martedì 19 luglio 2016

"PROCESSO PER STUPRO" NELL'EPOCA "MULTICULTURALE" , LA POLIZIA "RAZZISTA E IL PROGRESSISMO POSTRAZZISTA: SOLO UN SARTORI POTRA' SALVARCI!



A quelli della mia generazione, che si sono formati anche su “Processo per stupro” – o almeno a quelli che non se ne sono dimenticati – fa una certa impressione registrare certe reazioni agli episodi di cronaca che vedono extracomunitari, solitamente di origine araba e nordafricana, nelle vesti di violentatori (certo, presunti, fino a condanna) e donne italiane nelle vesti di vittime. “Processo per stupro” lo ricordo ai più giovani o ai più smemorati, fu il titolo di un epocale documentario, mandato in onda dalla Rai, nel 1979. La parte lesa, una giovane di 18 anni, era difesa dall’avvocato (una femminista storica che però non mi risulta abbia mai preteso di essere appellata “avvocatessa”) Tina Lagostena Bassi. Gli imputati sostenevano che la ragazza fosse consenziente e di aver pattuito con lei un compenso in denaro che poi non le avrebbero dato, perché non erano rimasti soddisfatti dalle sue prestazioni. Ciò fu dimostrato come falso, ma gli imputati furono condannati comunque a pene lievi e beneficiarono della condizionale. Ciò che impressionò gli spettatori fu soprattutto il modo in cui gli avvocati difensori infierivano sulla vittima, con domande morbose (“c’è stata fellatio cum eiaculatio in ore”?) e con allusioni alla sua condotta di vita ”leggera” e alla sua disponibilità sessuale. La parte lesa si trasformava così in accusata e gli imputati quasi in vittime! Il film-documentario, con l’eco che produsse, simboleggiò un grande mutamento del costume, una vera rivoluzione culturale, oltre che una profonda revisione dei costumi giudiziari.
Lascia sgomenti rilevare come oggi tutto ciò che era stato faticosamente conquistato – dalle donne - e acquisito – da noi maschi, o almeno da molti di noi – sia letteralmente azzerato, quando gli episodi di cronaca riguardano maschi extracomunitari, generalmente arabi o neri e di religione islamica, e donne italiane. Non parlo del singolo caso e dei suoi risvolti giudiziari: potrebbe anche darsi che nell’ultimo episodio, quello avvenuto a Roma l’altro giorno, la denunciante si sia inventata tutto, magari per coprire la sua fuga da casa. Questa possibilità, la possibilità che la violenza non fosse davvero avvenuta, esisteva ovviamente anche al tempo di “Processo per stupro”. Ciò che però è radicalmente mutato, ed è di questo che intendo parlare, sono le reazioni dell’opinione pubblica, nei due distinti settori che per comodità definiamo “progressista” e “conservatore”. Le parti si sono ormai rovesciate. Oggi sono i ”progressisti”, comprese le post-femministe, a mostrare reticenza e imbarazzo di fronte a queste notizie: non se ne parla affatto, si minimizzano, si avverte che non bisogna “soffiare sul fuoco”, che bisogna fare attenzione a non alimentare razzismo e xenofobia, che gli italiani violentano le donne come e più degli arabi o africani, che anzi il sessismo sarebbe addirittura una prerogativa delle società occidentali (!). Quando arriva eventualmente la notizia che le perizie non hanno riscontrato segni evidenti di violenza essa viene accolta quasi con sollievo. Ma come? Ma non avevamo faticosamente imparato (parlo di noi maschi), proprio attraverso il caso emblematico di “Processo per stupro”, che se una donna non si difende a urla e a calci, e quindi non viene picchiata, non è detto che sia consenziente, ma può essere semplicemente atterrita? E che certi rapporti sessuali non è detto che lascino segni oggettivi e riscontrabili attraverso una perizia medica? Ora pare che tutto questo non conti più se i presunti violentatori sono immigrati. E non conta neanche la differenza di età, 16 anni la vittima, 28 e 30 anni gli imputati, nell’ultimo caso. E’ paradossale che la difesa delle donne, della loro libertà e del loro corpo, sia lasciata – ecco il sorprendente rovesciamento – a quegli ambienti conservatori che una volta si trinceravano dietro il “quella ci stava”, “quella se l’è cercata”. Difesa spesso strumentale, certo, ma meglio che niente.
E’ un caso di quello che io definisco post-razzismo (un razzismo alla rovescia).
