sabato 5 novembre 2016

VOGLIAMO PARLARE SERIAMENTE DI TRUMP E DELLE ELEZIONI AMERICANE?




Che Trump e la Clinton siano i peggiori candidati possibili dei rispettivi partiti e che quella che sta per concludersi sia la più indegna campagna elettorale nella storia delle presidenziali è cosa sulla quale convengono molti. Peraltro, quando parlo di un livello molto basso di questa campagna elettorale non mi riferisco solo alle battute di Trump, come invece mi pare che accada a molti, ma anche e soprattutto alle battute su Trump. Non solo agli affondi di Trump e dei suoi sostenitori, ma anche agli attacchi a Trump e ai suoi sostenitori. Ma su questo prendo subito in prestito le parole della mia amica Paola Ursino, perché esprimono nel modo migliore ciò che penso anche io:  
“Non mi piace per niente Trump come non mi piaceva Berlusconi. Ma porca miseria, possibile che la sinistra insopportabilmente corretta americana come all'epoca quella italiana la debba sempre buttare in catastrofe morale?! Possibile che gli avversari politici debbano essere dipinti come mostri di presunta immoralità, come nemici da sconfiggere per evitare l'apocalisse?! Possibile che i milioni di simpatizzanti ed elettori di Trump, così come quelli di Berlusconi, debbano puntualmente essere trattati come ignoranti, stupidi e immorali?! Lo trovo un atteggiamento arrogante e supponente. Insopportabile”
Vorrei, innanzitutto, provare a chiedermi come si sia potuti arrivare a questo scadimento del livello civile del confronto politico. In secondo luogo, vorrei provare a dimostrare che Trump non è affatto un monstrum unico e isolato nella storia politica americana, ma ha un suo preciso retroterra in quella storia, anche se ne è probabilmente inconsapevole e certamente questo retroterra lo fa rivivere in modo decisamente rozzo. Spero che queste annotazioni possano meglio chiarire non tanto chi sia Trump – il personaggio è piuttosto elementare – ma che cosa ci sia “dietro” Trump, in termini di entourage, di correnti e gruppi che lo sostengono e appunto di retroterra storico. Perché se si può anche ridurre a caricatura un personaggio politico, quando poi costui sia riuscito a diventare il candidato del GOP per la Presidenza è gravissimo errore intellettuale sottovalutare o ignorare che cosa ci sia dietro di lui. Errore ancor più tragico, se poi il personaggio in questione dovesse riuscire a conquistare la Casa Bianca (ma anche se non ci riuscisse, si sarebbe comunque guadagnato il consenso di quasi la metà degli elettori, a questo punto). Un errore non certo nuovo, perché la sinistra snobistica lo commise già con Reagan – un Presidente che peraltro ha precise assonanze con il candidato Trump, come vedremo  - e mal gliene incolse. Ma se la sinistra imparasse dai propri errori e sapesse ancora percepire la lunghezza d’onda delle grandi correnti popolari, non sarebbe nello stato penoso in cui sta.
Vorrei infine provare a dichiarare i motivi per cui, sulla base di questa analisi, mi auguro che martedì notte il vincitore sia Trump e non la Clinton, e non già con la solita giustificazione del “male minore”, ma per evitare il male maggiore, che fra i due allo stato attuale dei fatti è appunto la Clinton.

  1.  
Come è stato possibile un simile scadimento? Non mi pare plausibile un improvviso instupidimento degli elettori americani e imbarbarimento del paese. Se non altro questa è una di quelle tipiche spiegazioni che non spiegano proprio nulla. Mi pare invece che queste due candidature e la tristissima campagna elettorale che ne è inevitabilmente seguita siano il risultato, uno dei nefandi risultati, della presidenza Obama. Questi ha di fatto determinato il suo successore alla nomination dei democratici; non per sua volontà, perché è anzi evidente che non abbia grande simpatia per la Clinton, ma perché la sua presidenza lasciava spazio solo a una candidatura di sostanziale continuità, anche se con un taglio più moderato e più gradito all’establishment, o ad una candidatura che si presentasse, almeno nei programmi e nell’immagine, come l’accentuazione e la radicalizzazione di quelle istanze che Obama ha sollevato (e molto spesso anche tradito). E difatti lo scontro è stato fra la Clinton e l’autoproclamatosi “socialista” Bernie Sanders.
Ma soprattutto Obama ha involontariamente determinato anche l’avversario della Clinton, la contro candidatura. Infatti, con la sua pestifera dittatura del “politically correct” e con il suo sballato idealismo in politica estera - ha predicato pace, tolleranza e democrazia e ha suscitato guerra, integralismo e totalitarismo – una politica che oltretutto ha anche danneggiato gravemente gli interessi americani, ha finito per suscitare una tale reazione nell’America profonda, un’America lontanissima da quella dei grandi mass-media e quindi da quella che vedono gli europei, da potersi considerare il vero artefice della sorprendente nomination di un personaggio come Donald Trump.

