venerdì 9 settembre 2016

L'ULTIMA PAROLA SUL M5S



Ricapitolando, la Raggi in neanche due mesi ha fatto fuori: due capi gabinetto, un vice-capogabinetto, due assessori al bilancio, due presidenti dell'Ama, un presidente dell'Atac, cinque membri del minidirettorio romano e un candidato premier in pectore. Traballano per motivi diversi un assessore all'ambiente, un assessore all''urbanistica e un assessore alla cultura. Bisogna dire che il programma di Grillo del "vaffanculo a tutti" viene attuato con ferrea coerenza. Ma dato che quei “tutti”, con l'unica eccezione del primo presidente Ama, li avevano scelti loro, si può concludere che il M5S è il partito dell'"autovaffanculo”.
Capisco che i continui interventi sulla questione possano alla fine annoiare – sebbene ci pensino gli stessi 5S a offrirci un colpo di scena al giorno – ma occorre ribadire ancora una volta di che cosa si tratta: non solo dell’amministrazione capitolina, che sarebbe di per sé cosa molto importante, ma della verifica di affidabilità di un movimento politico che ormai, specie se non sarà cambiata la legge elettorale, è serissimo candidato alla guida del paese.
Lo spettacolo ridicolo offerto in questi giorni basterebbe a trarre le dovute conclusioni, ma in verità il problema centrale va al di là di questa cronaca surreale ed è assai più inquietante. La cronaca spicciola serve però a centrarlo e per questo sarà il caso di fornire in breve l’ennesimo aggiornamento.
Dunque, di fronte alla menzogna ormai scoperta sull’indagine a carico della Muraro, martedi sera il direttorio e Grillo sembravano aver reagito nell’unico modo possibile, decidendo una di quelle ritirate strategiche che, sebbene siano comunque rovinose e lascino sul campo tanti morti e feriti, consentono almeno di salvare una parte delle proprie forze in attesa di riorganizzarle. Via Marra e il capo segreteria, via anche Muraro e De Dominicis, il non ancora insediato assessore al Bilancio, “consigliato” dallo studio Sammarco, contiguo a quello di Previti. La Raggi, dopo aver preso tempo, dopo essersi assicurata la fedeltà della giunta e aver fatto forse qualche altra, segreta verifica fra i suoi veri referenti e mandanti, decideva di vedere il bluff, mostrando doti insospettate di giocatrice di poker. Di fronte a un suo diniego, davvero Grillo sarebbe giunto a toglierle il simbolo, decretando il fallimento della più importante sfida che il suo Movimento abbia finora affrontata a poche settimane dall’insediamento della Giunta? In ogni caso, la Raggi sapeva bene che nessuno poteva costringerla a dimettersi e neanche imporle di sfiduciare degli assessori o dei membri dello staff e che il famoso contratto stipulato con la Casaleggio è aria fritta, buono solo per le speculazioni propagandistiche dei tifosi dell’una o dell’altra parte. Ha quindi tenuto duro e Grillo e compagni hanno dovuto cedere loro.
A questo punto si trattava però di giustificare pubblicamente la linea assunta e qui la Raggi, ma ancor più i dirigenti 5S, hanno messo in scena una farsa che davvero non ha precedenti nella pur folkloristica vita politica italiana. Un movimento che è nato all’insegna di un improbabile rigore calvinista – nei paesi calvinisti ci si dimette subito dalla vita pubblica per una bugia, a prescindere dal merito della questione, ma si è poi anche indulgenti con chi ammette le proprie colpe – si è ridotto a una goffa caricatura della peggiore casistica gesuitica e a trucchi maldestri da Azzeccagarbugli dei Castelli romani. La Raggi e la Muraro hanno dichiarato di aver taciuto dell’indagine a carico di quest’ultima, a lei comunicata ex art. 353 il 18 luglio, perché i giornalisti non facevano la domanda giusta! La domanda che veniva rivolta, infatti, era “ha ricevuto un avviso di garanzia?” e la risposta era no, perché la Muraro è stata iscritta sul registro degli indagati, e lo ha saputo, ma non ha ricevuto (ancora) un avviso di garanzia!
Ancor peggio, Di Maio che dovrebbe – o doveva – essere il futuro premier a 5S. Costui ugualmente ha risposto negativamente alle domande dei giornalisti sulla Muraro, sebbene fosse stato informato dalla Taverna a sua volta messa al corrente dalla Raggi. Di Maio si è giustificato dicendo di “non aver capito l’email della Taverna”; poi, rendendosi forse conto che per uno che si fregia, come da curriculum ufficiale, del titolo di web master, è piuttosto sconveniente riconoscere di non saper leggere una mail, si è corretto: aveva “sottovalutato” la email…Quel che è certo, comunque, è che se Di Maio divenisse veramente premier, oltre che di qualche "ghost-writer" , figura di staff gia' esistente e ben nota, avrebbe bisogno anche di un "ghost-reader" che lo aiutasse a capire le email.
Disgraziatamente, un giornale ha pubblicato anche i messaggini che si è scambiato con la Taverna (“è pulito il 353?”. “No, non è pulito?”). Evidentemente, il premier in pectore non se la cava bene nemmeno con brevissimi e semplicissimi testi alla portata di qualsiasi adolescente.