Un altro caso, sempre tratto dalla cronaca di questi giorni, è quello delle tensioni americane fra polizia e neri. La “narrazione” dominante, sempre nei settori “progressisti” è, più o meno questa: una polizia bianca fa una sorta di tiro a bersaglio su poveri neri, che magari sono anche piccoli criminali ma per povertà, emarginazione sociale, ecc. ecc. Poi, certo, capita che uno squilibrato si diverta a sua volta a fare il tiro a bersaglio sui poliziotti, ma è una reazione prevedibile, se non comprensibile. E comunque i morti sono uguali, vittime sono i neri e i vittime sono i poliziotti di Dallas e ora della Louisiana, così come assassini sono i poliziotti e assassino è il cecchino.
Posso dire che trovo non solo mistificante, ma orripilante questa “narrazione”? Anzitutto, qualche cifra per smascherare la mistificazione. La polizia americana non è affatto “bianca”: la percentuale di poliziotti neri è esattamente pari alla percentuale di neri nella popolazione complessiva. In secondo luogo, non è affatto vero che la polizia colpisca solo e neanche principalmente i neri: il 30% circa delle persone uccise dopo essere state fermate da qualche agente sono nere, ma il 70% non lo sono. E questa percentuale è esattamente uguale a quella del tasso di criminalità: il 30% circa dei reati vengono commessi da neri. Dato che le “vittime della polizia” sono quasi sempre pregiudicati, se ne può dedurre che il razzismo non c’entra un bel nulla: un nero ha esattamente le stesse probabilità di un bianco di incappare in un incidente del genere. Per giunta, questi episodi sono in calo rispetto al passato, anche se oggi hanno una maggiore risonanza mediatica.
Ciò che rende, però, non solo mistificante, ma francamente disgustosa la narrazione è il pareggiamento fra le vittime e soprattutto fra gli assassini, operato non solo dai rappresentanti di gruppi come “Black lives matter”, ma anche dai commentatori “progressisti”. Come è possibile rendere simili un poliziotto, che certamente ha sbagliato gravemente e va punito in termini di legge, ma che ha fermato un pregiudicato e a cui sono saltati, colpevolmente, i nervi perché questo non ha alzato le mani o ha cominciato a muovere le mani in modo da far temere che cercasse una pistola, e un cecchino che appostato sui tetti ha fatto il tiro a segno contro poliziotti, che oltretutto stavano scortando proprio un corteo di protesta contro questi episodi? Come è possibile attaccare ferocemente il presidente degli USA (chi mi tocca difendere!) perché ha partecipato ai funerali degli agenti di Dallas, uccisi proditoriamente mentre compivano il loro dovere di servitori dello stato, e non è intervenuto a ogni funerale di un pregiudicato nero rimasto ucciso in uno degli episodi suddetti? Sono uguali questi morti? Io ho rispetto e pietà degli uni e degli altri, ma non li considero affatto uguali e non certo per il colore della pelle! Certamente non sono uguali i responsabili di omicidio: è persino indecente sostenere che siano uguali i poliziotti coinvolti negli episodi in questione e il cecchino di Dallas.
Rincuoriamoci, però, con il grandioso e liberatorio intervento di un lucidissimo e caustico novantaduenne.
Intervistatore: “immigrazione, Islam, Europa. Professore su queste parole si gioca il nostro futuro”. Il politologo Giovanni Sartori: “Su queste parole si dicono molte sciocchezze”.
Anche lei parla come la destra? «Non mi importa nulla di destra e sinistra, a me importa il buonsenso. Io parlo per esperienza delle cose, perché studio questi argomenti da tanti anni, perché provo a capire i meccanismi politici, etici e economici che regolano i rapporti tra Islam e Europa, per proporre soluzioni al disastro in cui ci siamo cacciati»
Quale disastro? «Illudersi che si possa integrare pacificamente un'ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica. Su questo equivoco si è scatenata la guerra in cui siamo».
Sta dicendo che l'integrazione per l'islamico è impossibile?«Sto dicendo che dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l'integrazione di islamici all'interno di società non-islamiche sia riuscita. Pensi all'India o all'Indonesia».
«Quindi se nei loro Paesi i musulmani vivono sotto la sovranità di Allah va tutto bene, se invece l'immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai».
Ma il multiculturalismo… «Cos'è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l'Islam, fa discorsi da ignoranti. Ci pensi. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare, altrimenti devono andarsene».
Se la sente un benpensante di sinistra le dà dello xenofobo. «La sinistra è vergognosa. Non ha il coraggio di affrontare il problema. Ha perso la sua ideologia e per fare la sua bella figura progressista si aggrappa alla causa deleteria delle porte aperte a tutti. La solidarietà va bene. Ma non basta».