2.
Non è vero che Trump non abbia alcun precedente nella storia politica americana. Al contrario, egli riprende – certo, a volte in modo che può sembrare quasi caricaturale, ma c'è anche dell'intenzionalità i questo– le posizioni fondamentali e le idiosincrasie di fondo di una delle grandi correnti politiche americane. Nel suo non recentissimo ma ancora fondamentale saggio sulla storia della politica estera americana (Special Providence, 2001), Walter Russel Mead identificava quattro grandi correnti politiche (sul piano della politica estera, ma il suo discorso intreccia continuamente, come è ovvio, la politica interna). Il saggio – per inciso - è da raccomandare ai tanti europei (quasi tutti, per la verità), che parlano della politica americana in un’ottica eurocentrica, con categorie politiche che sono tipiche del vecchio Continente, ma che non hanno quasi circolazione negli USA, e ignorando, invece, le categorie politiche specificamente americane, il che produce poi catastrofici equivoci e incomprensioni. Le quattro correnti sono battezzate ciascuna con il nome di un grande personaggio della storia americana e si possono suddividere in due coppie: da un lato abbiamo la corrente hamiltoniana e quella wilsoniana, che sono sostanzialmente “interventiste” in politica estera e ritengono che gli USA abbiano il dovere morale di edificare e garantire l’ordine mondiale, modellandolo su determinati principi, valori e ideali, non certo slegati da concreti interessi. Queste correnti, nel Novecento, hanno trovato i loro “campioni” non solo in presidenti democratici – da Wilson, appunto, a Franklin D. Roosevelt a Obama – ma anche repubblicani: Theodore Roosvelt e Bush padre furono due eminenti “hamiltoniani” e la prima guerra del Golfo – nel modo in cui fu concepita, preparata, condotta e terminata - fu difatti una tipica espressione di una visione politica e di una strategia hamiltoniana.
Le altre due correnti, che si potrebbero definire invece “isolazioniste” se la parola non fosse così spesso fraintesa in Europa, sono quella jeffersoniana e quella jacksoniana. La prima ha dato alla politica americana strateghi del calibro di George Kennan. La corrente jacksoniana è invece la meno conosciuta e la più deplorata in Europa e, guarda caso, è proprio quella  che fornisce il suo retroterra ed humus al fenomeno Trump. Quello che scriveva Russel Mead di questa corrente oltre 15 anni fa si presta benissimo a interpretare il “fenomeno Trump”: “Forse la politica jacksoniana è così poco compresa perché il jacksonismo è un movimento meno intellettuale e meno politico, mentre ha invece la capacità di esprimere i valori sociali, culturali e religiosi di una grossa fetta del popolo americano. Il suo pensiero è meno noto anche perché affonda le radici in quella porzione di popolazione meno rappresentata nei media e nell’ambiente accademico” e formata, aggiungeva poco dopo, soprattutto da maschi bianchi e protestanti, di estrazione sociale medio-bassa e con collocazione geografica prevalentemente nel Sud e nel Midwest. L’America jacksoniana, continuava lo storico, non è una corrente ideologica, né un complesso di interessi organizzati, ma è una “comunità popolare” e “sembra voler continuare a produrre leader e movimenti politici, destinati a detenere una forte influenza sugli affari interni ed esteri degli Stati Uniti nel prossimo futuro”.
Come la corrente jeffersoniana, quella jacksoniana ha una forte impronta libertaria ed è intollerante nei confronti dei controlli e dei vincoli statali, ma mentre i jeffersoniani privilegiano il Primo Emendamento e quindi la libertà di espressione, i jacksoniani considerano invece il Secondo Emendamento e quindi il diritto di portare armi, come la pietra angolare e la fortezza delle libertà individuali. Cosa che lascia sbigottiti tanti europei “progressisti”, che non sono disposti a capire come quella mania di portare le armi di tanti americani non sia un vezzo da cow-boy trogloditi, ma – piaccia o non piaccia - sia un’abitudine addirittura legata alla libertà personale e quindi tutelata da un Emendamento della Costituzione, che viene subito dopo quello sulla libertà d’espressione e la libertà religiosa. E in tal modo viene anche fraintesa la vera sostanza dell'aspro dibattito che c'è in America su questo punto cruciale.
Tuttavia, più che su un sistema di valori il jacksonismo si fonda su una sorta di codice d’onore. In estrema sintesi i punti fondamentali di questo codice d’onore sono i seguenti: primo, contare su se stessi. I veri americani sono quelli che si fanno strada da soli nel mondo. Il successo economico è quindi molto rispettato, quando è chiaramente dovuto al proprio impegno. Secondo principio: l’uguaglianza, non certo nel senso di uguaglianza economica o sociale, ma nel senso di pari dignità e diritto. Ogni infrazione a questo principio di uguaglianza è accolto con disprezzo. Terzo principio, l’individualismo, che comunque non prescinde dal rispetto di regole e principi etici. Il quarto principio è l’esaltazione del credito finanziario, che deve garantire del resto individualismo e intraprendenza personale, fornendoli di mezzi concreti. Infine, la comunità jacksoniana traccia una netta linea di demarcazione tra coloro che riconosce come propri membri e coloro che invece vengono considerati outsiders, i quali se violano i principi fondamentali del codice d’onore devono essere perseguiti implacabilmente e senza escludere alcun mezzo.
Non è difficile scorgere in queste note, con buona approssimazione, un ritratto di Donald Trump e dei suoi sostenitori ed esse basterebbero a suggerire di abbandonare certe sottovalutazioni e certe analisi caricaturali del personaggio e soprattutto dell’America che lo appoggia.

Venendo specificamente alla politica estera, il jacksonismo è certamente la corrente più strettamente legata al complesso militare-industriale, come si diceva una volta, e promuove altrettanto certamente la crescita delle spese militari, ma – attenzione – non è detto che i suoi rappresentanti siano più “guerrafondai” di quelli di altre correnti e in particolare degli hamiltoniani – legati agli interessi commerciali degli USA – e degli idealisti wilsoniani. Di fatto, il maggior numero di interventi militari americani si sono realizzati, nel XX secolo e all’alba del XXI, con amministrazioni di matrice hamiltoniana o wilsoniana e secondo il programma di queste correnti, compresa la famigerata guerra del Vietnam, comprese la prima guerra del Golfo e la guerra del Kosovo. Quanto a Bush figlio, va detto che Russel Mead scrive proprio alla vigilia dell’11 settembre 2001 e può così senz’altro ascriverlo alla corrente jacksoniana, perché di chiara fattura jacksoniana era stato il programma sulla cui base aveva vinto le elezioni. In politica estera, George W. Bush intendeva ritrarsi dalle imprese militari di Clinton su posizioni tendenzialmente isolazioniste. L’11 settembre cambiò la scena e – provo a continuare l’analisi nell’ottica di Russel Mead anche se il suo saggio non arriva al drammatico evento delle Torri gemelle -  Bush reagì nell’immediato ancora con un riflesso jacksoniano (capiremo a breve a cosa mi riferisco). La sua amministrazione era però dominata dai cosiddetti neo-con, che jacksoniani non erano affatto. La loro matrice era piuttosto wilsoniana ed essi per lo più si erano formati politicamente nel partito democratico, prima di fare il salto sull'altra sponda. Se l’attacco all’Afghanistan fu la reazione immediata in stile jacksoniano del Presidente, questa reazione presto fu inserita nel ben diverso progetto dei neo-con (il “New american Century") e il corto circuito fra questo wilsonismo piegato a destra dei neo-con e il jacksonismo originario di George W. produssero la sciagurata guerra all’Iraq (appoggiata da molti democratici, a cominciare dalla Clinton).
In politica estera, così come in politica interna, il jacksonismo non si ispira ad alcuna ideologia o teoria politica, ma ruota intorno ad alcuni semplici assunti: il primo è la convinzione che se è vero che i problemi internazionali sono complessi, le soluzioni siano quasi sempre semplici e i nodi gordiani debbano essere semplicemente tagliati. Da qui il fastidio per le strategie diplomatiche (e qui sta una fondamentale differenza fra Bush padre, hamiltoniano, e Bush figlio, jacksoniano). In secondo luogo, i jacksoniani – anche se passano come quelli che hanno il “grilletto facile” – tendono ad intervenire solo se sentono – si tratta di una reazione istintuale prima ancora che di una analisi – che l’interesse americano nel mondo è gravemente minacciato. In tal caso, è senz’altro vero che – considerando l’assunto precedente – usino mezzi decisamente sbrigativi, tendano all’unilateralismo e alle azioni dirette, immediate ed energiche, scavalcando le mediazioni diplomatiche, curandosi poco delle regole e delle istituzioni del diritto internazionale, mostrando insofferenza per qualsiasi limitazione e autolimitazione nell’azione bellica (mai più combattere con le mani legate come si è fatto in Vietnam, è una tipica affermazione jacksoniana). Ecco, perché qualifico come frutto di un “riflesso jacksoniano” la guerra in Afghanistan di George W. (mentre quella all’Iraq fu assai più meditata, e sciaguratamente meditata). Ma se non hanno la sensazione di questa grave e imminente minaccia, i jacksoniani tendono ad una politica estera molto meno interventista e quindi tendenzialmente più “pacifica” rispetto agli esponenti di tutte le altre correnti.
La ragione di fondo sta nella visione crudamente realista e pessimista del mondo che hanno i jacksoniani. Il mondo è dominato irrimediabilmente dalla violenza, dalla legge del più forte e dall’ingiustizia e sarebbe vano ed anzi disastroso che gli USA si impegnassero a redimerlo. Da qui la radicale distanza con i wilsoniani, ma anche la notevole differenza rispetto alla visione di politica estera delle altre correnti. Il mondo è una specie di stato di natura hobbesiano, per cui gli USA, lungi dal lasciarsi tentare da smanie missionarie, devono vigilare, armarsi, prepararsi e devono intervenire solo al momento opportuno, quando è strettamente necessario, in relazione all'interesse nazionale, e dispiegando tutta la loro forza d’urto. Il pessimismo realistico dei jacksoniani è forse l’unico elemento che li rende intellegibili alla politica europea, dato che in tal modo essi sono la corrente politica americana più vicina alla Realpolitik. Non si deve però ignorare che l’origine di questo pessimismo è ben diversa ed è di carattere religioso: la cupa visione del mondo e dell’umanità, fuori dalla cittadella assediata della propria comunità, che hanno i jacksoniani, corrisponde all’idea della creazione decaduta e corrotta dopo il peccato cosiddetto originale ed ha la propria matrice nel calvinismo dei Padri fondatori, spesso rielaborato, però, in chiave premillenaristica: l’Anticristo arriverà prima che il Messia sia di nuovo e definitivamente tra noi. Bisogna quindi vegliare, certo, per il ritorno di Gesù, come ci invita a fare il Vangelo, ma ricordando che prima che Gesù ritorni avremo qualche piccolo problema e dovremo fronteggiarlo...
 Il jacksonismo, secondo Russel Mead, è la corrente politica di gran lunga più importante nella storia statunitense: non sempre ovviamente, i Presidenti hanno avuto questa provenienza ed anzi i jacksoniani sono stati in fondo pochi, ma nessuna Amministrazione può permettersi di ignorare l’influenza del jacksonismo nella società americana e nell’opinione pubblica. Questo è un lusso che possono permettersi solo gli intellettuali radical-chic nostrani, magari anche trapiantati negli States, ma incapaci di vedere oltre i cortili della Columbia University.
Non a caso, il più importante presidente jacksoniano della storia recente è stato inizialmente tanto incompreso, sottovalutato e sbeffeggiato in questi ambienti, prima che si accorgessero che si trattava oggettivamente – e a prescindere dalle valutazioni di merito – del maggiore presidente nella storia novecentesca degli USA, almeno dopo Franklin D. Roosevelt. Sto parlando, evidentemente, di Ronald Reagan. Spero che con Trump non si faccia un errore se non simile, analogo.

