando si presentano come immigrati. Questa latente conflittualità con gli altri popoli è però prettamente “difensiva”: il populismo non ha alcuna aspirazione imperialistica, di dominio, di espansione. Per questo, accomunarlo al fascismo e al nazismo è fuori luogo, nonostante alcune somiglianze.

Le fasi storiche del fenomeno populista.
Dopo le origini ottocentesche in Russia, il populismo si esprime nel pieno Novecento soprattutto in vari movimenti dell’America Latina (il più importante è il peronismo) e ha espressioni anche in Europa: il poujadismo in Francia e il Movimento dell’Uomo Qualunque in Italia, ad esempio. Si tratta più che altro di un fiume carsico che riemerge improvvisamente negli anni Settanta-Ottanta e dilaga nel periodo ancora successivo. Secondo la cronologia di Ricolfi si può distinguere tra una «fase di riapparizione» (1972-1984), una «fase di proliferazione» (1984-2008) e una «fase di sfondamento» (dal 2008 a oggi).
Nella fase di proliferazione, si rafforzano movimenti populisti già esistenti (ad esempio il Front National in Francia), appaiono nuovi movimenti di marca populista (in Italia il M5S, ma soprattutto una serie di partiti dell’Europa dell’Est) o evolvono in senso populista movimenti che prima non lo erano (ad esempio l’UDC svizzera). 
Nella fase di sfondamento i populisti sono presenti ovunque e ottengono risultati elettorali spesso superiori al 10% e talora al 20%. Inoltre, accanto ai populismi che riprendono e rilanciano temi tradizionalmente ascrivibili alla destra politica, emergono movimenti populisti trasversali (come il M5S) e movimenti populisti che si collocano a sinistra, come Syriza in Grecia, gli Indignados e poi Podemos in Spagna. Tratto comune a tutti, sembra essere il rilancio delle identità nazionale, come reazione di difesa, a volte contro il fenomeno dell’immigrazione, a volte contro le istituzioni e le politiche dell’Unione Europea, a volte contro entrambi. Infine il populismo ottiene due straordinarie vittorie nel mondo anglosassone: la Brexit e l’elezione di Trump.
Ricolfi, però, non si ferma alle impressioni e analizza scientificamente (si veda anche l’appendice statistica al suo volume) i dati elettorali riportati dalle varie formazioni populiste. I risultati, in parte prevedibili e in parte sorprendenti dicono che il primo fattore di successo dei movimenti populisti è la crisi economica – sia per i suoi effetti reali, sia per la paura che essa suscita. Il secondo fattore è collocabile fra paura del terrorismo, paura dell’immigrazione, paura della criminalità, ma tra questi quello più importante è inaspettatamente il primo, la paura del terrorismo, che naturalmente è però anche legata alla paura dell’immigrazione.
La richiesta che i partiti populisti sembrano comunque in grado di accogliere e che li premia nei consensi è comunque fondamentalmente una domanda di protezione.
Prima di tornare alla dicotomia destra-sinistra e a come essa vada aggiornata rispetto agli schemi di Bobbio ed Hayek e tenendo conto dell’emergere del fenomeno populista, vediamo la parte centrale del discorso di Ricolfi che riguarda lo spiazzamento della sinistra e la sua incapacità di leggere tale fenomeno e di trovare una risposta politica ad esso.

La deriva della sinistra
Ricolfi si chiede perché gli elettori in cerca di protezione si rivolgono ai movimenti populisti e non alla sinistra. La sua analisi sulle carenze della sinistra è magistrale e vale la pena di riportarla testualmente:

Per offrire protezione bisognerebbe riconoscere l’esistenza di un pericolo. E la sinistra questo passo non pare in grado di compierlo. Anzi, con i suoi politici, , i suoi giornalisti, i suoi intellettuali più o meno organici, la sinistra impegna le sue migliori energie comunicative per dissolvere i problemi che la gente normale percepisce come tali. Lo strumento principe di questa dissoluzione è il paradigma retorico che potremmo definire dell’”inversione” o del “capovolgimento”, per cui quello che al senso comune pare negativo viene ricodificato nel registro opposto.

La gente pensa che gli immigrati siano un pericolo? La sinistra le spiega che la diversità è un valore e gli immigrati sono una straordinaria occasione di arricchimento culturale.

La gente pensa che la globalizzazione sia una minaccia? La sinistra le spiega che si tratta di una grande opportunità.

La gente pensa che l’Unione Europea sia un problema? La sinistra le spiega che lì Europa non è il problema, l’Europa è la soluzione.

La gente pensa che il terrorismo islamico abbia dichiarato guerra all’Occidente? La sinistra le spiega che non si tratta di una guerra, che l’Islam non c’entra nulla […]

A tutti costoro la sinistra invece di offrire la propria promessa di protezione, eventualmente diversa o alternativa a quella della destra, presenta invece uno straordinario repertorio di non-risposte, in un registro che va dal negazionismo alla derisione, dal disprezzo alla supponenza e al nichilismo.

Negazionista è la sinistra quando, anziché vedere i drammi prodotti dalla globalizzazione sugli strati più deboli della popolazione usa lo schema retorico dell’inversione: la globalizzazione è un’opportunità, i migranti sono una ricchezza.

Derisoria è la sinistra quanto derubrica a mere “percezioni” irrazionali e non basate su una conoscenza scientifica della realtà, le preoccupazioni della gente comune sulla presenza dei migranti.

Sprezzante è la sinistra quando accusa di rozzezza, razzismo, egoismo chi ha paura degli immigrati, come se xenofobia e razzismo fossero la stessa cosa, e la paura fosse una colpa.

Supponente è la sinistra quando, spesso in sintonia con la chiesa cattolica e il suo papa, invita al dovere morale dell’accoglienza, e tratta come esseri moralmente inferiori quanti non sentono il medesimo dovere, o semplicemente pensano che l’accoglienza non possa essere incondizionata.

Nichilista è la sinistra quando, di fronte agli attentati terroristici e alla paura che suscitano nelle persone comuni, non trova di meglio che declinare in tutte le salse la “strategia del rospo”. Che reagisce con l’immobilità (simulazione della morte) a chi lo prende a sassate: “un intervento militare contro l’Isis farebbe il gioco dei terroristi”; non dobbiamo cambiare la nostra vita, è questo che vorrebbero i terroristi”; “Voi terroristi vorreste che i avessi paura, ma non vi farò il regalo di odiarvi”.

Per non parlare dei sermoni con cui, dai più prestigiosi quotidiani nazionali, editorialisti, politici e più o meno venerati maestri ci spiegano che la gente non ha capito nulla. Non ha capito che doveva votare per il Remain e non per il Leave. Non ha capito che doveva scegliere Hillary Clinton e si è fatta ingannare dalle promesse di Trump. Non ha capito che gli immigrati sono una ricchezza e occupano i posti di lavoro che i nativi non sono più disposti ad occupare. Non ha capito che l’apertura ai mercati e la concorrenza internazionale promuovono la prosperità dei popoli. Non ha capito che quella dell’Isis non è una guerra di religione, e che l’Islam non c’entra nulla….

La sinistra, quindi, non prende sul serio le rivendicazioni popolari che gonfiano le vele dei movimenti populisti, bollandole come irrazionali, viscerali e regressive. Sbaglia, però, scrive Ricolfi,

a leggere tutto nel registro dell’irrazionalità o dell’emotività popolare. Il ritorno dei popoli al centro della scena politica non è il frutto di una improvvisa proliferazione di pulsioni irrazionali, ma la conseguenza logica (e forse prevedibile) di un fallimento: quello delle élite che hanno preteso di guidare il processo di integrazione fra le economie del pianeta, ma non hanno ancora trovato il modo di fronteggiarne le conseguenze più spiazzanti.