Cosa serve? «Regole. L'immigrazione verso l'Europa ha numeri insostenibili. Chi entra, chiunque sia, deve avere un visto, documenti regolari, un'identità certa. I clandestini, come persone che vivono in un Paese illegalmente, devono essere espulsi. E chi rimane non può avere diritto di voto, altrimenti i musulmani fondano un partito politico e con i loro tassi di natalità micidiali fra 30 anni hanno la maggioranza assoluta. E noi ci troviamo a vivere sotto la legge di Allah. Ho vissuto trent'anni negli Usa. Avevo tutti i diritti, non quello di voto. E stavo benissimo».
E gli sbarchi massicci di immigrati sulle nostre coste? «Ogni emergenza ha diversi stadi di crisi. Ora siamo all'ultimo, lo stadio della guerra - noi siamo gli aggrediti, sia chiaro - e in guerra ci si difende con tutte le armi a disposizione, dai droni ai siluramenti».
Cosa sta dicendo? «Sto dicendo che nello stadio di guerra non si rispettano le acque territoriali. Si mandano gli aerei verso le coste libiche e si affondano i barconi prima che partano. Ovviamente senza la gente sopra. È l'unico deterrente all'assalto all'Europa. Due-tre affondamenti e rinunceranno. Così se vogliono entrare in Europa saranno costretti a cercare altre vie ordinarie, più controllabili».
Se la sente uno di quegli intellettuali per i quali la colpa è sempre dell'Occidente… «Intellettuali stupidi e autolesionisti. Lo so anch'io che l'Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l'Occidente l'ha superata da secoli. L'Islam no. L'Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l'Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l'industria, ma il mercato, il suq».
Si dice che il contatto tra civiltà diverse sia un arricchimento per entrambe. «Se c'è rispetto reciproco e la volontà di convivere sì. Altrimenti non è un arricchimento, è una guerra. Guerra dove l'arma più potente è quella demografica, tutta a loro favore».
E l'Europa cosa fa? «L'Europa non esiste. Non si è mai visto un edificio politico più stupido di questa Europa. È un mostro. Non è neppure in grado di fermare l'immigrazione di persone che lavorano al 10 per cento del costo della manodopera europea, devastando l'economia continentale. Non è questa la mia Europa».
Sto applaudendo da ieri sera, quando ho letto l’intervista. E non ho intenzione di smettere.

venerdì 15 luglio 2016

LA GUERRA DI CIVILTA' C'E' E LA STIAMO PERDENDO NEL MODO PIU' STUPIDO




Se c’è una cosa che accomuna tutte le forme di terrorismo è la scelta di obiettivi altamente simbolici. Questa volta il terrorismo islamista ha colpito non tanto un luogo simbolico, come nelle precedenti occasioni, ma ha sviluppato la sua barbara ferocia in una data altamente significativa. Il 14 luglio non è solo la festa dei francesi. Il 14 luglio è la festa di tutti gli uomini che riconoscono nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità i valori fondamentali. Il 14 luglio è la festa della civiltà occidentale, nelle sue migliori espressioni. Solo i ciechi possono ancora ostinarsi a non vedere la realtà: abbiamo un nemico ferocissimo e irriducibile che ha dichiarato guerra alla nostra civiltà. Nel mondo, anche se noi non vogliamo saperlo, è in atto quindi un immane scontro di civiltà. Siamo in mezzo a una guerra civile planetaria. Si è attuato nella sua peggiore versione, lo scenario disegnato nel più importante libro di geopolitica apparso negli ultimi trent’anni, un testo e un autore stupidamente dileggiati dal pensiero progressista. Si tratta di Samuel P. Huntington e del suo Clash of civilitation. La terribile notizia, tuttavia, non è solo che questa guerra di civiltà c’è, ma è che noi la stiamo indiscutibilmente perdendo. E la stiamo perdendo non già sul terreno dell’intelligence – per un attentato compiuto ve ne sono altri mille sventati – né sul terreno militare – dove, invece, finalmente si ottiene qualche risultato in Siria, in Libia e in Iraq. La stiamo perdendo sul terreno sul quale si perdono o si vincono le guerre di questo tipo, le guerre religiose e ideologiche. La stiamo perdendo sul terreno culturale. La stiamo perdendo, innanzitutto, perché neghiamo che la guerra ci sia. In secondo luogo perché ci rifiutiamo di riconoscere il nemico. Le espressioni di questa rimozione arrivano spesso a livelli caricaturali e grotteschi e, visto che l’argomento è così serio e grave, incominciamo a citare proprio questi esempi, che almeno ci fanno pure ridere, anche se amaramente. Il primo tweet della Boldrini esprimeva “orrore e sgomento” per il “feroce fanatismo”. .. niente, la parola islam proprio non riesce a pronunciarla. Ma il primo premio della stupida reticenza stavolta non spetta a lei, ma a Gad Lerner che a sua volta era sgomento per come “un tir suicida” potesse abbattersi sul “nostro formicaio umano”. Un tir senza guidatore, ovviamente. Lo smascheramento delle solite bugie mediatiche stavolta è stato anche più rapido: almeno non si è parlato di un cittadino francese, ma fin dall’inizio di un “franco tunisino”, un francese di origini tunisine. Sicché un esponente del PD ha potuto rispondere sdegnato a un leghista che tirava in ballo le minacce di una immigrazione incontrollata: “Ma quale immigrazione! L’immigrazione non c’entra nulla: era un cittadino francese”. Peccato che si sia subito saputo che l’attentatore era un tunisino che viveva in Francia, ma non aveva la cittadinanza francese. Dunque, tecnicamente, un immigrato.