3.
Mi pare che queste annotazioni, pur così necessariamente sommarie, possano chiarire un po’ meglio il “fenomeno Trump”. Esse riguardano innanzitutto la sua possibile politica estera, l’aspetto che certamente ci deve interessare di più. Senza inserirla nel contesto del jacksonismo, questa politica estera resterebbe assolutamente imprevedibile e ogni considerazione si ridurrebbe a illazione, boutade o propaganda di bassa lega (come di fatto avviene regolarmente sui mass-media nostrani). Anche in tal modo, sia chiaro, restano moltissime incertezze, sia perché il personaggio è comunque un jacksoniano sui generis, se non addirittura “a sua insaputa”, sia perché in nessun caso la politica jacksoniana è prevedibile, proprio perché a differenza di quella delle altre correnti non si fonda su una dottrina e non parte dagli USA o dalla loro autorappresentazione, ma dalle condizioni del mondo. E dunque i suoi sviluppi dipendono da come evolve la situazione internazionale: se non ci fosse stato l’11 settembre, George W. Bush avrebbe quasi certamente fatto una politica non già diversa – questo varrebbe ovviamente per qualsiasi altro Presidente al suo posto di fronte a un simile evento – ma completamente opposta a quella che ha invece fatto. Se non si fosse trovato di fronte Gorbacev, con tutte le sue debolezze, probabilmente Reagan avrebbe fatto una politica di “raccoglimento”, dopo tanti anni di interventismo democratico, da Kennedy a Carter, con l’amministrazione Nixon nel mezzo che dovette gestire i disastrosi risultati di questo interventismo.
Certamente non abbiamo alcuna garanzia che Trump, percependo minacce fatali agli USA, non compia azioni belliche sciagurate. Esiste però anche una possibilità diversa: che ponga fine alle velleità di esportare democrazia o di assecondare la nascita di piantine democratiche in terreni assolutamente inadatti, come ha fatto chi lo ha preceduto, e se ne stia alla finestra, limitandosi ad intervenire con decisione su pochi e ben selezionati obiettivi.
L’alternativa a Trump, invece, la conosciamo bene, l’abbiamo già sperimentata in questi anni, in quanto la candidata democratica è stata per quattro anni Segretario di Stato. E sono stati i quattro anni in cui l’Amministrazione Obama ha prodotto i risultati più catastrofici (gli altri quattro anni sono stati di gestione della catastrofe). E’ semplicemente ridicolo schierarsi con la Clinton, vedendo in Trump una minaccia per la pace nel mondo! Significa aver vissuto su un'altra galassia e senza possibilità di comunicazione con il pianeta terra!
La Clinton porta con Obama la responsabilità della guerra civile siriana, nata dall’idea balzana che una “primavera democratica” potesse rovesciare il “feroce dittatore Assad”. La primavera democratica è invece rapidamente evaporata, il feroce dittatore è ancora al suo posto a Damasco, sostenuto dai russi che sono tornati in forze grazie all’insipienza di Obama, dall’Iran e dagli integralisti di Hezbollah; la Siria è però precipitata in una guerra civile che ne ha diviso il territorio fra varie componenti, fra cui lo Stato islamico e islamisti di varia e diversa “confessione”. Con centinaia di migliaia di morti e di profughi. Con la distruzione di un patrimonio storico e artistico di incomparabile valore. Con Aleppo, una delle più splendide città del mondo, ridotta a macerie. Tutto ciò sta sulla coscienza innanzitutto di Obama e della Clinton.
La Clinton porta con Obama la responsabilità della nascita dello Stato islamico, ossia del più feroce totalitarismo della storia dopo il nazismo. Lo stato islamico, infatti si è allargato alla Siria, ma è nato in Iraq ed è nato grazie alla dissennatissima decisione di Obama di ritirare le truppe senza aver costruito o contribuito a costruire neanche una parvenza di stato e di convivenza fra sunniti, sciiti e curdi (per tacere degli yazidi e dei cristiani). La Clinton e Obama hanno sulla coscienza lo Stato islamico.
La Clinton, più ancora di Obama stesso, ha sulla coscienza la Libia (Gheddafi era un suo target specifico e Obama in quel caso non mostrava molta passione per la causa), anche qui con una guerra civile e con la “catastrofe umanitaria” dei migranti. Quando i progressisti buonisti si indignano per l’”emergenza profughi”, piuttosto che inveire contro Salvini, dovrebbero più concretamente rivolgere il loro sdegno umanitario in direzione della Clinton.
E’ stupefacente vedere come tanti irriducibili critici e oppositori delle “guerre di Bush” si schierino oggi con la Clinton: vorrei informare lor signori che, intanto quelle guerre furono appoggiate al Congresso e in ogni altra sede dalla Clinton e non da Trump, e poi che i Bush tutti, padre, figlio maggiore e figlio minore sostengono la Clinton, come la sostengono tutti i più feroci “neocon” dell’Amministrazione Bush, dal vicepresidente Cheney, al segretario di Stato Colin Powell (quello delle famigerate e fantomatiche armi segrete di Saddam) a Wolfowitz, a Condoleeza Rice e a parecchi altri. I motivi di questo sostegno sono facilmente intellegibili se si è avuta la pazienza di seguire il discorso al punto precedente.
Chiarito quale pesantissimo fardello gravi sulla Clinton, non ho ben capito, nonostante la sistematica campagna di stampa di demolizione del personaggio, quale fardello gravi invece su Trump, a parte le sue battute e affermazioni “sessiste”, condensate in un video privato di alcuni anni fa, in cui faceva discorsi da bar, usando un linguaggio che usano molti maschi – anche se non tutti – e che – non vorrei che qualcuno cadesse tramortito per la rivelazione – usano ormai anche molte donne – sebbene non tutte. O l’accusa, tutta ancora da verificare, di essere “inadeguato”. In ogni caso si tratta di parole e di illazioni, mentre contro la Clinton stanno fatti precisi e fatti già compiuti. Per brevità non affronto il tema delle email, ma è davvero difficile pensare che Trump sia più inadeguato di una candidata che è indagata dall’FBI e che se eletta sarà a rischio di impeachment o di dimissioni. Certo, si può pensare che sia tutto un “complotto”, ma è singolare che questa tesi sia avanzata da coloro che irridono – quasi sempre giustamente – tutte le teorie complottistiche in circolazione. Come dire che i complotti che colpiscono noi o i nostri amici politici sono reali e quelli che colpiscono gli altri sono sempre bufale. Occorrerebbe, ogni tanto, fare pace col proprio cervello.