L’insicurezza dei ceti popolari ha «una robusta base di realtà»

Che interi segmenti produttivi e mestieri siano stati spazzati via dalla globalizzazione è un dato di fatto. Che gli immigrati si concentrino in quartieri periferici, e lascino relativamente tranquilli i ceti medi urbani, è anche esso un dato di fatto. Che la concorrenza degli immigrati nell’accesso alle prestazioni sanitarie e a i sussidi tocchi soprattutto i ceti popolari è, ancora una volta, un dato di fatto. Che una parte dei posti di lavoro conquistati dagli immigrati siano sottratti ai nativi, e che in alcuni settori la presenza di un “esercito industriale di riserva” fatto di immigrati possa comprimere i salari e peggiorare le condizioni di lavoro di tutti è, di nuovo, nell’ordine delle cose pacifiche, perché così funziona l’economia. Quanto alla criminalità e alle paure che suscita,come abbiamo già ricordato, i pochi studi disponibili rivelano che in Europa il tasso di criminalità medio degli immigrati è 4 volte quello dei nativi (in Italia oltre 6 volte).

Pertanto il divorzio fra la sinistra e il popolo è semplicemente una scelta razionale. Ciò non significa necessariamente  che i partiti populisti siano davvero in grado di fare gli interessi del popolo, ma non c’è dubbio che alla sinistra la domanda popolare di protezione non interessa proprio. «Strano sarebbe che il popolo, ignorato, catechizzato, deriso dalla sinistra ufficiale, ostinatamente continuasse a votarla».
Tuttavia, in questo divorzio vi è qualcosa di più che non è solo razionale ed è l’insofferenza ormai dilagante per quel politicamente corretto con cui la sinistra da anni pretende di controllare il linguaggio e di conseguenza il pensiero.
Il politicamente corretto è stato adottato dagli abitanti di quello che si può definire “il mondo di sopra”, traducendosi in una sorta di “razzismo etico” (Marcello Veneziani) verso gli abitanti del “mondo di sotto”.
I ceti superiori sono stati sedotti dal politicamente corretto perché è un «formidabile generatore di autostima» e soprattutto non costa nulla a quei ceti, che, per esempio, vivono in quartieri che non sono popolati da immigrati. La sinistra, in particolare, ha adottato il politicamente corretto precisamente quando ha abbandonato la difesa degli ultimi, ha cambiato radicalmente il suo blocco sociale di riferimento e si è aperta alla filosofia del mercato. Che cosa poteva consentirle di mantenere l’autostima, la convinzione di essere dalla parte della giustizia e la pretesa di superiorità morale, dopo aver disertato le lotte per i diritti dei lavoratori? Il politicamente corretto ha fornito la soluzione, innanzitutto con la politica dell’accoglienza: «proprio perché non si occupava più di operai, braccianti e disoccupati nativi alla sinistra non è parso vero di avere a disposizione degli “ultimi” di cui farsi paladina». Soprattutto perché questa generosità è, come si diceva, a costo zero. Ma tutto il politicamente corretto – con le battaglie su diritti dei gay, coppie di fatto, quote rosa, aborto, fecondazione assistita, riscaldamento globale, eutanasia, testamento biologico, linguaggio sessista, omofobia, diritti degli animali, ecc. – ha permesso alla sinistra di gestire – o di illudersi di gestire – i propri problemi di identità, confermando e rafforzando la pretesa della propria superiorità morale e quella di incarnare la parte migliore del paese, impegnata in battaglie di civiltà, contro la parte peggiore, incivile, barbarica.
La “rivolta dei popoli” è anche indirizzata contro l’oppressione del politicamente corretto.

Quel che dovremo abituarci a pensare, quando parleremo di destra e sinistra, è che il divorzio fra sinistra ufficiale e popolo è ormai irreversibile, e quel che la sinistra bolla con l’etichetta di “populismo” […] altro non è che l’arcipelago di forze politiche che alla sinistra ufficiale si sono sostituite, o tentano di sostituirsi, nel ruolo di veicolo delle istanze degli strati più deboli e periferici della popolazione. Come ebbe a notare ironicamente Jean-Michel Naulot più di venti anni fa, “populista” altro non è che “l’aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle”.

Pensare che tali forze siano semplicemente di “destra” è frutto di una curiosa miscela , fatta di arroganza e ingenuità. Arroganza, perché nel mondo immaginario in cui vive la cultura progressista attribuire all’altro l’etichetta “di destra” ha un inequivocabile sapore dispregiativo. Ma anche ingenuità, perché pensare di avere il monopolio del bene e della difesa dei deboli significa aver messo la testa sotto la sabbia per almeno tre decenni di storia, senza accorgersi di quel che stava avvenendo: il distacco progressivo dalla sensibilità popolare, il lento ma inesorabile allontanamento da quei ceti che pure, per lungo tratto, la sinistra era riuscita mirabilmente a rappresentare.

La sinistra è convinta che, in quanto è stata l’unica e migliore rappresentante del popolo, ancora lo sia e sempre lo sarà. E’ come se la storia del suo glorioso passato, a mo’ di incantesimo, la proteggesse in eterno dalle intemperie del presente e del futuro. Una visione ove non scorre il tempo, insomma: com’è nella stupenda, cristallizzata, atemporalità delle favole.



La nuova dicotomia, trasversale a destra/sinistra: apertura/chiusura
Tornando dunque alla classificazione destra/sinistra, l’irrompere dei populismo rende inservibili sia lo schema di Bobbio, sia quello di Hayek. La dicotomia attuale è trasversale a destra e sinistra ed è fra “apertura” e “chiusura”. Da un lato, abbiamo le forze politiche dell’”apertura”, che sostengono la globalizzazione e con essa la libera circolazione di merci, capitali e uomini, la competizione globale, la tolleranza e l’accoglienza, l’innovazione e gli scambi in tutti i campi. Queste forze sono sia di destra che di sinistra e, ad esempio, comprendono in Europa sia i partiti che aderiscono al raggruppamento socialista sia quelli che aderiscono al raggruppamento popolare. Da qui la tendenza diffusa a formare governi “di grande coalizione”. Dall’altro lato le forze della “chiusura”, che però non la vogliono in ogni campo, ma solo in certi settori ben individuati e che rivendicano soprattutto protezione. Anche queste forze si collocano sia a destra che a sinistra. In molti casi sono xenofobe, ma non razziste (la sovrapposizione e la confusione delle due definizioni è inaccettabile), sovraniste ma tutt’altro che imperialiste e guerrafondaie. Tra i “ponti” e i “muri” scelgono le “porte”, che, come ebbe a dire Marine Le Pen, si possono aprire e chiudere secondo necessità.