Boutade a parte, resta il problema gravissimo del nostro deficit culturale: all’ideologia, certamente bugiarda e mistificante, oltre che criminale, degli islamisti, che è però una ideologia vincente, opponiamo una nostra ideologia altrettanto bugiarda e mistificante e indirettamente criminale, ma perdente. L’ideologia del politicamente corretto, che si esprime in particolare in una sorta di razzismo alla rovescia. Un fenomeno che definirei “post-razzismo”.
E’ ben esemplificato dall’arguto schema qui riprodotto. E’ uno schema polivalente, polifunzionale. Alla parola nero infatti si può anche sostituire la parola islamico o la parola palestinese o la parola non-occidentale. E alla parola bianco si può sostituire la parola non-islamico, la parola israeliano, la parola occidentale. Funziona ugualmente bene.
 Un esempio di postrazzismo, nelle ultime settimane, è dato dal desolante confronto fra le reazioni all’attentato di Dacca, nel quale nove nostri connazionali sono stati torturati e poi sgozzati, e l’episodio di Fermo con la morte del nigeriano. I funerali dei nove italiani trucidati dagli islamisti si sono svolti nel silenzio, nell’assenza di qualsiasi rappresentante istituzionale e in una diffusa e sconcertante indifferenza. Ben diversa la reazione istituzionale e collettiva alla morte del nigeriano. Ho già espresso in altra sede il dolore quasi rabbioso che è giusto provare di fronte al fatto che la sciagura si è abbattuta su un uomo fuggito dalla persecuzione di Boko Haram e che aveva perso i familiari ad opera degli islamisti e una figlia nella traversata per giungere in Italia. Un vero profugo, tra l’altro, che aveva tutto il diritto di vivere nel nostro paese. Questo, però, non può doveva portare a una così vergognosa manipolazione dei fatti. Certamente tutto è partito da una battuta, da un insulto razzista del Mancini, indirizzata alla compagna del nigeriano. Questo, però, è l’unico elemento veritiero nella vulgata ufficiale che si è affermata e che ha portato alla generale indignazione, a una mobilitazione contro il razzismo, a marce di centri sociali, a interventi di un ministro e della solita presidente della Camera ai funerali. In stridente contrasto con quanto era accaduto o meglio con quanto non era accaduto pochissimi giorni prima per gli italiani uccisi a Dacca. Il caso è davvero una emblematica espressione dell’ideologia che ho definito post-razzista. Senza attendere perizie e testimonianze, si è subito sbattuto in prima pagina il mostro: il povero nigeriano era stato ucciso a botte e forse anche con l’ausilio di un palo della luce da un italiano fascista, razzista e xenofobo. Nei confronti del Mancini c’è stato un linciaggio morale e mediatico che dovrebbe essere definito questo sì, schiettamente razzista. Poi, si è saputo delle testimonianze di almeno quattro persone, dei risultati delle perizie, della stessa compagna del nigeriano che ha ritrattato la sua precedente versione e ora rischia una incriminazione per calunnia. Alla battuta-insulto del Mancini, che tra l’altro non è affatto fascista e anni fa si definiva comunista, il nigeriano e la compagna si sono avventati su di lui, il nigeriano lo ha anche colpito con un palo della luce, il Mancini si è difeso e ha colpito con un pugno il nigeriano che, cadendo, ha sbattuto violentemente la testa sul marciapiede e questo impatto ne ha causato il decesso. E’ solo un caso, un disgraziatissimo caso, che il nigeriano sia morto e anche l’accusa di omicidio preterintenzionale nei confronti del Mancini dovrebbe trasformarsi  in quella di eccesso di legittima difesa. E’ pure un caso che sia morto il