Non posso concludere senza citare il secondo fondamentale motivo, oltre a quello della politica estera, che induce a preferire Trump: se vincesse, passeremmo da un Presidente icona del “politicamente corretto” a un Presidente icona del “politicamente scorretto”. Non è una battuta e non è un fatto marginale, ma di primaria rilevanza. Il “politicamente corretto”, purtroppo a molti sfugge, ha una portata totalitaria, anzi si potrebbe dire che è il “totalitarismo soft” che nel triste mondo odierno fa da pendant al “totalitarismo hard” dell’integralismo islamico. Infatti, chi pretende di controllare il linguaggio pretende di controllare il pensiero e forse non è neanche necessario aver studiato Parmenide e la scuola eleatica per capire questo. Il politicamente corretto, inoltre, rende l’Occidente inermeinerme culturalmente prima che militarmente -  di fronte alla epocale minaccia dell’integralismo islamico. Non mi pare che si debba aggiungere altro: quando una cosa è tanto importante non servono molte parole ed anzi troppe parole relativizzano pericolosamente la dimensione del fenomeno; la dittatura del politicamente corretto va sradicata dal mondo occidentale esattamente come lo Stato islamico va sradicato dall’Iraq e dalla Siria. Solo così la civiltà occidentale – e mi permetto di dire la civiltà tout court – potrà tornare a guardare al futuro senza angoscia.

Proprio per questo, sebbene il personaggio non mi rassicuri affatto, sia molto lontano da me da ogni punto di vista e mi susciti anche un certo fastidio “estetico”, mi auguro il suo successo e soprattutto la sconfitta della Clinton.
Passerò la notte fra martedi e mercoledì a seguire i risultati delle presidenziali americane: la prima volta che lo feci fu tanti anni fa, nel 1976, con mio nonno; “tifavamo” entrambi per Carter (che vinse e lo sapemmo solo alle 7 di mattina quando arrivò il risultato della California), ma entrambi in seguito ci ripetemmo di continuo quanto ci fossimo sbagliati. Ed io, neanche quindicenne, cominciai allora a capire quanto fosse insidioso tracciare una netta linea di demarcazione fra sinistra e destra, progressisti e conservatori e collocare tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra parte. Mio nonno, invece, lo sapeva da una vita, ovviamente, ma forse in quel caso gli piacque lasciarsi contagiare dall’ingenuo entusiasmo del nipote…
Purtroppo io non ho nipoti e in ogni caso mi pare che la Clinton, a differenza di Carter e dello stesso Obama, non possa proprio suscitarne di tali giovanili e ingenui entusiasmi. La mia notte sarà dunque disincantata, ma se Trump dovesse vincere non mi negherò, nonostante la stanchezza, lo spettacolo ingenuamente entusiasmante delle faccine scandalizzate, delle smorfiette sdegnate, dello stupore sgomento di tanti “progressisti” e radical chic, quelli che non sanno portare la loro r moscia con la stessa eleganza con cui l’Avvocato Agnelli portava la sua. Ma loro si credono ugualmente snob. Si potrebbe dire: pas de noblesse oblige...