Il fattore decisivo: la globalizzazione economica
Da tutto ciò che si è detto è chiaro che l’esplosione del fenomeno populista e la deriva della sinistra sono legati alla globalizzazione economica. Qualsiasi tentativo di individuare delle prospettive e delle soluzioni non può quindi che partire da una corretta valutazione delle dinamiche e degli effetti della globalizzazione. Il libro di Ricolfi contiene alcuni dati e alcuni elementi di analisi importanti.
La svolta è legata alla caduta del blocco sovietico e all’entusiasmo per una rapida unificazione e integrazione delle economie mondiali e dei mercati. L’Occidente ha favorito e cavalcato la globalizzazione senza rendersi conto di tutte le sue conseguenze e senza riuscire a governarle. La prima e fondamentale conseguenza è stata l’irruzione sulla scena mondiale dei paesi “intermedi” fra quello avanzati e quelli poveri, primi fra tutti Cina e India.
Se si considerano le due grandezze della crescita del Pil e del gradi di disuguaglianza e si confrontano su questa base i paesi avanzati con il resto del mondo si può suddividere la storia recente in tre grandi epoche. La prima va dal dopoguerra alla crisi degli anni Settanta e vede un tasso di crescita dei paesi avanzati superiore a quello del resto del mondo e una netta crescita anche del grado di disuguaglianza. Sono i trenta anni gloriosi delle economie occidentali che sembrano crescere a scapito del resto del mondo.
Questo modello di sviluppo (ben descritto da Wallerstein, fra gli altri) si spezza verso la metà degli anni Settanta con la fine del gold standard e la crisi petrolifera. Nel ventennio successivo, fino ai primi anni Novanta, la velocità di crescita dei paesi avanzati è ancora significativamente superiore a quella del resto del mondo, ma il grado di disuguaglianza incomincia a ridursi. Incominciano i primi venti anni gloriosi del resto del mondo.
La svolta decisiva avviene all’inizio degli anni Novanta: si intensifica il processo di convergenza fra le economie di tutto il mondo, con la progressiva riduzione delle disuguaglianze, e i paesi avanzati perdono il testimone della crescita.
Contrariamente alla narrazione dominante, le disuguaglianze fra l’Occidente e il resto del mondo non solo non sono cresciute, ma sono crollate. Sono invece aumentate le disuguaglianze all’interno di alcuni paesi, ma sono proprio quelli emergenti, come Cina e India, mentre nei paesi avanzati non c’è alcun segno né di un aumento, né di una diminuzione delle disuguaglianze.
La crisi è divenuta evidente dopo il crollo del 2007, ma in termini relativi la crisi delle economie occidentali era dunque già incominciata da una quindicina di anni. Le diagnosi divergono: si oppongono una interpretazione keynesiana – la crisi sarebbe figlia delle politiche liberiste, dell’austerità, dei tagli alla spesa, delle liberalizzazioni del mercato del lavoro, delle privatizzazioni – e una interpretazione liberista – le politiche keynesiane, mai veramente interrottesi, non sarebbero la soluzione, ma l’origine della crisi, e il liberismo non sarebbe l’origine della crisi, ma la sua soluzione. Tutti però sono apparentemente d’accordo su una cosa: per risolvere la crisi bisogna riattivare la crescita. Ricolfi pone, però, una domanda inquietante, ma estremamente lucida: e se il problema non fosse quando e come tornerà la crescita, ma se potrà mai tornare?

La fine della crescita: una società “a somma zero”.
Si continua a ragionare sulle vecchie alternative di fondo: è meglio spendere in deficit o tenere sotto controllo i bilanci? Ridurre le tasse o espandere il welfare? Redistribuire ricchezza o agevolare le imprese perché la producano? Queste alternative avevano un senso quando l’80% del Pil era prodotto nei paesi avanzati, le recessioni erano brevi e temporanee e la torta del reddito nazionale cresceva. In sostanza, il futuro era nelle nostre mani. Oggi, invece, il futuro del mondo e anche il nostro è largamente nelle mani degli altri. Ricolfi ne conclude, correttamente, che questa nuova situazione spiazza completamente la sinistra, incapace di pensare se non nell’ottica della crescita: infatti, non ha senso parlare di redistribuzione se la torta del reddito non  cresce più. La sinistra si avviluppa su se stessa obiettando che la torta non cresce perché non c’è abbastanza redistribuzione, perché le politiche neoliberiste hanno accresciuto le disuguaglianze. Da qui si dovrebbe ripartire da una politica espansiva che riduca le disuguaglianze e faccia ripartire il motore della crescita. In sostanza: la crescita non c’è perché non c’è abbastanza redistribuzione, la redistribuzione non c’è perché si è arrestata la crescita.
Questo corto circuito di pensiero dipende da due errori di valutazione: il primo sta nel credere che la crisi sia stata preceduta da una forte crescita delle disuguaglianze. Ciò è assolutamente errato, come si è detto. L’aumento delle disuguaglianze non è la spiegazione della crisi. Il secondo errore è di sottovalutazione del declino: la sinistra non riesce a pensare in un orizzonte diverso da quello della crescita.
A me pare, tuttavia, che questo secondo errore di valutazione accomuni sinistra e destra, neokeynesiani e neoliberisti, entrambi incapaci di pensare se non in un quadro di crescita. La globalizzazione sembra aver spiazzato in primo luogo la sinistra, ma in seconda battuta anche le destre liberiste.
Ricolfi, del resto, rileva come ritorni oggi di attualità, ma in altro senso, il classico testo di Polanyi, La grande trasformazione: per Polanyi il mercato era solo uno dei tre modi in cui gli uomini hanno cercato storicamente di regolare i loro rapporti e il capitalismo basato sull’economia di mercato si sarebbe potuto rivelare solo una parentesi nella storia dell’umanità. Oggi si incomincia ad avanzare il sospetto che la crescita finirà per essere solo una parentesi nella storia dell’umanità. Per millenni gli uomini sono del resto vissuti in un mondo senza crescita, nelle cosiddette società fredde di cui parla Lévi-Strauss, caratterizzate da crescita nulla o lentissima e da una forte stabilità nei modi di produzione, nelle istituzioni e nelle relazioni sociali. Ricolfi rileva però che quelle di oggi non sono società fredde, in quanto continuano ad essere fondate su un elemento assente nelle società pre-capitalistiche: la competizione mediante il mercato. La trasformazione in atto potrebbe dunque consistere non già in un ritorno anacronistico a modelli sociali del passato, ma in un passaggio a una società competitiva senza crescita. Questo tipo di società è una società “a somma zero” dove, come nelle teorie dei giochi, non possono vincere tutti, ma ad un vincitore deve corrispondere un perdente. Ciò sia a livello della concorrenza fra gli individui che al livello della concorrenza fra le varie economie. Una società in cui le risorse da distribuire non aumentano, ma i modi di appropriazione e distribuzione restano quelli dell’era delle risorse crescenti.
Conclude Ricolfi:

Questa, sfortunatamente, è la cifra della società a somma zero. Lungi dal restituirci il mondo sognato da Polanyi, con il contenimento della logica dello scambio mercantile e l’affermazione di quella della reciprocità, la fine della crescita ci getta in un mondo strutturalmente costruito per generare perdenti, con tutto il carico di frustrazione e insicurezza che le sconfitte inevitabilmente portano con sé. Un carico che è reso socialmente esplosivo dal fatto che, in molti casi, gli sconfitti, gli esclusi, i lasciati indietro non sono individui singoli, che come tali potrebbero essere propensi ad accusare delle proprie disgrazie se stessi o la cattiva sorte, ma intere categorie e settori, gruppi professionali, porzioni di territorio tagliate fuori dal “progresso”. E’ questo l’humus permanente su cui crescono i movimenti populisti, perché l’insicurezza genera richiesta di protezione e la società a somma zero secerne insicurezza.