nigeriano e non l’italiano. Il razzismo sta dunque solo nella battuta iniziale e in null’altro. Eppure, mentre la compagna della vittima ritrattava la sua versione, nulla hanno ritrattato le boldrini, le boschi, i dementi dei centri sociali e tanti giornalisti, che avevano intonato il coro e creato il mostro. Anzi, l’unico giornale che ha dato risalto alla ritrattazione della nigeriana è stato “Il Giornale” di Sallusti…Mentre molti commentavano più o meno che il Mancini con quell’insulto in fondo se l’era cercata… Orribile. Intanto, le nove vittime di Dacca continuavano e continuano a giacere dimenticate. In fondo se la sono cercata anche loro: come gli è venuto di andare ad aprire attività imprenditoriali in un paese islamico? Non solo non erano neri, arabi, omosessuali, ma non erano nemmeno studenti dell’Erasmus…
Non si deve sottovalutare il fenomeno del razzismo al contrario, del postrazzismo: esso è una straordinaria arma che l’occidente offre stupidamente ai suoi nemici, enfatizzando sempre e solo le proprie presunte colpe e responsabilità e mai le loro. Un’arma che, oltretutto, finisce per neutralizzare le labili e molto eventuali velleità di emersione del cosiddetto islam moderato: perché mai dovrebbero condannare i loro “confratelli che sbagliano”, se gli occidentali sono i primi a giustificarli e a confessare tutti i misfatti che la propaganda islamista attribuisce loro e persino qualcuno di più?
Non sarà facile sradicare l’ideologia postrazzista che sta conducendo l’occidente alla catastrofe. Come ogni ideologia è un complesso di luoghi comuni e di idee elementari, ma ben strutturati e di facile presa. Come ogni ideologia, non teme la smentita dei fatti, perché i fatti, come abbiamo visto, li manipola o li ignora. E dimentica le scemenze dette in precedenza, sostituendole prontamente con altre, salvo poi recuperare alla prima occasione utile le scemenze di prima. Un esempio tratto da quest’ultimo tragico episodio: ricordate la reazione elusiva alla strage di Orlando? La colpa mica è dell’islam, notoria religione di pace, la colpa è delle troppe armi in circolazione in America! Questo hanno sostenuto molti, capeggiati dalla sciagura che risponde al nome di Barack Obama. Ebbene, seguendo la stessa logica, ora, per l’attentato di Nizza, si dovrebbe dare la colpa alla libera vendita e al libero noleggio dei camion: altro che islam, la verità è che in Francia circolano troppi camion! Ovviamente nessuno pare arrivi a a questo (non si sa mai, però…): la scemenza precedente è stata subito sepolta, ma si può star certi che sarà riesumata molto presto.
Certo, l’ideologia islamista funziona allo stesso modo: è un’insieme ben strutturato di semplici idee e luoghi comuni, manipola e falsifica la realtà, ecc. Con la differenza che la loro ideologia vince, mentre quella dei radical-chic, progressisti, politicamente corretti, anche nella variante italica del grillismo, purtroppo perde. E io, ma, come noto per fortuna nei social network, non solo io, di precipitare nel baratro con questi idioti, per colpa di questi idioti non ho proprio nessuna voglia. Mi aspetto, ci aspettiamo una reazione. Mi aspetto, ci aspettiamo che l’Occidente recuperi la sua anima, intorpidita e inebetita. Che difenda i valori del 14 luglio, ad ogni costo, a qualsiasi prezzo. Che si accorga che il nemico che appare tanto potente, che troneggia tetro e opprimente come una fortezza inespugnabile, può essere abbattuto se solo lo si individua come nemico, se lo si combatte con fermezza, animati dal coraggio dei propri principi, finché non ne resterà che una memoria sbiadita. Come accadde della Bastiglia.