domenica 9 ottobre 2016

LE RAGIONI DEL NO - SECONDA PARTE



Entriamo dunque nel merito delle modifiche apportate alla Costituzione dalla legge sottoposta a referendum. Le principali riguardano il titolo I della seconda parte della Carta Costituzionale, ossia il Parlamento.
Secondo Renzi e i sostenitori della riforma, essa supererebbe il bicameralismo perfetto, eliminando quelle che a loro avviso sono inutili lentezze nell’iter di discussione parlamentare delle leggi e consentendo una più rapida e incisiva azione del governo.
Il primo punto è che, se anche questo fosse vero, sarebbe comunque assai discutibile. In una democrazia parlamentare, anzi in una democrazia tout court, vi sono due momenti essenziali, quello  della discussione e quello della deliberazione, ed essi devono restare in equilibrio. La discussione e valutazione delle proposte legislative non deve certamente impedire o ritardare in maniera estrema la decisione, ma questa, d’altra parte, non deve strozzare la discussione, né renderla superficiale e sbrigativa. Purtroppo, da parecchi anni il pensiero dominante non riesce più a comprendere la necessità vitale di questo equilibrio per la sana vita democratica e privilegia il momento della decisione, fino a scadere spesso in una retorica dell’efficienza e dell’efficacia. Ciò avviene ad ogni livello della vita civile e in qualunque istituzione od organismo che sia o che dovrebbe essere retto da regole e procedure democratiche (è un processo, che per fare un solo esempio, sperimentiamo anche nelle scuole). La riforma costituzionale, o meglio gli slogan di cui è rivestita, non fanno che raccogliere i risultati di questa tendenza ormai di lunga data.
Se l’equilibrio fra i due momenti venisse alterato a favore della decisione e a scapito della discussione ci sarebbe effettivamente un serio inquinamento della vita democratica a livello delle sue istituzioni centrali. In tal caso, si potrebbe fondatamente parlare di un eccessivo e pericoloso rafforzamento del governo a spese del parlamento, fino a paventare quel rischio di deriva autoritaria che molti autorevoli costituzionalisti, primo fra tutti Gustavo Zagrebelskj, hanno effettivamente denunciato. Occorre anche aggiungere, però, che il rischio autoritario non starebbe certo nel rafforzamento delle prerogative o semplicemente delle capacità decisionali del governo, che è assolutamente legittimo, ma nel fatto che a ciò non corrisponderebbe un analogo rafforzamento delle prerogative del parlamento. L’ordinamento liberale si fonda, infatti, su una dinamica di pesi e contrappesi fra i vari organi istituzionali e se si vuole restare all’interno di tale ordinamento ogni volta che si rafforza uno di questi organi occorre rafforzare anche l’organo istituzionale che ha sul primo funzioni di controllo e che ne delimita i poteri. Tuttavia, questo rischio autoritario semplicemente non esiste, perché nella legge di revisione costituzionale, come può capire chiunque abbia la pazienza di leggerla e come spero che possa risultare chiaro anche dalle note che seguono, non vi è affatto un rafforzamento delle prerogative e delle capacità decisionali del governo o della maggioranza della Camera di cui è espressione ed anzi quella farraginosità dell’iter parlamentare delle leggi, che viene infondatamente denunciata nell’attuale sistema bicamerale, rischia paradossalmente di essere generata proprio da questa riforma!
Ma è possibile che allora Zagrebelskj, Carlassare e altri autorevoli professori abbiano preso una simile cantonata? In realtà, costoro fondano il loro allarme sul cosiddetto combinato disposto fra la riforma costituzionale e la legge elettorale detta Italicum. Al che, però, Renzi ha avuto facile gioco nel tristissimo dibattito con Zagrebelsky ad aggirare la critica, dichiarando la sua disponibilità a modificare la legge elettorale. Questa disponibilità, fino al 4 dicembre se non oltre, resterà puramente teorica, ma anche così smaschera la debolezza di un attacco alla riforma fondato sull’argomento della minaccia autoritaria. Infatti, la dichiarazione di Renzi ricorda a tutti ciò che è ovvio: che la legge elettorale è una legge ordinaria, che può essere cambiata con procedura ordinaria e che quindi non è corretto considerarla come fosse parte integrante della riforma costituzionale e servissi di questa per denunciare una poco plausibile minaccia autoritaria. In secondo luogo, l’allarme di Zagrebelsky, rilanciato in forma e in toni molto più grossolani da tanti sostenitori del No – che evocano il solito complotto dei poteri forti – risulterebbe quantomeno esagerato anche se l’Italicum dovesse restare in vigore. Il fatto stesso che i sondaggi attuali diano vincente il M5S, ossia il principale partito di opposizione smentisce – dispiace dirlo – l’autorevole costituzionalista e i meno autorevoli suoi seguaci: quale sistema autoritario contemplerebbe mai  l’alternanza al governo fra forze politiche diverse e antagoniste? Addirittura, se la riforma prevedesse effettivamente un rafforzamento esagerato del governo e della maggioranza, l’Italicum potrebbe rappresentare un utile correttivo e contrappeso!
Questa ultima condizione, tuttavia, non ricorre ed è proprio questo il vero punto debole della legge di riforma: essa produce effetti esattamente opposti rispetto a quelli dichiarati, intralciando l’azione del governo e della maggioranza. Vediamo come.
Se l’intento era quello di superare il bicameralismo “perfetto” la strada più semplice e ovvia era quella dell’abolizione del Senato. Il Senato, invece, resta in piedi, anche se se ne riducono i membri, che non vengono più eletti direttamente dai cittadini. Al Senato restano importanti prerogative ed esso, come recita il nuovo art. 55 “concorre all'esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione”. Precisamente, in che modo?
L’ormai famigerato art. 70 stabilisce innanzitutto una serie di casi in cui “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Si tratta delle leggi di revisione della Costituzione e delle altre leggi costituzionali, dei referendum popolari, delle “leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni”, delle leggi che riguardano “le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea” e di altre leggi ancora (rimando al testo di legge per l’elenco completo: http://www.altalex.com/documents/news/2016/04/13/riforma-costituzionale-il-testo).
E’ vero che tutte le altre leggi sono approvate esclusivamente dalla Camera, ma attenzione: “ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo”. Il Senato ha “solo” 30 giorni per “deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva”. La Camera, tuttavia, ricevute le proposte di modifica del Senato deve ovviamente provvedere a ricalendarizzare la legge in questione, deve a sua volta esaminare le proposte di modifica e decidere se accoglierle o meno. In sostanza, la discussione della legge si riapre.
Che cosa cambia allora rispetto al tanto vituperato sistema attuale? A parte il limite temporale dei 30 giorni, che però significa che comunque un progetto di legge modificato dal Senato impiegherà ancora alcuni mesi per essere definitivamente approvato, cambia solo una cosa: mentre oggi il Senato deve esaminare ed anche approvare tutte le leggi, con la riforma il Senato non le approva più e può anche decidere di non esaminarle. Ciò forse comporterebbe effettivamente uno snellimento dell’iter legislativo, ma solo in un caso: se la maggioranza fra le due camere fosse politicamente omogenea. E proprio qui sta il problema! Il Senato non è espressione del voto alle elezioni politiche, ma – peraltro indirettamente – di quello delle regionali. Cosa accadrebbe se ci dovessimo trovare con una certa maggioranza alle elezioni politiche e quindi alla Camera - e con un governo espressione di questa maggioranza, poniamo un governo PD con una sua solida maggioranza alla Camera dei deputati – e dall’altro lato con un Senato dove, in seguito alle elezioni regionali e alla composizione dei consigli regionali più rappresentativi, questa maggioranza non ci fosse e si creasse invece una diversa potenziale maggioranza “ostruzionistica” formata dai partiti che sono all’opposizione – poniamo M5S, Lega e Forza Italia? E’ un caso tutt’altro che accademico, perché una tale difformità politica fra il governo centrale e le maggiori regioni si è verificata ripetutamente nell’ultimo ventennio. Anzi, è stata quasi la regola! Una minoranza alla Camera che diventasse maggioranza al Senato non potrebbe certo governare, ma  avrebbe sufficiente forza per intralciare, ostacolare, dal suo bastione parlamentare, l’azione del governo, con forme di ostruzionismo rispetto alle quali quelle che hanno a disposizione le opposizioni nelle attuali Camere sono ben poca cosa. Oltre a intervenire sulle leggi che devono obbligatoriamente essere approvate dal Senato questa minoranza politica che diventa maggioranza al Senato potrebbe decidere di esaminare ed emendare sistematicamente tutte le leggi trasmesse dalla Camera, modificandole in modo da costringere la Camera a nuovi interventi.
Ma non è finita qui. Il Senato della Repubblica può “formulare osservazioni su atti o documenti all'esame della Camera”, accendendo quindi continui conflitti politici Soprattutto, passando all’art. 71, “il Senato della Repubblica può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all'esame di un disegno di legge. In tal caso, la Camera dei deputati procede all'esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato”. Questa è la vera bomba ad alto potenziale ostruzionistico: con la riforma, in sostanza, l’iniziativa legislativa resta bicamerale e il Senato può proporre decine o centinaia di leggi che la Camera è obbligata ad esaminare entro sei mesi, distogliendosi ovviamente dal percorso legislativo teoricamente delineato dalla sua maggioranza e dal governo!
Parlare di superamento del bicameralismo è quindi davvero una boutade: si passa dal bicameralismo attentamente disegnato dai padri costituenti, che francamente avevano una statura culturale un po’ diversa da Renzi o Boschi, a un bicameralismo demenziale.
Per questo, il vero pericolo non mi pare affatto quello di una involuzione autoritaria, ma quello della istituzionalizzazione della guerra tra bande nella vita politica del paese. Certo, il nuovo Senato, non più eletto a suffragio universale, configura una reale “compressione della rappresentanza dei cittadini”, come dice ottimamente la mia amica Valeria Turra (per le sue pertinenti considerazioni rinvio all’articolo pubblicato sul Ponte: http://www.ilponterivista.com/blog/2016/09/30/valeria-turra/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook). Si tratta, in effetti, per il Senato, di un sistema elettorale a suffragio indiretto: i consiglieri regionali fungeranno da “grandi elettori” dei senatori sulla base di liste formate nell’ambito degli stessi consiglieri e dei sindaci e votate con sistema proporzionale puro. Nulla di “autoritario”, quindi, ma certo, nella situazione politica reale, ciò si traduce in un Senato che più che essere rappresentativo delle “istituzioni territoriali”, come recita la riforma, sarà rappresentativo delle varie maggioranze partitiche regionali, come scrive giustamente Valeria.
Il punto critico decisivo, tuttavia, a me pare quello già citato: queste maggioranza regionali che andranno a formare il Senato potranno entrare in conflitto con la maggioranza della Camera e con il governo che ne è espressione. Va anche aggiunto che le dinamiche che si instaureranno fra Camera e Senato, conflittuali o meno che siano, saranno anche estremamente instabili, in quanto esposte al continuo mutare della composizione del Senato, i cui membri non saranno eletti insieme a quelli della Camera, ma ad ogni diversa scadenza elettorale regionale: l’art. 57 infatti dice che “la durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti”. Mi ripeto: è un bicameralismo demenziale.
Pertanto, cari amici che votate No, lanciando ferali grida di allarme sulle sorti della nostra democrazia, io non riesco a credere che dietro la riforma costituzionale di Renzi ci siano le multinazionali, la J.P. Morgan, gli eurocrati, gli USA, la massoneria, il Mossad e i "poteri forti" tutti, per la semplice ragione che se così fosse la riforma questi signori gliela avrebbero scritta meglio. La riforma è invece semplicemente insulsa, è un tappeto falso spacciato per persiano, perché non raggiunge gli obiettivi dichiarati e anzi rischia di accentuare i difetti denunciati nell'attuale sistema bicamerale. Non ci sono complotti e non ci sono pericoli autoritari: dietro c'è una cosa molto più semplice che è quel fattore S di cui dicevo nella prima parte.
Una stupida demagogia, certo analoga a quella del fronte politico che sostiene il No. Con una differenza, però, che se vincono i demagoghi del No restiamo con un sistema istituzionale che avrà i suoi difetti, ma tanto cattivo non deve essere, visto che è quello con cui questo paese ha costruito, dopo la catastrofe del fascismo, la sua via alla democrazia. Se vince la demagogia del Si passeremo dal bicameralismo perfetto al bicameralismo demenziale, che peraltro viene più o meno abilmente venduto come il suo esatto opposto: rapidità delle decisioni, efficienza, ecc. Un tappeto falso spacciato per pregiato.
Questo è tipico di Renzi: magari la traccia l'ha pure avuta da Morgan, eurocrati e compagni, ma lo svolgimento è tutto suo. Come è suo il populismo che non è solo nel modo di presentare la riforma, che sarebbe ancora pericolo relativo, ma anche purtroppo in certi contenuti della stessa dei quali si parla pochissimo– e sui quali magari ritornerò più ampiamente in una prossima occasione – come l’istituzione dei “referendum popolari” e la sostanziale abolizione del quorum nei referendum abrogativi. Come è sua la retorica e ricattatoria intimidazione: se non si fa questa riforma non si fa nessuna riforma, se non volete questa riforma siete contrari al cambiamento, siete degli ottusi conservatori da rottamare. La prima cosa è palesemente falsa: pochi anni fa fu approvata una riforma costituzionale dal Parlamento e fu respinta dai cittadini nel referendum, eppure già siamo qui a discutere di un’altra e ben più ampia riforma della Costituzione. La seconda cosa è stolta: non volere un cambiamento non significa essere contrari a qualsiasi cambiamento. Io francamente, preferisco comprare ancora una Costituzione un po’ malandata dai Costituenti del 1946-47, piuttosto che comprarne una nuova da un tizio dal quale non comprerei mai la classica macchina usata. Si dirà che allora mi contraddico e faccio quello che ho dichiarato in apertura e per principio di non voler fare: voto No per votare contro Renzi. Non è così: voto contro questa riforma costituzionale, per i motivi che almeno in parte spero di aver chiariti. Non considero neanche il fatto che il governo si sia deliberatamente intestato la riforma, ma non è colpa mia se pure a voler considerare solo il “corpo del reato” su quest’ultimo si trovino impronte digitali così caratteristiche ed evidenti.