Ricolfi scrive un saggio di sociologia politica e dunque non indica la terapia, ma offre finalmente una corretta diagnosi del male che è preliminare a qualsiasi tentativo terapeutico che voglia avere un minimo di efficacia.





venerdì 3 novembre 2017

LA LEGALITA' FASCISTA CHE VOI DIFENDETE



LA LEGALITA’ FASCISTA

Ieri, a las cinco de la tarde, la giudice Lamela ha ordinato l’arresto di sette membri del legittimo governo catalano, compreso il vicepresidente Junqueras. Oggi sarà probabilmente spiccato un mandato di cattura internazionale per Puigdemont e altri cinque ministri, esiliati in Belgio.  Al fremito di indignazione e alla immediata mobilitazione popolare a Barcellona e in tutta la Catalogna, fa riscontro il silenzio delle istituzioni e dei governi europei (uniche eccezioni al momento, il primo ministro scozzese e il capogruppo dei Verdi al Parlamento europeo), l’indifferenza e spesso anche il malcelato compiacimento se non l’applauso aperto di tanti che pure si dichiarano liberali e democratici. Prevale largamente l’idea che referendum e dichiarazione di indipendenza fossero “illegali” e che pertanto il tribunale abbia agito in difesa della “legalità” e dello “stato di diritto”. Esercitando su me stesso uno dei più severi sforzi di autocontrollo della mia vita per contenere lo sdegno che prorompe da tutto ciò, provo a svolgere un semplice e pacato ragionamento.
L’assunto su cui si basano molti è che “legalità” e democrazia, o meglio legalità e “legittimità democratica”, coincidano e che non ci siano neanche distinzioni fra varie forme di “legalità”. Vediamo se così è, esaminando la vicenda prima sotto il profilo della legittimità democratica e poi sotto quello della “legalità”, per porci infine qualche domanda su “quale” legalità viene in questo caso applicata e imposta.
Sul piano della legittimità democratica. Puigdemont, Junqueras e gli altri consiglieri della Generalitat di Catalogna sono andati al governo non con un colpo di stato, ma in seguito a regolari e democratiche elezioni, riconosciute ovviamente da Madrid, le elezioni del settembre 2015. In queste elezioni, una coalizione di partiti e associazioni - il PDeCAT di Puigdemont, l’ERC di Junqueras, Assemblea Nacional Catalana, Omnium – uniti nella lista Junts pel Sì – e la sinistra radicale della CUP, hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi al Parlamento di Barcellona. Sia Junts pel Sì che la CUP hanno vinto le elezioni sulla base di un programma indipendentista. Più precisamente, hanno fatto campagna elettorale per il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, già conculcato a loro avviso nel 2014 quando il governo centrale e il Tribunale costituzionale avevano cercato di impedire e poi annullato un referendum sull’indipendenza. Si sono impegnati a organizzare un nuovo referendum sull’indipendenza e, in caso di vittoria del Sì, a intraprendere un percorso di costruzione di una Repubblica Catalana libera e sovrana. In questi due anni, il governo Puigdemont, espressione diretta di Junts pel Sì e appoggiato dalla CUP, non ha fatto altro che applicare coerentemente quel programma, assolvendo così a un mandato popolare che si era chiaramente espresso nelle urne. Conseguenza di quel mandato popolare sono stati sia la legge di transitorietà di settembre, sia il referendum del 1° di ottobre, sia la dichiarazione di indipendenza del 28 ottobre. Il comportamento del governo catalano è stato quindi ineccepibile sotto il profilo della legittimità democratica. Questo è un primo dato di fatto ed è incontestabile.
Accade, però, che il governo centrale e la magistratura (poi vedremo quale ordine di magistratura) abbiano opposto alla legittimità democratica la “legalità” del proprio ordine giuridico e costituzionale.  Il conflitto fra democrazia e legalità – che molti fanno invece coincidere, con notevole pressapochismo culturale – è quindi nei fatti ed è attestato proprio dalle azioni intraprese da Madrid. Si potrebbe già forse dire che un liberale, in un tale conflitto, non dovrebbe avere alcuna esitazione a stare dalla parte della legittimità democratica, ma si potrebbe opporre, non senza qualche ragione, l’argomento secondo cui la legittimità democratica potrebbe sfociare anche in un regime plebiscitario o addirittura in un totalitarismo, come è già accaduto nel corso della storia (si pensi solo alle elezioni del 1932 in Germania e all’ascesa del nazismo). Se non che, questo argomento è del tutto fuori luogo nel caso in questione, perché Puigdemont, la Generalitat, il Parlamento, i partiti e movimenti indipendentisti non hanno mai prestato il fianco al minimo sospetto di tentazioni autoritarie o demagogico-totalitarie e anzi hanno condotto le loro iniziative in modo assolutamente non violento, anche quando, in queste ultime settimane, è incominciata la repressione da parte di Madrid (la Guardia Civil ai seggi del referendum, l’incarceramento dei leader delle due associazioni indipendentiste più rappresentative). Tuttavia, sospendiamo pure il giudizio e attendiamo prima di prendere posizione in questo conflitto fra legalità e legittimità democratica. Attendiamo fino a quando non avremo capito meglio di che legalità stiamo parlando.
Anzitutto, il processo giudiziario è stato attivato in seguito all’applicazione del famoso e famigerato articolo 155 della Costituzione. L’articolo è quanto mai generico è dice solo che “quando una Comunità Autonoma non dovesse ottemperare agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, oppure si comporti in modo tale da attentare agli interessi generali della Spagna”, il Governo, autorizzato dal Senato “potrà prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato dei suddetti obblighi”. E’ molto discutibile che questo articolo possa comportare la sospensione della autonomia, in quanto esso dice che la Comunità stessa deve essere obbligata all’adempimento dei suoi obblighi, non che può essere esautorata. Invece, non solo è stato deposto il governo legittimo della Comunità in questione, ma questo governo è stato messo in carcere!
E’ quindi dubbio, per prima cosa, che il governo centrale si stia davvero muovendo nel solco della sua stessa legalità. Ma se anche così fosse, veniamo alla questione di cui si diceva. Di che legalità stiamo parlando? Ebbene, l’articolo 155 ricalca puntualmente – ne è quasi la copia esatta – l’articolo 39 della legge organica del 1967. La “legge organica” è una legge che nell’ordinamento giuridico sta immediatamente al di sotto della Costituzione e al di sopra delle leggi ordinarie. In Spagna si utilizza molto questo strumento legislativo. Ma stiamo parlando del 1967. Chi era al potere nel 1967 in Spagna? Lo sappiamo tutti. Dunque, la legalità di cui si parla, quando si parla dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, è la legalità ricalcata su una importante legge del regime franchista. Il conflitto non sembra essere fra la legittimità democratica e una generica e da taluni santificata legalità, ma fra la legittimità democratica e una legalità di matrice franchista.
Ciò che segue confermerà questa tesi.
L’articolo 155, benché sia ciò che abbiamo detto, per la sua genericità poteva essere comunque applicato in cento modi diversi. Si è scelta la strada più brutale, con la trasformazione di una questione politica in questione giudiziaria e in processo penale a carico degli antagonisti politici. E questa strada, di per sé molto significativa della vocazione autoritaria dello Stato spagnolo e di chi oggi lo rappresenta, è stata perseguita nelle sedi e con le procedure che meritano ora di essere approfondite.
La giudice Lamela ha convocato letteralmente da un giorno all’altro i membri del governo catalano, senza dare a loro e ai loro avvocati neanche 24 ore di tempo per leggere le carte e preparare le proprie deduzioni e obiezioni. Come è stata possibile questa procedura in quello che molti affermano essere uno “stato di diritto”? Si fosse trattato di un procedimento in carico alla magistratura ordinaria i passaggi sarebbero stati ben altri. Ma questo processo si sarebbe svolto in Catalogna e con i tempi lunghi della giustizia spagnola ordinaria. Evidentemente, ciò sarebbe stato molto rischioso per il governo Rajoy. Il processo è stato dunque avocato all’Audiencia Nacional che ha sede a Madrid. Ecco, i paladini della legalità quale che sia dovrebbero provare a porsi questa semplicissima domanda: quale tribunale ha ordinato l’arresto del governo catalano? Che cosa è questa Audiencia Nacional? Per che tipologia di reati è competente?
Negli ultimi tempi del regime franchista esisteva il famigerato Tribunale dell’Ordine Pubblico, che doveva perseguire i “delitti contro lo Stato” connessi al terrorismo, in pratica non solo l’ETA, ma tutti i “sovversivi”, ossia gli oppositori del regime. Con il cambio questo Tribunale viene naturalmente soppresso, ma nel 1977 dalle sue ceneri nasce l’ Audiencia Nacional, che ne eredita pari pari funzioni e competenze. Tanto è vero che molti giuristi la ritengono incompatibile con la Costituzione democratica. Viene, però, opposta e fatta prevalere la tesi secondo cui l’Audiencia Nacional si dovrebbe occupare essenzialmente dei delitti contro lo stato legati al terrorismo e in nessun modo potrebbe intervenire in modo tale da minacciare libertà politiche e diritti umani.
E d’altra parte la stessa Audiencia Nacional , quando in passato si è trattato di giudicare i crimini del franchismo ha dichiarato la propria incompetenza. E’ il caso di fare attenzione a questo precedente: si trattava di imputati per “ribellione”, uno dei reati – il più grave – addebitato anche ai ministri catalani. L’ Audiencia Nacional obiettò che il reato di ribellione nel codice penale vigente si configura non come delitto contro lo Stato, ma come delitto contro l’ordine pubblico, e pertanto non è di competenza della stessa Audiencia Nacional. Ebbene, la giudice Lamela, o meglio ancora il Procuratore generale dello Stato Maza, personaggio assai discusso in Spagna, prima di lei, hanno effettuato un triplo salto mortale giuridico per avocare il processo a Madrid e di fronte alla Audiencia Nacional. La giudice Lamela, in particolare, ha contraddetto la giurisprudenza dello stesso organo di cui fa parte! Infatti, ha perseguito gli imputati per ribellione – attentato all’integrità dello Stato – sedizione – attentato contro i governo – e malversazione – per aver distratto fondi pubblici (hanno rubato? Sono dei comuni ladri e corrotti? Ma no: hanno o avrebbero utilizzato fondi pubblici per organizzare il referendum del 1° ottobre!), facendo riferimento a fattispecie giuridiche presenti nel codice penale franchista del 1973, ove appunto la ribellione si configurava come delitto contro lo stato e non contro l’ordine pubblico! In tal modo, gli imputati rischiano, sommando le pene previste per i tre reati, fino a 48 anni di carcere e, a fronte della celerità con cui sono stato portati in prigione, vi potranno restare in attesa del primo giudizio anche due anni.
Vale appena la pena di sottolineare che in tal modo l’Audiencia nacional nel corso degli anni si è dichiarata incompetente a processare per delitti contro lo stato i responsabili dei crimini franchisti, mentre ha equiparato a dei terroristi i legittimi rappresentanti di governo del popolo catalano! Se non è un processo politico questo…
Prima di Junqueras e compagni erano stati del resto incarcerati dalla giudice Lamela, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, leader delle associazioni civiche indipendentiste Assemblea Nacional e Omnium, per aver organizzato manifestazioni pacifiche, anche in quel caso nell’indifferenza generale. Fossero stati incarcerati in Turchia o in Russia, da Erdogan o da Putin, immaginate il clamore.
Allora, cari paladini della legalità e dello stato di diritto: ciò che state difendendo non solo non è una legalità che si identifichi con la legittimità democratica, perché anzi la contraddice e la violenta, ma è una legalità di stampo fascista. Nello Stato di diritto, che voi idolatrate a prescindere, certamente il potere politico non è al di sopra di leggi e tribunali e deve rispettarli, ma quando le leggi e le procedure sono quelle del codice penale franchista e il Tribunale è l’erede diretto del Tribunale che Franco usava per perseguire i dissidenti, allora lo Stato di diritto che state esaltando è lo Stato di diritto del franchismo redivivo.
Questo atteggiamento potrebbe essere considerato soltanto il frutto dell’ignoranza o di uno sconcertante pressapochismo culturale, proprio di chi non ha neanche studiato quella mezza paginetta che ogni manuale di filosofia di terzo liceo dedica al dibattito sulle leggi nella Sofistica. Basterebbe, infatti, aver letto e capito quella mezza paginetta e anche se non si fosse più letto e studiato nulla nella propria vita si avrebbe una idea meno ottusa della “legalità”.
Ma c’è dell’altro, temo. C’è un malcelato compiacimento, c’è la morbosa soddisfazione di veder bastonato chi ha osato avere il coraggio della libertà, c’è il risentimento che i piccoli uomini nutrono spesso nei confronti dei liberi e coraggiosi. Lo stesso risentimento che portava molti ad applaudire il fascismo. Il fascismo che anche attraverso questa vicenda e le reazioni che suscita nel nostro paese si rivela davvero l’”autobiografia della nazione”, la rivelazione del carattere italiano.
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domenica 29 ottobre 2017