mercoledì 13 luglio 2016

BRANCALEONE/DI MAIO ALLE CROCIATE



Si è svolta in questi giorni la visita di una delegazione del M5S, guidata da Luigi Di Maio, in “Israele e Palestina”. La visita, a cui pare seguirà un viaggio negli USA, è sicuramente  destinata ad accreditare il M5S come futura forza di governo e lo stesso Di Maio come premier, svolgendosi in un cruciale luogo di conflitto e presso un paese che rappresenta certamente un interlocutore ineludibile sulla scena internazionale. Se però questi erano gli scopi, occorre dire che il risultato è stato un misero fallimento. Le dichiarazioni dei rappresentanti pentastellati, beninteso, non hanno oltrepassato il livello di ignoranza dei dati storici e di quelli politici che è largamente diffuso nell’opinione pubblica italiana, specie “progressista”. Questa ignoranza, tuttavia, quando si manifesta in un movimento e in un esponente politico che si candidano alla guida del paese risulta gravemente irresponsabile e induce a ritenerli inaffidabili. I cinque stelle caldeggiano, è vero, la soluzione dei “due stati” che, per quanto sempre più difficile da realizzare nella pratica, è quella comunemente sostenuta dalla maggioranza dei paesi e delle forze politiche. Questa soluzione, però, non si può fondare sulla falsificazione e sulla manipolazione della realtà storica e politica. Facciamo quindi il punto, nel modo più essenziale possibile, su tale realtà.
Perché, la soluzione dei “due stati”, pur prevista dalla risoluzione 181 dell’ONU, che, alla fine del 1947, metteva fine al mandato britannico sulla Palestina, non si è mai realizzata? A respingere la suddetta risoluzione non fu affatto Israele: al suo leader Ben Gurion (socialista, è bene ricordarlo) premeva in quel momento la nascita dello stato ebraico, per molti versi insperata, a prescindere dai suoi confini (che in verità, nella risoluzione erano stabiliti in modo discutibile, per non dire stravagante). La risoluzione fu pertanto rigettata non da Ben Gurion, ma da tutti i paesi arabi che, per giunta, attaccarono militarmente Israele, convinti di ottenere una facile vittoria. Israele, invece, dopo gravissime difficoltà iniziali, riuscì a respingere l’attacco arabo, sostenuto militarmente, non già dagli USA, ma soprattutto dall’URSS e dalla Cecoslovacchia comunista. Israele, tuttavia, pur estendendo il proprio territorio oltre i confini previsti dalla risoluzione, non occupò nel 1949, a conclusione della prima guerra arabo-israeliana, né la Cisgiordania, né Gerusalemme est. La domanda che i pro-pal – 5Stelle compresi – non si pongono e alla quale evitano di rispondere è  questa: perché non nacque allora quello stato palestinese che ora si vorrebbe costituire esattamente in Cisgiordania? Molto semplice: perché la Cisgiordania fu annessa non da Israele, ma dal regno di Giordania, paese arabo che si è poi sempre confermato sempre molto, ma molto “amico” dei palestinesi (vedi “settembre nero”)! Palestinesi e pro-pal dovrebbero ricordarsi più spesso del famoso proverbio “dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”…
Peraltro, la risoluzione dell’ONU non prevedeva la formazione di uno “stato palestinese”, ma di uno “stato arabo”. Perché questa formula generica? Anche questo è molto semplice: perché nessuno nel 1948, non solo in Israele o nei paesi occidentali, ma nello stesso mondo arabo, aveva contezza dell’esistenza di una “questione palestinese” e di una “nazione palestinese”. Ciò resta vero fino almeno alla fine degli anni Cinquanta: persino futuri dirigenti dell’OLP si riferivano allora a quelle popolazioni che sarebbero poi stata definite palestinesi come a dei semplici “arabi” e quando volevano specificare la posizione di queste popolazioni al’interno della più vasta nazione araba li definivano “siriani del sud”.
La scena cambia a partire dai colpi di stato degli anni Cinquanta e dall’emergere del nazionalismo arabo, che ha i suoi campioni nel partito Baath, nelle sue due filiali irachena e siriana e con i dittatori Saddam Hussein e Assad (padre), e soprattutto nel leader egiziano Nasser. Nasser e il nazionalismo arabo danno un contributo decisivo alla costruzione e alla invenzione della nazione e della questione palestinese e incominciano a servirsene per i loro fini egemonici nel mondo arabo e per la propaganda anti israeliana.