LE REALI RAGIONI DEL NO (CONTRO MOLTI SOSTENITORI DEL NO) - PARTE PRIMA



Cercherò di seguire il costume, ormai desueto, che sarebbe auspicabile tenere in una pubblica discussione, enunciando innanzitutto le tesi che poi provvederò ad argomentare.
Ritengo che al referendum del 4 dicembre si debba votare No per ragioni che riguardano esclusivamente il merito della legge di revisione costituzionale. Mi trovo – more solito – piuttosto isolato politicamente, in quanto non condivido le motivazioni che animano la larghissima maggioranza dei sostenitori del No, mentre mi capita di condividere alcune delle preoccupazioni che portano taluni a votare Si, e tra questi vi sono anche persone di cui ho grande stima, salvo il fatto che tali preoccupazioni mi sembrano o non pertinenti alla scelta referendaria o tali addirittura che proprio esse dovrebbero indurre a votare No.
Queste riflessioni sono rivolte esclusivamente a chi riesce ancora a sfuggire al clima di fanatismo politico che dilaga ormai nel paese, a chi – a prescindere dal fatto che sia orientato a votare in un senso o nell’altro – ha ancora voglia di ragionare. Mi onora e mi conforta il fatto di avere nel novero delle mie amicizie e relazioni umane non pochissime persone appartenenti a una specie ormai così poco diffusa. Di questi tempi è davvero una benedizione.