La Raggi, poi, il giorno dopo, ha comunicato le sue risoluzioni non in una conferenza stampa, come usano fare i primi cittadini dei paesi civili, ma con un videomessaggio. La Muraro resta al suo posto, in attesa di “vedere le carte” e valutare le circostanze dell’indagine. Posizione in teoria più che rispettabile, finalmente affrancata dal furore giustizialista, ma perché non assumerla il 18 luglio e aspettare di essere smascherati? Purtroppo per lei, 48 ore dopo la coerenza di questa pur tardiva posizione veniva del tutto distrutta dal caso De Dominicis: emergeva che l’assessore al bilancio che la sindaca aveva appena scelto (su consiglio dello studio Sammarco) era indagato per “abuso d’ufficio”. La Raggi annunciava, quindi, che non  si sarebbe più proceduto alla nomina in quanto De Dominicis non rispondeva ai “requisiti richiesti dal M5S”! Questi requisiti sembrano allora oscillanti e flessibili ad personam e il giustizialismo fanatico cacciato dalla porta rientra subito dalla finestra: nel caso della Muraro non basta un’iscrizione nel registro degli indagati, sebbene i reati ipotizzati siano ben più seri dell’abuso d’ufficio, ma occorre “vedere le carte”. Nel caso di De Dominicis, invece, non occorre aspettare le carte, ma basta l’indagine in corso, sebbene riguardi una tipologia di reato che coinvolge prima o poi in indagini giudiziarie la maggioranza delle persone che hanno responsabilità pubbliche.
Sorvoliamo sul cabaret di Nettuno: piuttosto che “Onestà!”, “Onestà” sarebbe stato il caso di gridare “Omertà!”. “Omertà”. Chiediamoci, piuttosto, le ragioni di questo trattamento privilegiato per la Muraro, che ha indotto i 5S a dilapidare agli occhi non degli avversari politici, ma di moltissimi fra i propri stessi sostenitori, un capitale di credibilità accumulato per anni e che li ha portati alla soglia del 30% dei voti. Chiediamoci le ragioni di questa difesa così accanita, ostinata e ottusa dell’assessore all’ambiente. Chi è la Muraro? Quale ruolo gioca? I miei precedenti interventi contengono già, per ciò che mi concerne, una risposta e qui aggiungo solo qualche ulteriore elemento emerso nelle ultime ore e che conferma il rapporto organico fra la Muraro e Cerroni, il “Supremo”, il ras dei rifiuti. Chi ha qualche cognizione di ciò che si muove intorno alla questione rifiuti in una grande città come Roma, può poi capire che cosa significhi essere organici agli interessi di un Cerroni, quali reti di relazioni e con quali altri soggetti questo rapporto privilegiato adombri. La magistratura sta indagando su un incarico di consulenza che la Muraro ha avuto dalla Gesenu, una società di Perugia di cui è socio lo stesso Cerroni e che è stata commissariata per mafia (e si tratta proprio della mafia doc, della mafia siciliana). Nel giugno scorso, la Muraro ha incassato per questa consulenza un assegno di 22'000 euro. Nello stesso periodo, vale appena la pena di ricordarlo, la Muraro era consulente anche della partecipata pubblica, la Ama: a prescindere dai reati che saranno o non saranno riscontrati, il problema politico di conflitto di interessi è enorme.
Il rapporto della Muraro con Cerroni non si è certo sciolto quando lei è divenuta assessore all’Ambiente, anzi! Cerroni nei mesi precedenti era stato messo ai margini dal Presidente Ama Fortini, ma con l’ascesa in Giunta della Muraro, la sua brevissima parabola discendente si è interrotta: la Muraro ha cominciato ad attaccare Fortini, costringendolo infine ad abbandonare l’Ama (sostituito da quel Solidoro che poi si è a sua volta dimesso pochi giorni fa) e soprattutto ha confezionato una delibera ad hoc in favore di Cerroni, imponendo all’Ama di tornare ad utilizzare l’impianto di Rocca Cencia, di proprietà del Cerroni, sebbene fosse sottoposto ad indagine penale.
Ora, torniamo alla domanda: perché una giunta 5S che dichiara di voler fare pulizia a Roma e innanzitutto nella questione rifiuti sceglie e poi difende con ostinazione, coprendola anche con bugie, trucchi da azzeccagarbugli e giustificazioni ridicole, un personaggio come la Muraro? Non si tratta, ripeto, degli eventuali reati, ma delle responsabilità politiche, per le quali non occorre affatto attendere le decisioni della magistratura e nemmeno aspettare di “vedere le carte”, visto che le carte già note consentono già di farsi un’idea precisa. Occorrerebbe liberarsi una buona volta dal virus di tangentopoli, che delega alla magistratura le decisioni politiche, ma i 5S non sono certo i più adatti a ciò, visto che di quel virus sono una diretta filiazione.
Vi sono due risposte possibili, una più benevola (ma comunque sufficientemente preoccupante), l’altra più terrificante. Una prima ipotesi è suggerita dalla Raggi stessa, che in alcune conversazioni intercettate si dispera per una possibile caduta del suo assessore, perché è l’unica che sa dove mettere le mani nella questione rifiuti, e implora il direttorio di trovarle allora un’altra persona capace. La Raggi, del tutto sprovveduta sul problema rifiuti, si sarebbe allora rivolta alla persona che ha certamente maturato in 12 anni, non solo e non tanto competenze professionali, ma adeguate conoscenze dell’ambiente e del sottobosco dei rifiuti. E sarebbe ora riluttante a rinunciare a tale persona. L’ipotesi peggiore è che invece la Raggi, come dice un bravo giornalista, abbia stretto determinate mani in campagna elettorale e che queste mani le abbiano poi “suggerito” la Muraro. E magari certe mani la Raggi le stringeva già da anni, navigando nell’ambiente di certi studi legali romani.