BREVE STORIA DELLA NAZIONE CATALANA



In questi giorni si leggono e si ascoltano ovunque giudizi e opinioni sulla vicenda catalana che quasi sempre riflettono una desolante mancanza delle più essenziali informazioni e cognizioni sulla realtà storica, sociale e culturale della Catalogna. Trattandosi di un evento che probabilmente sarà considerato uno dei più importanti di questo inizio di secolo e di un paese che ha antiche e importanti relazioni con l’Italia – in particolare con le Isole, con Genova, con Napoli e il Mezzogiorno – e che fa parte dell’Unione Europea, offro a chi la dovesse  trovare utile questa sintesi, in pochissime pagine e in brevi paragrafi, della storia catalana, dalle origini di questa nazione – perché di nazione si tratta – fino alle ultime vicende che hanno condotto alla dichiarazione di indipendenza. Mi sembra che queste informazioni storiche siano la base indispensabile per poter esprimere una qualsiasi valutazione sensata sulla vicenda.


La nascita della nazione catalana (secoli IX-XII)

Dopo la fine del dominio arabo - Barcellona viene liberata dai Franchi nell’801 - la Catalogna, o almeno la Catalunya vella, ossia la parte settentrionale del paese (la parte meridionale, Catalunya nova, resta infatti musulmana ancora per molto tempo), diviene un feudo dei re di Francia, Il vincolo feudale è più formale che sostanziale, ma viene comunque ufficialmente sciolto nel 988 dal conte di Barcellona, che non tributa più l’omaggio vassallatico al re di Francia Ugo Capeto. Per questo si fa risalire a tale data l’indipendenza di quello che sarà il nucleo della futura Catalogna.
Fra il X e l’XI secolo si forma poi la lingua nazionale, il catalano, derivata dal latino volgare, e parallelamente alle altre lingue neolatine, ma con stretti rapporti con il provenzale, ossia la lingua d’oc (e non certo con il castigliano). Nel IX secolo ci sono nei documenti le prime frasi che possiamo considerare in lingua catalana; alla fine dell’XI secolo troviamo i primi testi scritti compiuti e nel secolo successivo le prime traduzioni e anche le prime opere letterarie in catalano. Nel XIII secolo, il catalano è la lingua usata nella cancelleria reale e abbiamo grandi opere letterarie e filosofiche, come quella di Llull, o storiografiche, come alcune Cronache. Il catalano è ormai la lingua di uno stato sovrano.
A metà del secolo XII vi è anche la prima compilazione di leggi catalane, gli Usatges de Barcelona, una vera costituzione che resterà in vigore fino alla catastrofe nazionale del 1714.
Lingua, leggi, un territorio coeso, l’assenza di poteri sovraordinati, la coscienza di una comune appartenenza costituiscono i caratteri fondamentali di una nazione.