Incomincio da una sorta di sommario, con gli argomenti che poi cercherò di sviluppare e documentare.
A mio avviso, non si può votare No “contro Renzi”, come non si può votare Si “contro Grillo” o “contro il populismo”. Queste motivazioni non solo non sono pertinenti, ma non sono nemmeno efficaci, in quanto non atte a raggiungere il loro dichiarato obiettivo.
Il No, inoltre, non può essere motivato dal pericolo di derive autoritarie o di complotti di “poteri forti” più o meno individuati, perché tali minacce non esistono nella legge in questione.
Analogamente il Sì non può fondarsi sul’esigenza di contrastare il “populismo” o di evitare che l’Italia “esca dall’Europa”, perché è proprio la legge o almeno il modo in cui viene presentata che contiene un germe populista, mentre il pericolo che ci porti fuori dall’Europa e sia “peggio della Brexit” è risibile, sia perché – cosa che sfugge ai più – la Brexit ancora non c’è e dunque non se ne possono ancora valutare gli effetti, sia perché, ammesso che l’uscita dall’attuale UE sia un fatto negativo, non è certo questa riforma che può produrre una Italexit. Lasciamo ai comici il loro mestiere, quindi.
Nel merito della questione, la riforma non raggiunge gli obiettivi dichiarati – superamento del bicameralismo, rapidità ed efficienza nell’azione del governo e della maggioranza parlamentare – ma rischia di accentuare i difetti denunciati nell’attuale sistema istituzionale, segnando il passaggio da un (presunto) bicameralismo perfetto a un (reale) bicameralismo demenziale.
Quanto al tema del “contenimento dei costi della politica”, gli effetti sarebbero irrisori e comunque l’idea che i costi della politica siano legati al numero dei parlamentari è degna della versione più becera del populismo e può esser fatta propria solo da chi vive in un altro mondo e non si sia mai reso conto di dove stiano veramente in Italia gli sprechi e le rendite parassitarie legati alla politica.

Votare in un modo o nell’altro per indebolire e per far cadere o, viceversa, per rafforzare Renzi, per avversione politica a Grillo, Salvini e Brunetta o per simpatia politica nei loro confronti, non è solo non pertinente: è gravemente irresponsabile. Stiamo infatti parlando di una legge di revisione costituzionale che tocca quasi 50 articoli della Carta Costituzionale e che, soprattutto, ridisegna l’istituzione che è al centro della nostra forma di democrazia e di qualunque sistema liberale, ossia il Parlamento. Legare una simile, radicale modifica delle nostre istituzioni a simpatie o antipatie politiche, a fenomeni contingenti, se non proprio effimeri, della storia del paese, quali sempre sono leader e partiti politici è una decisione veramente scellerata. Immaginiamo che intorno al 1953 si fosse proposta e approvata una analoga, ampia revisione Costituzionale e che essa fosse stata poi sottoposta a referendum. Immaginiamo che il risultato fosse stato deciso non da una valutazione della riforma stessa, ma dalle simpatie e antipatie politiche nei confronti di De Gasperi, da un lato, di Togliatti o Nenni dall’altro. Oggi noi potremmo ancora scontare le conseguenze di una scelta che avrebbe alterato profondamente la Costituzione del 1948, o respinto tali modifiche, in nome di esponenti politici e partiti che non esistono più da lungo tempo. Gli elettori del 1953, gli elettori di questo ipotetico referendum, si sarebbero assunti una gravissima responsabilità nei nostri confronti. La stessa che si assume nei confronti delle nuove e future generazioni chi il 4 dicembre voterà per Renzi o contro Renzi, per Grillo o contro Grillo, e non per il merito della legge.
Se questo argomento non fosse sufficiente – qualcuno potrebbe addirittura ritenere la vittoria o la sconfitta di Renzi/Grillo più importante di una revisione costituzionale, in quanto magari si tratterebbe addirittura di assecondare o bloccare una svolta storica, portatrice di una palingenesi divina o demoniaca a seconda dei punti di vista e legata all’azione del governo Renzi o all’ascesa al potere di Grillo (e la cosa dato l’analfabetismo politico e storico imperante non mi sorprenderebbe)  - andrebbero fatte e ascoltate le seguenti ulteriori considerazioni.

Se vince il No, Renzi non si dimette e tantomeno si ritira dalla politica.
Perché dovrebbe dimettersi? E’ vero, che – come si dice – è stato lui stesso a “personalizzare” la questione, ma si può essere sicuri che in caso di sconfitta provvederà immediatamente a “spersonalizzarla”, cosa che peraltro ha già incominciato a fare. Piuttosto, l’argomento serio che sottende questa ipotesi di caduta del governo è un altro: in un sistema parlamentare e liberale sano una legge di revisione costituzionale è prerogativa esclusiva del Parlamento e il governo mantiene un atteggiamento rigorosamente neutrale. Il governo Renzi, invece, ha promosso la riforma, è intervenuto con la massima energia e con tutti gli strumenti consentiti dal regolamento, nell’iter di discussione e di approvazione della legge ed è ora schierato in prima linea nella campagna elettorale. Le voci a sostegno del Si distinte da quelle del governo stesso sono inesistenti o impalpabili nel dibattito politico. Si è così prodotto un vulnus alla costituzione materiale della nostra repubblica parlamentare ancora più grave di quello che la legge, se definitivamente approvata, produrrebbe nella costituzione formale. E questa sarebbe già una ragione più che sufficiente per votare No, almeno se si condivide un orientamento autenticamente liberale.
Sulla base di queste considerazioni, tuttavia, riconosco che non è del tutto peregrino ritenere che la vittoria del No dovrebbe portare alle dimissioni del governo: chi ha prodotto quel vulnus ne dovrebbe pagare le conseguenze in base alla stessa logica che lo ha animato. Questo, però, non accadrà mai, perché Renzi si aggrapperà alla costituzione formale, che ancora lo garantisce, e non agirà in coerenza con la modifica che ha realizzato nella costituzione materiale. La costituzione formale lo tutela, perché, ovviamente, non prevede affatto che un governo debba dimettersi in seguito al risultato di un referendum costituzionale. Il governo si dimette se non ha più la maggioranza in Parlamento. Ma chi dovrebbe sfiduciare Renzi? La “minoranza PD”? Vorrei continuare a parlare di cose serie…
Se poi qualcuno ritenesse seria la minoranza PD – come si vede cerco di prendere in considerazione anche le opinioni più stravaganti – quel qualcuno dovrebbe considerare che l’obiettivo dichiarato di costoro è di produrre un mutamento dei rapporti all’interno del partito: hanno detto e ripetuto che chiederanno le dimissioni di Renzi da segretario e non da premier.
Specularmente, chi invece è orientato a votare Si per salvare Renzi, può tranquillizzarsi: il governo sopravvivrebbe comunque alla vittoria del No e non c’è alcun motivo di correre in suo aiuto.