E veniamo così al punto cruciale che nasce da una riflessione su questa vicenda paradigmatica non condizionata da pregiudizi da “tifosi” e che porta ormai al giudizio di totale inaffidabilità del M5S come forza di governo. La retorica dell’”uno vale uno”, il deliberato rifiuto di formare una classe dirigente sulla base di specifiche “competenze”, l’idea che tutti possano occuparsi di tutto, purché siano “onesti” e “trasparenti” (come Grillo ama dire: una casalinga sarebbe il miglior assessore al Bilancio o Ministro dell’economia”!) rende i 5S incapaci di governare alcunché (ed anche di governare se stessi). Difatti, ogni volta che hanno a che fare con situazioni complesse sono costretti a ricorrere a professionalità esterne, finendo per cadere proprio nella rete di quei “poteri forti” contro i quali intenderebbero lottare. Ed ecco le Muraro. Non hanno poi torto i 5S a sostenere di essere vittima di tali poteri forti, salvo che sono proprio loro a lasciarsi infiltrare da questi e non solo per ingenuità e inesperienza – a queste cose ci potrebbe essere rimedio – ma per le caratteristiche strutturali del movimento. Così, in questi primi due mesi, la Giunta Raggi non è stata vittima di un attacco dall’esterno dei poteri forti, ma soltanto dei legami che essa stessa, consapevolmente o meno, ha stretto con questi poteri. Questi legami, si dirà, sono sempre esistiti, esistevano anche e soprattutto nelle amministrazioni precedenti. Certo, ma il M5S è in una situazione ancora peggiore, perché non ha gli strumenti per controllare i gruppi di affari e ne diviene irrimediabilmente ostaggio. Gli altri questi strumenti non hanno voluto utilizzarli, ma li avevano. Emblematico è il caso delle olimpiadi: si rinuncia a priori, dichiarando incontrollabile ed inevitabilmente esposta a speculazioni e ruberie, una cosa che invece si dovrebbe gestire, governare e controllare. Come se si fosse ancora una forza di opposizione e non la forza di governo della città.
Totale inaffidabilità del M5S come forza di governo: è un giudizio ponderato. Oggi dobbiamo chiederci come mai un cruciale assessorato viene affidato a un tale personaggio e come mai questo diventi inamovibile. Domani dovremmo chiederci come mai un cruciale ministero viene affidato alla Muraro di turno. Oggi restiamo sconcertati perché un assessore al Bilancio viene indotto a dimettersi dopo neanche due mesi e accusato da chi lo aveva nominato di aver portato dentro l’amministrazione “una cordata di potere”; dopo di che il nuovo assessore non ha neanche il tempo di insediarsi perché dopo 48 ore si scopre che “non ha i requisiti”. Domani rischieremmo di trovarci in situazioni analoghe con il Ministro dell’Economia. Oggi ci chiediamo chi sia veramente la Raggi, chi l’ha veramente scelta, a chi veramente risponde. Domani rischieremmo di rivolgerci le stesse inquietanti domande a riguardo del Presidente del Consiglio.
Vi sono però ancora parecchie persone che accreditano il M5S come (unica) forza politica’”onestà” e giustificano come peccati di ingenuità e di inesperienza i loro errori. Grande equivoco che nasce da una concezione piuttosto immatura dell’etica e da una sconcertante inesperienza della vita reale e dell’uomo reale. Riguardo a questa inesperienza devo citare di nuovo Pietro Nenni, perché credo che sia sua la frase che “La Stampa” l’altro giorno ha attribuito a Craxi (che può anche averla ripetuta, comunque): “Non ho mai conosciuto un moralista onesto”. Chi ha un minimo di esperienza del mondo conosce già la profonda e amara verità di questa frase ed è portato a diffidare di chi urla “onestà” nelle pubbliche piazze, di certe giustizie popolari e di certi integerrimi capipopolo.
Riguardo invece a quell’infantilismo fanatico che nulla ha a che vedere con un comportamento eticamente responsabile riporto questo magistrale testo che, per quanto mi riguarda, chiude la questione dei movimenti e degli esponenti politici che si ergono a fustigatori di costumi:
“Il fanatico crede di essere capace di opporsi al potere del male con la purezza della sua volontà e del suo principio. Ma il fanatismo, dato che per sua natura perde di vista la totalità del male e si lancia come il toro contro il drappo rosso anziché contro chi lo sorregge, finisce per fiaccarsi e soccombere. Il fanatico fallisce il segno. Il suo fanatismo, pur ponendosi al servizio degli alti beni della verità e della giustizia, si perde prima o poi nell’inessenziale, nelle piccole cose, e cade nella rete del più astuto avversario”.
L’autore non è un “pennivendolo di regime” sul libro paga dei “poteri forti”. Proprio no. Il testo è tratto da un manoscritto che con altri manoscritti doveva andare a costituire una grande opera intitolata “Etica”. Purtroppo, l’autore non poté mai completare l’opera, perché fu arrestato dalla Gestapo per cospirazione antinazista, rinchiuso in carcere per due anni e infine impiccato. Si chiamava Dietrich Bonhoeffer. Ammesso che i libri o i discorsi possano contribuire a insegnare certe cose, è da lui, non da Di Battista, che ho cercato e cerco di imparare che cosa significhi onestà, che cosa sia l’agire etico.