L’unione con l’Aragona, l’espansione mediterranea, la formazione delle istituzioni catalane (secoli XIII-XV)

Nel 1137, attraverso il matrimonio del conte di Barcellona Ramon Berengario IV con l’erede della corona d’Aragona Peronella, si realizza l’unione della Catalogna con il regno d’Aragona. Non si tratta in nessun modo di una annessione, ma di una unione confederale, secondo un modello originale – unico nel mondo medioevale – e che caratterizzerà anche la storia successiva della Catalogna: l’unione di regni indipendenti sotto un medesimo sovrano.
Il passaggio successivo è, nel secolo XIII, l’inclusione della Comunidad valenciana come regno autonomo e federato a Catalogna ed Aragona.

La Catalogna medioevale – ossia i territori soggetti ai conti di Barcellona e poi al regno di Catalogna-Aragona – comprende anche le regioni oggi francesi della Cerdagna e del Rossiglione, altre contee oltre i Pirenei e una vasta area provenzale. Il sovrano Pietro il Cattolico fa una politica espansionistica in quest’area occitanica, proteggendo anche i catari, considerati eretici dal Papato. La coalizione aragono-catalano-occitanica subisce però una dura sconfitta a Muret nel 1213. Il figlio e  successore di Pietro, Jaume I, non segue la politica paterna e con il trattato del 1258 giunge a un accordo con il re di Francia Luigi IX, con il quale, mentre la monarchia catalano-aragonese rinuncia di fatto – salvo alcune contee – ai territori occitanici, che stanno per essere definitivamente annessi a Parigi, la Francia riconosce de jure l’indipendenza della Catalogna. E’ una svolta storica che orienta la monarchia catalano-aragonese verso una politica mediterranea e mercantile. Gli unici sconfitti dell’accordo saranno gli occitani che vedranno annientata la loro civiltà dall’azione congiunta dei re di Francia e del Papato nella cosiddetta crociata contro i catari.

Il regno catalano-aragonese muove così alla conquista delle Baleari, quindi della Sicilia, alla fine del XIII secolo, della Sardegna, nel XIV secolo, e infine del Regno di Napoli, a metà del XV. Sicilia e regno di Napoli saranno unite con il solito sistema federale e avranno proprie dinastie regnanti. I catalani stabiliscono basi mercantili lungo tutto il Mediterraneo, oltre l’Italia, fino alla Grecia, a Creta, a Cipro, a Rodi, all’Impero bizantino, all’Egitto e alla Siria. I mercanti catalani sono presenti in Linguadoca e Provenza e da qui alle fiere della Champagne, il più importante crocevia di scambi mercantili nel medio evo. Ovunque si trovino, mercanti, agenti e funzionari catalani, sono riconosciuti come membri di una nazione e di uno stato sovrano. Questa grande espansione mercantile porta allo sviluppo a Barcellona, non solo del porto e dei cantieri, ma di una avanzata struttura finanziaria

Intanto si vengono formando e consolidando le istituzioni statali catalane, che saranno titolari, fino al 1714 di un potere autonomo. Si tratta innanzitutto delle Corts, organo legislativo e con funzioni di controllo dell’esecutivo (il re e i suoi funzionari) e a cui i re devono fare necessariamente ricorso per l’approvazione delle imposte.  Le Corts promulgano e sistemano, nel corso dei secoli, le Constitucions i altres drets de Catalunya, spina dorsale dell’ordinamento del paese. Vi è poi la Diputaciò del general, nota anche semplicemente come Generalitat. A partire dal XIV secolo, la Generalitat, con sede a Barcellona, diviene il massimo organismo politico catalano, dominata dagli oligarchi, ma sempre tenacissima nel difendere di fronte ai re e ai loro ufficiali, i diritti e le istituzioni catalane.

Nel 1412 si ha un passaggio importante nella storia catalana: la corona d’Aragona passa a una dinastia di origine castigliana – i Trastamara – anche se non si tratta ancora dell’unione fra i due principali regni iberici, ma semmai del suo presupposto. Questo mutamento di dinastia, paradossalmente, non incide negativamente sull’autonomia catalana, ma anzi la rafforza e la definisce ancor meglio. Con la nuova dinastia, vista come una potenziale minaccia, viene infatti negoziato un patto di autonomia ancor più chiaro e stringente. L’ordinamento politico-istituzionale del regno d’Aragona-Catalogna assume così un originale carattere “pattista” o “contrattualista” che anticipa di alcuni secoli la dottrina liberale moderna e l’elaborazione di John Locke. La legittimazione del potere monarchico, in Aragona-Catalogna, non deriva tanto dalla sua presunta ’”origine divina” – come invece accade in tutte le altre monarchie coeve – ma soprattutto da questo fondamento contrattualista.


L’unione con la Castiglia e il periodo asburgico (1469-1714)

Nei manuali di storia più diffusi e nella coscienza comune il matrimonio tra Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia nel 1469 segnerebbe la nascita della Spagna moderna come monarchia nazionale e stato unitario. Questa rappresentazione è però sostanzialmente errata. L’unione fra i due sovrani non porta a nessuna unificazione statale: i due regni restano separati e ciascuno per suo conto indipendente e sovrano. Nei documenti ufficiali dell’epoca non si parla mai di Spagna come entità politica, ma solo come spazio geografico. I due sovrani non si definiscono mai come “re di Spagna”. Fra i due regni permangono frontiere politiche, militari ed economiche ben definite. Ciascuno conserva la propria lingua, le proprie leggi e costituzioni, le proprie istituzioni. Catalogna-Aragona e Castiglia hanno anche differenti monete. I castigliani sono considerati stranieri in Catalogna e i catalani stranieri in Castiglia. L’unico elemento unitario è l’unione personale tra Ferdinando e Isabella. Alla morte di Ferdinando, l’elemento unificante sarà l’unico sovrano che regna su entrambi i paesi, Carlo d’Asburgo e poi i suoi successori.
Si tratta, però, di una unione disuguale, innanzitutto sul piano geografico e demografico, e ciò finirà per penalizzare la Catalogna e per eroderne, in un lungo processo, la sovranità. La Castiglia è infatti tre volte più grande della Catalogna per superficie geografica e cinque volte per numero di abitanti (o meglio di “fuochi”). La Catalogna, che tradizionalmente è stata poco presente nei commerci atlantici, resta inoltre fuori dalla conquista e colonizzazione dell’America.
Un primo grave colpo la Catalogna lo subisce con l’imposizione dei tribunali dell’Inquisizione di “rito castigliano” che da questo momento in poi hanno un ruolo cruciale nella repressione non solo dell’”eresia”, ma del dissenso politico. Un danno enorme deriva poi al paese dall’espulsione degli ebrei decretata da Ferdinando e Isabella nel 1492, visto il loro ruolo cruciale nell’economia catalana. Nel 1555, inoltre, la creazione del “Consiglio d’Italia” porta alla separazione delle regioni italiane – Sardegna, Sicilia e Napoli con tutto il Mezzogiorno– dalla Catalogna e alla rottura del vincolo federale con questa.