Sia chiaro: il fatto che una nazione sia costruita e persino “inventata” non suscita alcuno scandalo, se si pensa, come io penso e come una volta pensava la “sinistra”, dalla Rivoluzione francese e da  Mazzini in poi, che le nazioni non siano entità naturali e comunità di sangue, ma costruzioni storiche, animate e sostanziate da ideali e principi. Occorre però riconoscere con onestà intellettuale che nel conflitto israelo-palestinese si trovano di fronte un popolo costituitosi come tale da millenni, il popolo ebraico (unico popolo dell’antichità, tra l’altro ad essere sopravvissuto), e un altro che solo negli ultimi decenni si è formato la coscienza di essere tale. La narrazione, tutta ideologica, dei pro-pal rovescia invece la realtà e aderisce pericolosamente ad una idea diversa e opposta di nazione, quella che proviene non già dalla Rivoluzione francese e da Mazzini, ma da Herder e dal romanticismo tedesco e che identifica la nazione con il Volk, comunità di sangue, radicata “naturalmente” su un certo territorio. Ed ecco che Israele viene accusato di aver occupato una “terra” che apparterrebbe da sempre ai palestinesi, con i ridicoli corollari del Gesù “palestinese” e la crassa ignoranza della stessa origine storica del termine “Palestina”, nonché della provenienza geografica delle popolazioni arabe ed evidentemente della storia tutta dell’antico Israele. Ciò che più sconcerta, però, non è neanche questa colossale ignoranza, ma l’adesione da parte di sedicenti progressisti, gruppi e uomini di “sinistra”a una idea reazionaria di nazione, fondata su “sangue e terra”, che ha fatto già danni immani nella storia recente. E su questa idea si pretenderebbe poi di fondare una soluzione pacifica!
Ma arriviamo al passaggio cruciale di questa storia: la guerra dei “Sei Giorni” nel 1967. Negli anni Sessanta, la questione palestinese, fomentata dai leader arabi e soprattutto da Nasser, era ormai decollata. Nasser e Assad (ma non Saddam) gravitavano, inoltre, nell’orbita sovietica, e ciò aveva finito, per reazione, per saldare il rapporto fra USA e Israele che in precedenza, come già ricordato, non era stato esclusivo e neanche privilegiato. In Medio Oriente si fronteggiavano, in sostanza, i due schieramenti della guerra fredda, come in tutto il resto del mondo. Dalla Cisgiordania e da Gerusalemme est partivano anche sempre più frequentemente azioni di guerriglia o di terrorismo da parte di organizzazioni palestinesi come Al-Fatah. Nasser, dal canto suo, un giorno sì e l’altro pure, assicurava alla nazione araba, di cui si riteneva leader indiscusso, che il nemico sionista sarebbe stato distrutto e buttato a mare, usando espressioni mutuate dall’armamentario linguistico e ideologico del più feroce antisemitismo.
In queste condizioni, il governo israeliano, sempre guidato dai laburisti, prese la grave iniziativa di una guerra preventiva contro l’Egitto di Nasser. Come accennato, Israele poteva avere le sue ragioni, ma si trattò comunque di un’aggressione militare. Però, attenzione, non è questa guerra all’Egitto che oggi viene imputata a Israele! Nel 1979, con gli accordi di Camp David, Israele ed Egitto hanno stipulato la pace e Israele ha restituito i territori occupati (il Sinai; l’Egitto ha rinunciato a Gaza, da cui peraltro Israele si è comunque ritirato in seguito). Israele ed Egitto sono oggi stretti partner, se non  proprio alleati. Quale sarebbe invece il peccato originale di Israele? Quello di aver occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est e le alture del Golan. Territori che però 1) non erano “palestinesi”, perché appartenevano rispettivamente a Giordania e Siria e 2) furono occupati nella circostanza di una guerra difensiva e non offensiva. Ecco un elemento che viene regolarmente rimosso o manipolato: nel 1967 Israele attaccò per primo l’Egitto, ma non già la Giordania e la Siria, paesi da cui fu invece aggredito, in virtù della “solidarietà araba” che scattò fra i loro governi e quello di Nasser. Esattamente come era accaduto nel 1948-49 i regimi arabi pensavano di poter accerchiare e distruggere Israele, ma le cose andarono diversamente e la vittoria militare israeliana fu stavolta folgorante. Da quel momento in poi Israele è stato, però, ritenuto responsabile di una intollerabile violazione del diritto internazionale, almeno da una larga parte della opinione pubblica occidentale progressista e di sinistra (oltre che ovviamente nel mondo arabo). E’ anzi proprio in seguito alla guerra dei Sei Giorni che si è consumata la disastrosa lacerazione fra la sinistra e Israele, che ha significato, in molti paesi a cominciare dall’Italia, una rottura o almeno un grave distacco fra la sinistra e lo stesso mondo ebraico. In realtà ad Israele viene imputato ciò che mai a nessun paese è stato imputato nella storia degli uomini: di essersi difeso da una aggressione militare, di aver vinto la guerra e di aver occupato dei territori dei paesi aggressori – Giordania e Siria - a garanzia della propria sicurezza. In sostanza, è come se l’Italia fosse accusata di aver occupato illegittimamente l’Alto Adige!