lunedì 5 settembre 2016

L'ASSESSORE DELLA RAGGI CON I PIEDI E LE MANI NEL "MARCIO"



E’ opportuno un aggiornamento all’ultimo post sulle vicende della Giunta Raggi, perché in queste ore emergono fatti importanti che riguardano la signora Muraro, Assessore all’Ambiente, sempre difesa dalla Raggi non meno strenuamente di quanto non abbia difeso Marra.
Ebbene, sebbene la Muraro assicuri di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia, fonti giornalistiche attendibili, serie ed informate hanno accertato che in realtà il provvedimento c’è, anche se i magistrati non hanno ritenuto  necessario e forse neanche opportuno notificarlo (il che è loro facoltà). Addirittura, la Muraro sarebbe indagata da sei mesi. Si conoscono i reati ipotizzati – che sono certamente abuso d’ufficio, traffico illecito di rifiuti e altri reati ambientali, a cui pare si potrebbero aggiungere truffa e falso in atti pubblici – e le circostanze che sono quelle che ora cercherò di riassumere. 
Ricordiamo, anzitutto, che la Muraro,  aveva avuto affidata dall’Ama, la municipalizzata che gestisce i rifiuti, la responsabilità dei controlli su qualità e quantità dei rifiuti prodotti e smaltiti e sulla tenuta degli impianti. A tal proposito, sono state accertate anomalie nella compilazione dei formulari di identificazione dei rifiuti e l’ipotesi dei magistrati è che sia stata alterata la certificazione sulla composizione e la quantità dei materiali conferiti agli impianti. Grazie a questi dati falsi sarebbe stato certificato il pieno utilizzo degli impianti Ama, mentre invece essi avrebbero funzionato solo al 45% delle loro possibilità. Perché questo? Per dirottare i materiali di scarto nelle strutture di Manlio Cerroni, il novantenne ras delle discariche, che ha da almeno trent’anni il monopolio del trattamento e dello smaltimento dei rifiuti. Il danno per la collettività sarebbe duplice: economico, perché l’Ama ha pagato Cerroni mentre poteva utilizzare i proprio impianti; ambientale, perché una parte almeno dei rifiuti finiti nella discarica di Malagrotta di Cerroni potevano invece essere sottoposti a “trattamento biologico”, ossia riciclati. I formulari che la Muraro doveva controllare, dichiaravano però, che gli impianti di trattamento biologico dell’Ama erano già saturi, mentre non erano utilizzati neanche al 50% delle loro potenzialità.
Vale la pena qui di ricordare le iniziative di protesta del M5S, quando era all’opposizione, contro Cerroni e la discarica di Malagrotta per capire quale insostenibile contraddizione sia aver scelto e difendere ancora un assessore come la Muraro, se pure si volesse considerare quella di cui sopra un’accusa ancora da verificare.
Gli impianti di trattamento biologico realizzati per l’Ama sono stati quindi sottoutilizzati, ma, d’altra parte, hanno fatto registrare anche guasti e anomalie tecniche che non sono stati segnalati dalla Muraro o ai quali, comunque, non si è posto rimedio (la struttura di Rocca Cencia, ad esempio, è stata spesso bloccata da guasti), sicché il loro rendimento è comunque rimasto inferiore agli impianti gestiti invece da Cerroni. Anche in questo caso, il risultato è stato vantaggioso per Cerroni e penalizzante per l’Ama e quindi per i cittadini romani. E’ evidente che se pure non fossero alla fine accertate delle responsabilità penali, resterebbe la realtà di un consulente che, per insipienza, per distrazione o per connivenza ha contribuito a danneggiare l’Ama e la collettività. Il problema è che questo consulente è ora l’assessore all’Ambiente a cui il M5S ha affidato il risanamento della cancrenosa situazione dei rifiuti… C’è infine il rapporto della Muraro – in odore di conflitto di interessi e di danno anche in questo caso per la collettività– con la ditta Bioman di Pordenone, su cui ho già scritto nel precedente intervento.
Oltre a tali questioni giudiziarie, sono ora emersi anche i retroscena delle dimissioni dell’assessore al Bilancio Minenna e del neopresidente dell’Ama – nominato ai primi di agosto e legato allo stesso Minenna – Alessandro Solidoro. Nei giorni scorsi, precisamente in una riunione del 26 agosto, la Muraro è intervenuta pesantemente all’interno dell’Ama. Per fare pulizia, come dice lei? Non esattamente. Sono state rimosse alcune persone di spicco. Il caso più significativo è quello di Saverio Lopes, il direttore delle risorse umane, 41 anni. Lopes nei mesi scorsi è stato protagonista di battaglie contro l’assenteismo, contro i brogli nelle deleghe sindacali e contro una gestione consociativa dell’azienda da parte di alcune forze sindacali. Le sue iniziative hanno colpito, in particolare, il potente capo della Cisl all’interno dell’Ama e ras delle tessere (e dei voti) Alessandro Bonfigli. Bonfigli era stato anche estromesso dalla Cisl, ma è stato poi reintegrato proprio in coincidenza della vittoria della Raggi alle elezioni. Lopes ha colpito con Bonfigli anche un sindacato di base e il network dell’ex sindaco Alemanno (favorendo il licenziamento di 41 addetti coinvolti in “parentopoli”). Mentre la Muraro procedeva all’epurazione all’interno dell’Ama, partiva la richiesta della Raggi all’Anac contro il suo stesso capo di gabinetto Raineri. L’una e l’altra iniziativa miravano evidentemente a colpire la rete che fa capo all’assessore al Bilancio Minenna, che difatti si dimetteva, mentre il presidente dell’Ama si rifiutava di firmare l’ordine di servizio contro Lopes e poi si dimetteva anche lui.