La vittoria del No non porterebbe in nessun modo il M5S al governo.
Intanto, la tesi è in continuità con la precedente: se Renzi non si dimette, non si forma un nuovo governo e tantomeno si sciolgono le Camere. Ma desidero aggiungere altre considerazioni a beneficio di chi, come me, riconosce ormai nel M5S una grave minaccia, per la irresponsabilità, incapacità e ignoranza politica di questo movimento e per il fanatismo politico che lo alimenta e lo sostiene. La tesi che sottopongo all’attenzione di questi miei amici ma anche di quegli altri amici che, in piena buona fede, continuano a simpatizzare per Grillo, è la seguente: l’unica, peraltro remota possibilità che ha il M5S di ascendere al governo è legata ad una vittoria del Si e non già a una affermazione del No.
Le uniche possibilità che ha, infatti, un partito politico che pregiudizialmente o programmaticamente, rifiuta coalizioni e alleanze sono le seguenti: a) conquistare la maggioranza assoluta dei voti; b) realizzare la rivoluzione o un colpo di stato; c) giovarsi di una legge elettorale demenziale come il cosiddetto Italicum.
Ora, la prima possibilità mi sembra alquanto implausibile, in quanto il M5S dovrebbe quasi raddoppiare i consensi ottenuti alle ultime politiche e quelli che gli vengono accreditati dai sondaggi. Riguardo alla seconda, distinguerei tra rivoluzione e colpo di stato. Per quest’ultimo non vedo molti generali o colonnelli disposti a porsi agli ordini di Grillo e della Casaleggio e associati. Quanto alle rivoluzioni, va ricordato che, come diceva Longanesi, in Italia falliscono regolarmente, perché “ci conosciamo tutti”, ma anche perché tutti “teniamo famiglia” e perché in ogni caso non appena comincia a piovere i rivoluzionari ritornano precipitosamente a casa e la rivoluzione viene rinviata a data da destinarsi
Resta l’Italicum, il grande regalo che Renzi ha fatto, senza rendersene conto, al M5S. L’attuale legge elettorale, con il combinato disposto del premio alla lista e non alla coalizione e del ballottaggio fra le due liste che ottengono i maggiori consensi, è l’unica che dà al M5S serie chances di vittoria.
Bene: se vince il No, l’Italicum è condannato e il M5S perde l’unica chance che ha di andare al governo– ammesso che lo desideri veramente il che è molto dubbio. L’Italicum, infatti, non prevede norme per l’elezione del Senato e dunque se restasse in vigore, dopo la bocciatura della riforma, ci si troverebbe nella surreale condizione di dover eleggere la Camera con l’Italicum e il Senato con il Porcellum (che però la Corte Costituzionale ha già dichiarato illegittimo). Dunque, se vince il No, non si può in nessun caso andare subito ad elezioni politiche, ma bisogna prima approvare una nuova legge elettorale e questa, quale che sia, molto difficilmente offrirà più al M5S i vantaggi dell’Italicum. Invece, se vince il Si, non è affatto scontato che l’Italicum sia modificato e, in assenza di un accordo su una nuova legge elettorale, molto probabilmente si arriverebbe alle nuove elezioni con questa legge elettorale. A quel punto, il M5S, se non si sarà già suicidato, magari colpito da qualche “irraggiamento” mortale, avrà discrete chance di conquistare il governo.
Il paradosso è che Renzi ha voluto una legge elettorale che è l’unica che lo condanna a probabile sconfitta e continua a mostrarsi restio a cambiare questa legge, mentre il M5S è schierato contro il Si, alla cui affermazione sono legate le sue uniche possibilità di successo. Si possono fare varie ipotesi per interpretare questo paradosso, ma ai tantissimi complottisti in costante esercizio delle loro funzioni vorrei segnalare l’ipotesi di un complotto diverso da quelli che solitamente considerano: il complotto della stupidità. Talora, a spiegare certe vicende e certi comportamenti non ci sono interessi nascosti, ragioni non dichiarate, retroscena misteriosi, ma vi è solo il fattore S: la stupidità. Il movente più sottovalutato della politica e della storia.
Rivolgendomi invece ai miei amici, degli opposti schieramenti, che prima citavo, li inviterei a considerare seriamente il paradosso di cui sopra: quelli che votano animati fondamentalmente da simpatia politica per il M5S dovrebbero coerentemente votare Si. Renzi uscirebbe politicamente rafforzato, è vero, dalla vittoria referendaria, ma tuttavia potrebbe, proprio per questo, commettere il fatale errore di mantenere l’Italicum, offrendo a Grillo una seria chance di vittoria, l’unica che abbia.
Coloro che invece votano soprattutto per fermare Grillo e il “populismo” dovrebbero coerentemente votare No. Come si è visto, l’affermazione del No toglierebbe al populismo di Grillo l’unica carta vincente. Il No, inoltre, è un voto efficace non solo contro il populismo di Grillo, ma anche contro il populismo di Renzi e di questa sua riforma. Se infatti quando si usa il termine in questione si sa di che si parla, allora bisognerà convenire che una riforma che nelle dichiarazioni dei proponenti è volta – poi vedremo se questi sarebbero davvero gli effetti reali – a velocizzare l’azione di governo, contro gli “intralci” parlamentari, a ridurre i “costi della politica”, identificandoli con il numero dei senatori, a modernizzare l’Italia – se non addirittura a cogliere l’”ultima occasione” per riformarla e modernizzarla – a promuovere, non si sa bene come, la crescita economica, questa riforma è una riforma schiettamente populista.
Esauriti così gli argomenti non pertinenti, ma pure così centrali nel dibattito politico, passerò, nella seconda parte, al merito della questione. Ho, infatti, la singolare idea che ci si debba esprimere su una riforma costituzionale per i contenuti della stessa. Ho persino letto con attenzione tutte le modifiche che la legge apporta al testo costituzionale vigente. L’avevo già fatto nelle scorse settimane, ma ho ripetuto l’esercizio, l’altra sera, quando il residuo senso della dignità personale mi ha proibito di assistere a un dibattito televisivo fra Salvini e la Boschi. Pensate un po’ dove arriva, certe volte, l’eccentricità di certe persone…