Nel periodo asburgico e quindi fino al 1714, la Catalogna resta tuttavia uno stato sovrano, con le proprie istituzioni, anche se questa sovranità viene progressivamente erosa e la conflittualità con la monarchia va crescendo. Carlo V è tutto sommato molto rispettoso delle prerogative catalane, ma con il figlio e successore Filippo II, il primo re “castigliano” che la Catalogna abbia conosciuto, le cose cominciano a cambiare, per la progressiva “castiglianizzazione” della corte e l’assenteismo del re dalla Catalogna. Non si tratta ancora del conflitto, ma delle sue premesse.
Nel 1576 un ambasciatore italiano può ancora osservare come i catalano-aragonesi si governino “secondo le loro leggi e i loro ordinamenti in forma di repubblica” e come siano sovrani in tutte le materie fondamentali, senza che il re possa opporsi.
Sul finire del secolo incomincia invece la fase di vera e propria conflittualità, una conflittualità latente ed endemica, ma che periodicamente è destinata ad esplodere. In un primo momento, le crisi si verificano solitamente per l’arresto di deputati catalani ad opera dell’Inquisizione.
La crisi più grave è quella del 1640 con la rivolta contro Madrid, nata dalla politica centralizzatrice ed assolutistica di Filippo IV e soprattutto del conte-duca Olivares e dall’esasperato fiscalismo di una Spagna dissanguata dalla guerra dei Trent’anni.
Il 17 gennaio del 1641 viene così proclamata la Repubblica catalana, che cerca subito il sostegno della Francia, ossia dell’acerrima nemica di Madrid. Nell’ottica catalana, non deve trattarsi in nessun modo di una annessione, ma di una unione federale che rispetti le prerogative e le istituzioni autonome del paese. Nonostante le promesse del re Luigi XIII, l’assolutismo della monarchia francese si rivela presto incompatibile con il regime “pattizio” della tradizione catalana, fino a far dire ai contemporanei che il centralismo di Richelieu è ancor peggiore di quello castigliano. Alla fine, nel 1652, la Catalogna torna con Madrid. Filippo IV conferma costituzioni, usi e privilegi, ma non senza una dura repressione ai danni di coloro che più si sono compromessi nella rivolta. Da questo momento la Catalogna si può definire “un paese occupato in libertà vigilata”.
La progressiva subordinazione della Catalogna a Madrid è ben testimoniata dalle adunanze delle Corts, principale organismo politico catalano a cui i re dovrebbero ricorrere per l’approvazione dei tributi: Carlo V riunisce le Corts ben sette volte, Filippo II solo due volte così come Filippo III; Filippo IV si decide una sola volta a convocare le Corts e l’ultimo Asburgo di Spagna, Carlo II non lo fa mai.


La catastrofe del 1714

Alla morte senza eredi dell’ultimo Asburgo di Spagna, Carlo II, scoppia la cosiddetta “guerra di successione spagnola”. Dopo una lunga incertezza, Carlo II si è infatti convinto a indicare come erede Filippo di Borbone, duca d’Angiò e nipote del potentissimo Luigi XIV, il “re Sole”. Da circa quarant’anni, Luigi XIV ha impegnato la Francia in una serie di guerre per conquistare la supremazia sul continente europeo. Finora, l’obiettivo non è stato conseguito, ma ora l’unione della Francia con la Spagna – che porterebbe con sé tanto i domini italiani che le colonie americane - potrebbe segnare il trionfo del sogno imperiale del “re Sole”. Gli Asburgo d’Austria, tradizionali rivali della Francia, l’Inghilterra e l’Olanda sono comprensibilmente allarmati e oppongono quindi a Filippo di Borbone un loro candidato alla successione spagnola: l’arciduca Carlo d’Asburgo.
I catalani, dal canto loro, dopo aver cercato inutilmente con Filippo di Borbone un accordo che garantisca e rilanci l’indipendenza del paese, stringono un patto segreto con le potenze nemiche – Inghilterra, Olanda e Austria – e si legano all’altro pretendente al trono, l’arciduca Carlo.  Il 9 ottobre del 1705 le truppe borboniche a guardia di Barcellona capitolano di fronte all’invasione austro-anglo-olandese; il 7 novembre Carlo entra a Barcellona e un mese dopo riunisce le Corts, che lo riconoscono come re. La guerra seguirà varie e alterne vicende negli anni seguenti, ma la svolta fatale per la Catalogna giunge con la morte dell’Imperatore Giuseppe I d’Asburgo nel 1711. La successione al trono d’Austria e all’Impero tocca infatti proprio al fratello Carlo. Ma a questo punto lo scenario muta completamente, perché le stesse potenze – Inghilterra e Olanda – che avevano sostenuto la successione di Carlo d’Asburgo al trono spagnolo sono ora preoccupate da una possibile unione fra gli Asburgo d’Austria e l’Impero da un lato e la Spagna dall’altro: si tratterebbe in sostanza della riedizione dell’Impero di Carlo V! Dopo lunghe e complesse trattative si arriva così nel 1713 alla pace di Utrecht. I catalani rimangono così soli a fronteggiare il poderoso esercito franco-castigliano, ma decidono di continuare la lotta. Barcellona è assediata a partire dal luglio del 1713 e sottoposta a un violento bombardamento. Nonostante la lunghissima resistenza e i tanti episodi di eroismo, nella notte fra l’11 e il 12 settembre del 1714 avviene la capitolazione. Le conseguenze sono disastrose. Vi è innanzitutto la più dura repressione mai conosciuta dalla città e dalla regione, con migliaia di fucilati ed esiliati. Vengono poi soppresse tutte le istituzioni dell’autogoverno catalano, dalle Corts alla Generalitat. Sul colle che sovrasta il vecchio quartiere popolare della Ribera viene costruita una fortezza, la Cittadella – oggi è circondata da un parco pubblico ed è sede del Parlamento – come presidio armato permanente con funzioni di controllo della città. La lingua catalana è vietata e viene imposto il castigliano negli uffici, nei tribunali e nelle scuole.
La Catalogna diviene da questo momento in poi un paese militarmente occupato e Madrid vi lascia costantemente non meno di 20.000 uomini armati e fino a 30.000.
La catastrofe del 1714 ha lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva del popolo catalano e ciò può essere notato anche dal turista più disattento che visiti Barcellona.

La progressiva rinascita catalana (1714-1936)