Il quadro è sufficientemente chiaro, a questo punto, per dire almeno che la Muraro, lungi dal combattere una battaglia per ripulire l’Ama dal “marcio” – secondo l’espressione da lei usata – e risanare la gestione dei rifiuti e la relativa azienda, da persona ben radicata nei giochi di potere interni all’Ama – un formidabile veicolo di denaro e  un grande bacino di voti – è entrata con tutti e due i piedi in questo marcio, è intervenuta con la forza che le dà la sua nuova carica in questi giochi di potere, per colpire uomini e gruppi avversari ed evidentemente per favorire gli uomini e i gruppi che già da consulente, secondo le risultanze dell’inchiesta della magistratura, avrebbe favorito e a cui è legata. Per cui, se davvero la Muraro volesse dare il suo contributo a eliminare il “marcio” potrebbe fare subito una cosa: dimettersi.
Intanto, Di Battista e Di Maio, nonché la Raggi stessa, continuano a propinarci l’incredibile tesi dell’attacco dei poteri forti di cui sarebbe vittima la Raggi. Dato, però, che le vicende di cui si parla coinvolgono soltanto persone che la Raggi stessa aveva scelto – salvo avere l’incredibile impudenza di parlare delle loro dimissioni come del salutare allontanamento di una “cordata di potere”! – a voler credere a questa versione bisognerebbe concludere che la Raggi e il direttorio sono tanto ingenui o stupidi dall’aver essi stessi aperto le porte dell’amministrazione a questi famigerati poteri forti, nelle persone di Minenna e compagni!
In realtà, resta aperta una domanda sulla Raggi: è davvero soltanto la “bambolina imbambolata” della nota battuta di Vincenzo De Luca o è, invece, una persona ben introdotta, grazie alla sua attività professionale e alle sue amicizie politiche (negli ambienti della destra romana), nelle lotte di potere che hanno devastato per anni la capitale e che non sembrano affatto cessate? La sua scelta di personaggi come la stessa Muraro e Raggi (collaboratore di Alemanno in passato), e la loro difesa a spada tratta (persino contro i diktat di Grillo), gli stessi consensi riscossi nelle periferie dove la destra è più radicata, farebbero propendere ormai per la seconda ipotesi. In ogni caso, è difficile dire tra le due possibilità quale sia la peggiore e la più devastante per il M5S e per la sua credibilità.

sabato 3 settembre 2016

L'AUTUNNO DEL M5S



Non sono ancora trascorsi i primi “cento giorni” dell’amministrazione Raggi, ma le vicende accadute in questi primi due mesi sono state così gravi, clamorose e significative che è possibile fare almeno un primo bilancio.
Per una corretta valutazione occorre, però, partire da alcuni presupposti che oggi si tende sorprendentemente a dimenticare: anzitutto, il M5S sapeva già un anno fa che con ogni probabilità avrebbe espresso il futuro sindaco di Roma (si ricordi la famosa battuta della Taverna: “c’è un complotto per farci vincere”!). Ha avuto tutto il tempo, quindi, di prepararsi alla sfida mettendo in campo un candidato, una squadra e un programma adeguati. In secondo luogo, era chiaro al M5S e a tutti che la prova di Roma sarebbe stata il vero esame di maturità del M5S, chiamato a dimostrare la sua affidabilità come forza di governo e a mostrare di non essere soltanto il movimento politico della protesta, della denuncia o, come dicono alcuni, dell’”antipolitica”. In terzo luogo, date le disastrose esperienze precedenti, il M5S era chiamato a dare subito chiari segnali di svolta e di cambiamento e a non rifugiarsi in nessun caso nella miserevole giustificazione fondata sul confronto con “quelli di prima”. Può essere persino irriguardoso il paragone, ma ricordiamo ugualmente che mai la classe politica che ha costruito la repubblica e la democrazia in questo paese, di fronte alle critiche dei cittadini, si difese con argomenti del tipo: “che volete da noi, ricordatevi che prima c’erano Mussolini e Starace”! Dunque, le giustificazioni del tipo: “ricordatevi che prima c’era Marino o Alemanno o Mafia capitale” non dovrebbero valere nemmeno un soldo bucato.
Ciò premesso, vediamo almeno alcuni passaggi salienti della vicenda. Con la solita procedura naiv di selezione – che però secondo i retroscena giornalistici nasconderebbe il primo atto di una vera e propria guerra fra bande – viene individuata come candidato la Raggi, avvocato, senza alcuna significativa esperienza politica e di gestione amministrativa, con relazioni a quanto pare nella destra romana, ma giovane, donna, di gradevole presenza, secondo un cliché ormai universale. Sostenuta da Paola Taverna e da Di Battista, prevale sull’altro aspirante, Marcello De Vito, candidato la volta precedente, capogruppo in consiglio comunale nell’era Marino, ma colpevole di avere forse lo sponsor sbagliato (la cittadina-deputata Lombardi, mentre Di Maio, che inizialmente lo aveva patrocinato si defila per evitare forse di ingaggiare uno duello prematuro con Di Battista). Questo scontro fra i due candidati e i rispettivi sponsor dura per mesi ed evidentemente lascia notevoli strascichi.
A differenza di Giachetti, la Raggi non annuncia la sua squadra prima del voto, limitandosi solo a quattro nomi (tra i quali uno, l’ex rugbista Lo Cicero, sarà poi escluso e si farà da parte senza la minima polemica, a riprova che lo sport, e in particolare uno sport come il rugby, è a volte ancora una ottima scuola di formazione civile). E’ la prima sorpresa negativa, che contraddice la tanto sbandierata “trasparenza”, icona del movimento, ma che già segnala le lotte sotterranee e intestine al suo interno. Come previsto, la Raggi vince a mani basse le elezioni, giovandosi soprattutto, al secondo turno, del voto delle periferie che avevano votato Meloni al primo turno e con una evidente discrasia tra taluni propositi annunciati dal neosindaco – piuttosto radicalchic (il teatro in periferia e cose del genere) - e le reali richieste di fasce consistenti del suo elettorato (che ce l’hanno innanzitutto con gli immigrati).
Dei sindaci neoeletti, la Raggi è l’ultima a formare la giunta e lo fa proprio l’ultimo giorno utile prima del commissariamento. Anche in questo caso, si parla di lotte fra opposte fazioni, di contrasti fra la Raggi e il “direttorio” che le viene subito affiancato. In particolare, viene bocciato il “ticket” voluto dalla sindaca nel ruolo strategico di capogabinetto/vice-capogabinetto e costituito da Daniele Frongia, a cui sarebbe spettato il ruolo più politico, e Raffaele Marra, già vicino ad Alemanno, a cui sarebbero andate le competenze più tecniche. E’ già una sorta di commissariamento del neosindaco, non ancora entrato in carica. La Raggi, tuttavia, riesce a limitare le perdite e se deve rinunciare a Frongia, in favore del magistrato Carla Raineri, riesce a tenersi Marra, come vice capogabinetto. Il ticket di “compromesso”, alla luce delle ultimissime vicende, sembra però avere avuto un ruolo destabilizzante, esasperando ulteriormente i conflitti fra opposte fazioni. In queste ore, proprio Marra viene sospettato di essere il vero responsabile del siluramento della Raineri, che poi ha portato alla slavina delle dimissioni dell’assessore al bilancio Minenna e dei vertici delle più importanti municipalizzate, l’Atac e l’Ama, che si occupano rispettivamente dei trasporti e dei rifiuti . Ma procediamo con ordine.
La Raggi alla fine vara una giunta sostanzialmente formata da “tecnici” ed “esperti”, esterni al M5S, parecchi dei quali “forestieri” e quindi esterni alla stessa città di Roma: la Raineri, ad esempio, è di Piacenza, Minenna è originario di Bari ed è docente alla Bocconi, la Muraro, che ha un altro assessorato strategico quello dell’ambiente, è di Rovigo.
Proprio il caso della Muraro è la prima seria pietra di inciampo. La Raggi e il M5S hanno denunciato per anni il caos e lo scandalo della gestione rifiuti, promettendo un cambiamento radicale. La Muraro, al di là delle indubbie competenze maturate, non sembra precisamente la persona adatta a realizzare e tantomeno a contrassegnare simbolicamente questa annunciata rivoluzione: per 12 anni è stata consulente proprio della famigerata Ama (lucrando anche compensi piuttosto elevati, di oltre un milione di euro) ed ha attraversato tutte le recenti e fallimentari esperienze amministrative, sia di centro-destra che di centro-sinistra. Inoltre, la Muraro ha una situazione di sospetto conflitto di interessi che non consiste, come si è detto, equivocando o strumentalizzando (vedi gli attacchi del PD), nel fatto che da consulente dell’Ama sia passata all’incarico di assessore (questo non è tecnicamente un conflitto di interessi, ma è il passaggio da un ruolo privato a un ruolo di gestione pubblica che è piuttosto frequente, soprattutto nella direzione inversa, in molti paesi, tra cui gli USA). Il vero conflitto di interessi risale agli anni passati, ma getta un’ombra inquietante sull’assessore di una giunta di moralizzatori o presunti tali.
Mentre era consulente dell’Ama e precisamente tra il 2010 e il 2012, la Muraro collaborava, infatti, con una società di Pordenone, la Bioman che si occupa di smaltimento di rifiuti. Alla Bioman viene assegnata una parte dello smaltimento rifiuti a Roma proprio su indicazione della Muraro. E, soprattutto, a tariffe convenienti per la Bioman, ma non per la collettività. Difatti, l’Ama paga per l’appalto alla Bioman 140 euro a tonnellate, mentre la tedesca Enky aveva offerto 136 euro e la Kyklos di Aprilia soltanto 106 euro a tonnellata. La Muraro, peraltro, come consulente doveva indagare su quantità e qualità dei rifiuti prodotti e trattati e sulla situazione degli impianti. La domanda è allora questa: se la gestione rifiuti a Roma è stata davvero un disastro, come hanno sempre detto i 5S e come del resto pensano tanti cittadini, si può credere che la Muraro, coinvolta direttamente per 12 anni in tale gestione, non abbia responsabilità? E se, come ha talora detto, ha segnalato guasti e disfunzioni e non è stata ascoltata, perché non si è dimessa? In ogni caso, era adatta la Muraro a rappresentare quella figura di cambiamento e di svolta che doveva caratterizzare la nuova amministrazione a guida 5S?
Il caso Muraro, per quanto mi concerne, distruggeva già la credibilità della Raggi e del M5S. Ma si sa, come dice una simpatica battuta, il giorno in cui a scuola spiegarono le mezze misure io ero assente…
Proseguo, dunque, la disanima a eventuale beneficio di chi invece non si fosse perso quella lezione.