Il colpo inferto alla Catalogna nel 1714 è così violento che si può ragionevolmente temere che esso segni la scomparsa definitiva della civiltà, della lingua e della nazione catalana, come è accaduto secoli prima alla civiltà occitanica. Il corso della storia, tuttavia, riesce a mitigare i danni e pone i presupposti per la rinascita: la crescita economica – agricola e demografica, innanzitutto – che tocca un po’ tutta l’Europa nel XVIII secolo, la successiva rivoluzione industriale e la riscoperta romantica delle tradizioni e delle lingue nazionali coinvolgono potentemente la Catalogna, che anzi si pone decisamente all’avanguardia nella penisola iberica, sia sotto il profilo dell’industrializzazione che sotto quello della rinascita delle culture nazionali.
La crescita della produzione agricola e la nascita dell’industria tessile – che trasforma il quartiere del Raval a Barcellona in una sorta di “Manchester catalana” – alimentano il commercio con il Nord Europa e reinseriscono pienamente la Catalogna nella vita economica europea, mentre la Castiglia e altre regioni spagnole non riescono a frenare il processo di decadenza.
La Catalogna, insieme ai Paesi Baschi, è l’unica regione spagnola a industrializzarsi nel XIX secolo e a conoscere le trasformazioni sociali, culturali e politiche legate all’industrializzazione, con la nascita della classe operaia moderna e del movimento sindacale.
Nella seconda metà del XIX secolo fiorisce poi il movimento di rinascita catalanista, con il rilancio della lingua e della letteratura catalana. La svolta relativamente liberale della monarchia, consente la pubblicazione di giornali in catalano, l’organizzazione di congressi catalanisti e infine la nascita di un movimento politico sovranista o catalanista.
Nel 1918 il movimento catalanista porta alle Corts di Madrid la prima proposta di uno Statuto dell’autonomia. La proposta non ha però seguito e la dittatura di Primo de Rivera, dal 1923 al 1930, segna una fase di violenta repressione del movimento catalanista e di quello sindacale e operaio e di intensificazione del centralismo. I risultati sono però controproducenti per Madrid: la dittatura intensifica e radicalizza il movimento autonomista o indipendentista e quello sindacale e operaio, esasperando anche la frattura fra la Catalogna e la Corona, e facendo guadagnare crescenti consensi alla causa catalanista fra le classi medie.
Il regime dittatoriale si sfalda progressivamente e nel 1931 il re è indotto a lasciare il paese. Nasce la Repubblica, che in Catalogna vede la fusione di vari partiti indipendentisti e repubblicani nella ERC (Esquerra repubblicana de Catalunya), attualmente secondo partito più rappresentativo, dopo il PDeCat di Puigdemont, e guidato dal vicepresidente Junqueras e che esprime anche la Presidente del Parlamento Forcadell.
Viene presentato quindi nuovamente uno Statuto dell’autonomia, sostenuto da un pronunciamento pressoché unanime dei municipi catalani e da un referendum popolare con circa 800.000 voti favorevoli e solo 3200 contrari. Lo Statuto definisce la Catalogna “uno stato autonomo dentro la Repubblica spagnola”. Il testo, pur con delle significative modifiche, viene approvato dal Parlamento di Madrid, a larghissima maggioranza. La Catalogna ha ora un proprio Presidente, un governo e un Parlamento.
Il clima della Spagna è però di acceso conflitto sociale e politico e le elezioni del novembre del 1933 vedono la vittoria della destra, che blocca il processo autonomistico catalano e attua una feroce repressione dell’opposizione politica e del movimento sindacale. Dopo l’episodio più grave, l’eccidio dei minatori delle Asturie, il Presidente catalano Lluis Companys, come segnale di protesta e reazione alla politica di Madrid, proclama il 6 ottobre del 1934 una Repubblica catalana indipendente nell’ottica di una federazione con gli altri popoli iberici. La reazione del governo, del movimento falangista (fascista), dell’esercito e di tutto il blocco sociale dominante è durissima e prelude al pronunciamento di Francisco Franco, circa due anni dopo: Companys viene arrestato. Lo Statuto dell’autonomia sospeso.
Le elezioni del febbraio 1936 danno però la vittoria al Fronte popolare e lo stesso Companys ritorna in libertà e alla vita politica. Pochi mesi dopo, le forze reazionarie cercano di rovesciare il governo legittimo, attraverso un colpo di stato militare guidato da Franco. Il golpe riesce però solo molto limitatamente, non assicura a Franco il controllo del Paese – Madrid e Barcellona, ad esempio, vengono efficacemente difese e la sollevazione militare qui e in altre città viene respinta -  ma gli consegna comunque alcune regioni della Spagna. E’ l’inizio della guerra civile.

Guerra civile, franchismo e post-franchismo (1936-2006)

Barcellona durante la guerra civile è la capitale prima morale e poi anche effettiva della Repubblica e la sede del governo. La vittoria di Franco è la seconda catastrofe catalana, dopo quella del 1714, e produce risultati dolorosamente simili: ogni segno della lingua e della cultura catalana viene eliminato, le organizzazioni politiche e sindacali catalane soppresse e i loro dirigenti arrestati, spesso torturati – nel famigerato edificio della polizia in via Caietana – e talora condannati a morte. Molti prendono per tempo la via dell’esilio, generalmente in Francia. Tra questi Lluis Companys che, però, nel 1940 viene scovato dalla Gestapo e consegnato a Franco, che lo fa fucilare a Barcellona, sul colle di Montjuic, ove ora esiste un sacrario alla sua memoria.
Sostanzialmente, il periodo franchista è per Barcellona e la Catalogna un periodo di occupazione militare.
La transizione “morbida” dal franchismo alla democrazia porta subito a un nuovo Statuto dell’Autonomia, nel 1979, alla rinascita delle organizzazioni politiche catalane e delle istituzioni di governo e parlamentari. Lo Statuto del 1979 non soddisfa, però, le richieste catalane e non è neanche rispettato da Madrid. Nel parlamento di Barcellona, a partire dal 2003 vi è una larghissima maggioranza favorevole a una più precisa codificazione dell’autonomia e ad una sua estensione. Si lavora quindi a un nuovo Statuto, con il sostegno del primo ministro Zapatero. Il nuovo Statuto è approvato nel 2006 secondo l’iter previsto dalla legge, prima dal parlamento catalano, poi da quello di Madrid, e infine viene confermato da un referendum popolare, nonostante il parlamento di Madrid abbia apportato significative modifiche peggiorative al testo. La Catalogna è comunque definita una “nazione” all’interno dello stato spagnolo.


Le ultime vicende e le ragioni del successo degli indipendentisti (2010-  )

La vicenda che è culminata in questi giorni con la dichiarazione di indipendenza non si può assolutamente comprendere se non si delineano puntualmente gli sviluppi seguiti all’approvazione dello Statuto del 2006. Il partito popolare di Rajoy inizia subito a promuovere un ricorso di fronte al Tribunale costituzionale per smantellare lo Statuto. Lo fa sia per colpire l’antagonista politico – Zapatero e il PSOE – sia per l’attaccamento pervicace del PPE – nel quale sono confluiti tanti uomini e settori del franchismo – al centralismo. Il Tribunale costituzionale è tutt’altro che quell’organo super partes che si potrebbe credere ed i suoi membri sono fortemente politicizzati. In ogni caso, la decisione di mutilare gravemente lo Statuto fino a svuotarlo del suo significato, viene presa dopo lunghissima e travagliata discussione e a stretta maggioranza: sei giudici contro quattro. Questa delibera così discutibile innesca il processo indipendentista, anzitutto provocando per reazione una crescita formidabile del movimento indipendentista, fino ad allora minoritario se non marginale nella società catalana.
L’11 settembre 2012 (anniversario della capitolazione del 1714) viene organizzata la prima grande diada  - imponente manifestazione di massa – con oltre un milione  mezzo di cittadini in piazza a protestare contro la decisione del Tribunale. Questa manifestazione e quelle successive sono organizzate dalle due maggiori associazioni indipendentiste della società civile – quelle che hanno avuto i loro leader arrestati nelle scorse settimane: Omnium e Assemblea Nazionale Catalana. Da questo momento, l’indipendentismo è padrone della piazza. Il re e il governo di Madrid ignorano la protesta e le rivendicazioni.
Nel novembre del 2012, dopo le elezioni, 107 deputati del parlamento catalano su 135 presentano la richiesta di un referendum per decidere sull’indipendenza.
L’11 settembre 2013 una nuova diada porta alla formazione di una catena umana di 400 km, dal nord al sud del paese. Madrid continua a tacere.
La diada del’11 settembre 2014 vede in piazza quasi 2 milioni di persone. Madrid, però, a differenza di Londra per la questione scozzese, continua a restare sorda alla richiesta di referendum.
Con due diverse formulazioni, previste comunque dallo Statuto, dopo le manifestazioni popolari e con la richiesta della quasi totalità dei sindaci, la Generalitat indice comunque delle “consultazioni popolari” che vengono prima nell’una poi nell’altra formulazione bocciate dal solito Tribunale costituzionale.
Il 9 novembre 2014 si tiene comunque un referendum e votano 2,3 milioni di cittadini. L’80,7% si pronuncia per l’indipendenza. Il referendum ovviamente viene considerato nullo dal Tribunale Costituzionale e il presidente Mas viene addirittura processato per averlo consentito.
Le elezioni del settembre 2015 consegnano la maggioranza dei seggi ai partiti indipendentisti e viene eletto presidente Puigdemont. Parte subito l’iter per un nuovo referendum. Il resto è storia di questi giorni.