Arriviamo alla frana di questi giorni, con le dimissioni di tutte le figure più importanti dell’Amministrazione capitolina, sindaco a parte: il capo gabinetto, che tra l’altro doveva anche vigilare sulla corruzione, tema evidentemente nevralgico per la credibilità della Raggi; l’assessore al bilancio (che in realtà era un super assessore e sommava varie deleghe); i vertici dell’Ama, con l’amministratore Solidoro che era stato appena nominato – agli inizi di agosto – al posto di Fortini ( in violenta polemica con la Muraro e con la Raggi stessa); i vertici dell’Atac, l’azienda trasporti.
La vicenda prende le mosse da una singolare e a prima vista surreale iniziativa della Raggi stessa. Dopo aver conferito l’incarico alla Raineri, accettando la sua richiesta di un compenso pari a quello che percepiva come magistrato più le spese di affitto a Roma (la Raineri, come si diceva, vive a Piacenza), la Raggi, sottoposta ad attacchi anche di “fuoco amico” per l’entità di questa retribuzione, dopo quasi due mesi dal varo della giunta ci ripensa e decide di chiedere un parere all’Anac, cioè a Cantone, il “tuttofare anticorruzione” di Renzi! La retribuzione del capogabinetto, peraltro, è comunque inferiore a quanto percepiva il capogabinetto della Giunta Marino. I maligni dicono che dietro questa iniziativa ci sia la mano del luciferino Marra e della fazione a cui fa capo e che il quesito sia stato formulato in modo che la risposta di Cantone fosse scontata. Resta il paradosso di una iniziativa presa non immediatamente ma due mesi dopo la nomina e di un capogabinetto incaricato tra l’altro di vigilare sulla corruzione che viene messo in stato di accusa di fronte all’autorità anticorruzione! Un bel concentrato di dilettantismo e approssimazione.
La Raineri, convocata alle ore 23 dal sindaco che intendeva evidentemente rimuoverla dall’incarico avendo acquisito il parere dell’Anac, fa quello che avremmo fatto tutti: si dimette, prima di essere sfiduciata. Ma, ecco la sorpresa: insieme a lei se ne vanno tutti quegli altri e cioè il nerbo dell’amministrazione! Le uniche spiegazioni che la Raggi riesce a balbettare riguardano il caso Raineri, ma non accendono assolutamente alcun lume sui motivi che hanno indotto alle dimissioni anche l’assessore al Bilancio e i dirigenti delle municipalizzate. Queste spiegazioni, peraltro, evocano l’ultima cosa che dovrebbe essere tirata in ballo, ciò che davvero manca nell’operato della Raggi e del suo Movimento pre- e post- insediamento: la “trasparenza”!
E’ evidente a tutti che la Raineri e gli altri erano legati tra loro in una sorta di cordata che faceva capo proprio a Minenna – un uomo della Consob peraltro. Minenna aveva fortemente voluto la Raineri e aveva di fatto scelto Solidoro. Non si può escludere nemmeno che abbia un fondamento ciò che scrivono i retroscena di alcuni quotidiani, e cioè che Minenna a sua volta sia appoggiato da esponenti e “correnti” interne al M5S e avversi alla Raggi e a Marra. In queste condizioni, descrivere le difficoltà della giunta Raggi come il frutto del boicottaggio dei soliti “poteri forti”, che pare la linea ufficiale del M5S nazionale, è davvero grottesco. Certamente, questi “poteri forti” esistono – sebbene l’espressione semplicistica non renda l’idea della loro ramificazione – certamente sono in agguato contro operazioni di reale pulizia e cambiamento, ma l’impressione che si è avuta per tutta l’estate è che tali poteri forti si siano potuti concedere tranquille vacanze. Da un lato, infatti, azioni incisive non pare che la Raggi le abbia messo in atto, dall’altro le sue difficoltà sembrano dovute essenzialmente all’azione dei poteri “deboli” interni al suo movimento e alla sua amministrazione, sicché i poteri forti non hanno neanche dovuto prendersi il fastidio di scendere in campo.
La vicenda Raggi è molto significativa, perché non adombra solo il naufragio di un sindaco su cui i romani avevano riposto comprensibilmente grandi speranze, ma rivela in modo ormai inequivocabile limiti e vizi del M5S, che su questa vicenda, come si diceva, si giocava e si gioca la sua credibilità. Limiti e vizi che si possono anche tradurre in un solo termine, che non è quello di “populismo” o di “antipolitica”, ma è più propriamente quello di infantilismo politico.
Un infantilismo che, purtroppo, non pare suscettibile di una evoluzione nel senso della maturazione - non solo perché a un certo punto il tempo scade per tutti e se ci si comporta in modo infantile quando si hanno già un po’ di anni alle spalle e si è chiamati a ruoli e compiti di responsabilità, non si può ancora aspettare una maturazione di là da venire, ma bisogna pensare che quello sia un difetto caratterizzante e insuperabile - ma perché è l’identità stessa del M5S che si è ormai definita su certi connotati, appunto infantili.
La vicenda Raggi non ha detto, in fondo, nulla di nuovo, ma ha esaltato ciò che già era evidente. Anzitutto, il M5S ha scelto comprensibilmente di non essere un partito come gli altri, ma non ha costruito alcuna procedura, non ha individuato alcun serio criterio per la selezione e formazione del proprio personale politico e amministrativo, al di là della boutade delle consultazioni online con tanto di videocurriculum. La conseguenza è che le candidature sono una sorta di lotteria che premia non il più adatto, ma il più fortunato, quello che si trova casualmente in tasca il biglietto vincente. E se i danni di tutto questo sono stati ancora limitati, quando si è trattato di sindaci di piccoli e medi comuni o dei parlamentari (che sono numerosi, sicché poi tra di essi si è generato comunque un processo di selezione, indotto non dai 5S ma dalla logica stessa della vita politica parlamentare, e questo processo ha portato, ad esempio, al passaggio dai primi terrificanti portavoce a Di Maio), questi guasti si sono mostrati in modo dirompente quando le circostanze hanno portato il M5S alla testa della amministrazione della capitale.
In secondo luogo, vi è la mancanza di un vero progetto politico e, su questo piano, si deve anzi registrare una regressione. Il primo M5S aveva comunque dei punti programmatici forti anche se su molte cose permaneva una gran confusione. Quei punti programmatici sono progressivamente divenuti marginali rispetto alla parola d’ordine dell’”onestà” e al metodo della “trasparenza”. Se non che onestà e trasparenza non fanno ancora una politica e ne sono solo gli auspicabili presupposti. Ed è anche il caso di ribadire che un onesto incompetente può fare spesso molti più danni di un corrotto capace (sebbene sia sempre augurabile avere dei competenti onesti): se io salgo su un aeroplano, non mi serve a nulla sapere che il pilota è un uomo onesto, ma voglio esser certo che sappia guidare l’aereo e non mi porti a sbattere in modo onesto e trasparente!
L’onestà, poi, non va declamata, ma praticata e soprattutto verificata alla prova del governo e dell’amministrazione, perché a rimanere onesti quando si è all’opposizione e lontani dal potere sono buoni tutti. Dato il numero dei comuni rispettivamente amministrati, non mi pare che gli avvisi di garanzia a esponenti del M5S siano poi in percentuale inferiore a quelli ricevuti da esponenti del PD…
Il fatto è – ma l’Italia che è il paese di Machiavelli non ha capito granché della sua lezione – che l’onestà in politica non è una qualità morale, ma è appunto una qualità… politica! Al di là della battuta, ciò vuol dire che essa è legata non alle caratteristiche morali dei singoli – vi erano evidentemente singole persone onestissime nel fascismo, nella DC, nel PSI dell’ultima stagione – ma alla consistenza del progetto politico. Se questa manca o è labile, è molto più difficile per i singoli e soprattutto per il movimento o partito nel suo complesso restare onesti, quando si ha a che fare, come è inevitabile nella vita politica e amministrativa ad un certo livello, con incarichi e denari. Il progetto politico, una volta si sarebbe detto l’ideale o l’idea, è il più efficace antidoto alla corruzione.
La debolezza del progetto politico del M5S lo espone suo malgrado a degenerazioni che non basta esorcizzare a parole. La vicenda Raggi queste degenerazioni le mostra già in modo più che palese. A torto, molto a torto, si è parlato, ad esempio, di una lotta o una faida tra “correnti” che ricorderebbe i vecchi partiti. Ma stiamo scherzando? Le correnti dei partiti della prima Repubblica come il DC e il PSI certamente si contendevano senza esclusione di colpi poltrone e soldi, ma avevano una radice e un’identità politica fortissime e i loro conflitti riguardavano le scelte politiche di fondo. Ma davvero vogliamo paragonare gli scontri fra i dorotei e i morotei o quelli fra la corrente autonomista di Nenni e la sinistra socialista di Lombardi a questi meschini litigi di comari del M5S? Quale sarebbe la divergenza politica fra la Lombardi e la Taverna, per esempio? Se qualcuno l’ha capito che me lo spieghi, per piacere! Non correnti, ma bande, dunque. E non bande di malviventi, per carità: bande di bambini capricciosi, questo mi sembrano le cosiddette correnti del M5S. I “bambini dell’asilo Mariuccia” li ha definiti Travaglio, non proprio un nemico del M5S.
Se questi sono i moralizzatori dell’Italia, mi viene in mente solo un detto popolare. Ricordo di essere uscito nel lontano 1986, dopo una breve ma significativa esperienza, dalla Federazione giovanile socialista, non sopportando le pratiche clientelari e la competizione con la DC di Mancino e De Mita sul suo stesso terreno. Parlo del 1986, ben prima quindi delle prime avvisaglie di tangentopoli e quando Craxi era al governo e il PSI al massimo della sua potenza e io un giovane neolaureato meridionale che avrebbe avuto tutto da guadagnare a restare nel partito e a non aprire una polemica magari anche “profetica”, ma senza alcun risultato e riscontro politico immediato. Ebbene, di fronte a questi moralizzatori odierni, comunque figli di Tangentopoli e della drammatica cesura che ha segnato nella storia di questo paese e che aspetta ancora una seria ricostruzione storica, mi viene da recitare il noto adagio: “Peppo per Peppo, mi tenevo a Peppo mio”. Che poi si chiamava Bettino, perché quando è morto il vecchio e grande Nenni (fatti salvi certi suoi colossali errori nelle scelte politiche a cominciare dal Fronte popolare del 1948), che io a dire il vero avrei preferito, avevo solo 18 anni. Ma da Nenni ho comunque imparato, a distanza di tempo, una grande lezione: un giorno ammonì i giovani “giacobini” del partito ansiosi di moralizzare ed epurare tutto e tutti; quella strada, disse, non portava da nessuna parte, perché “a giocare ad essere il più puro, arriva sempre qualcuno più puro di te che ti epura”. Soprattutto, se la pretesa di essere il più puro è basata sulle declamazioni retoriche e non sugli atti concreti e sulle scelte politiche e di vita. Questa lezione credo che il M5S non l’abbia mai imparata. E ne farà le spese.