E tuttavia il M5S – lo ha fatto innanzitutto Grillo sul suo blog e lo hanno poi ripetuto Di Maio e compagni – si unisce al coro di chi chiede il ritiro di Israele dai territori “occupati” (che andrebbero più onestamente e più correttamente definiti “contesi”) e cita, credendo che ciò mostri la sacrosanta verità e giustezza della propria posizione, la famosa o famigerata risoluzione 242 dell’ONU. Risoluzione citata sempre a sproposito e in modo, anche in questo caso, assolutamente “ignorante”.  Anzitutto, occorrerebbe sapere che la risoluzione in questione fu redatta in tre lingue – inglese, arabo ed ebraico – e che il testo presenta difformità non marginali nelle tre diverse redazioni. La risoluzione è comunque ambigua e deliberatamente generica nei punti chiave. Ciò non a caso: era l’unica possibilità per ottenerne l’approvazione nel Consiglio di Sicurezza, superando i veti incrociati delle due superpotenze. Pertanto, chi pensa che questa risoluzione contenga determinazioni stringenti e una chiara condanna di Israele mostra di non conoscere nulla dello scenario della guerra fredda e del funzionamento del Consiglio di sicurezza in quegli anni.
Che cosa è scritto, in particolare, nella 242? Si dice, certo, che per una “pace giusta e duratura” Israele deve ritirarsi da “territori”, ma non si specifica quali siano questi territori! Si può supporre che si intendesse parlare dei territori occupati nel corso del conflitto appena concluso, ma ciò non è specificato e non è neanche specificato se Israele debba liberare tutti questi territori o solo una parte. Ciò sul piano giuridico è tutt’altro che irrilevante. Ma soprattutto vi è un secondo punto, regolarmente dimenticato dai pro-pal: mentre Israele deve ritirarsi da “territori”, i suoi vicini devono garantire a Israele “pace e sicurezza”. Difatti, il testo della risoluzione viene spesso riassunto nella formula “pace in cambio di territori”. Si tratta dunque non di una determinazione unilaterale nei confronti di Israele, tantomeno di una condanna, ma di una determinazione bilaterale, nei riguardi tanto di Israele, quanto dei suoi nemici arabi e palestinesi.
Se si è intellettualmente onesti bisogna allora riconoscere che i paesi e i popoli arabi, a cominciare proprio dai palestinesi, hanno sistematicamente violato la risoluzione 242, dal 1967 ad oggi, in modo ben più palese e grave di quanto non l’abbia violata Israele. Israele, infatti, non si è ritirato da tutti i territori occupati, ma si è comunque ritirato da una loro parte (Sinai, Gaza, parte della Cisgiordania oggi amministrata dall’ANP). I palestinesi, invece, non hanno mai garantito a Israele pace e sicurezza, neanche per un giorno.
Infine, la realtà politica attuale: se oggi nascesse uno stato palestinese sarebbe certamente governato da Hamas, che domina Gaza (territorio geograficamente piccolo, ma molto popolato) e potrebbe vincere le elezioni anche in Cisgiordania. Hamas si propone, per statuto, la distruzione di Israele, o meglio dell’”entità sionista” . Nello stesso statuto sono citati versetti attribuiti a Maometto che incitano all’uccisione degli ebrei. Il regime integralista di Hamas nega notoriamente i diritti di ogni minoranza, è un regime fortemente misogeno ed omofobo. Eppure, i pro-pal progressisti scambiano Hamas per una forza di liberazione e i suoi leader per dei Che Guevara.  Poco importa, quando si tratta di comuni deficienti ossia di cittadini comuni che parlano come dei deficienti. Diversa è la questione quando identiche amenità sono ripetute dal responsabile esteri di una forza politica che si candida a governare l’Italia. Giorni fa, il numero 2 della delegazione cinque stelle in visita in Israele, Manlio De Stefano, ha infatti dichiarato in una intervista al quotidiano “La Stampa”, che Hamas non può essere considerata un’”organizzazione terroristica”, in quanto “nasce come partito” e “ha vinto libere elezioni”.  A scuola, durante le lezioni di storia, il signor De Stefano doveva essere distratto, altrimenti saprebbe che anche il nazismo nacque come partito e vinse elezioni certo più libere di quelle svoltesi, ormai parecchi anni fa, a Gaza. Secondo il “ragionamento” di De Stefano, le SS non potrebbero quindi considerarsi una “organizzazione terroristica”…
Va notato che De Stefano è, insieme a Di Battista, l’”esperto” di politica estera del M5S. E di Di Battista si ricordano ancora le dichiarazioni di qualche tempo fa, nelle quali sosteneva la necessità di dialogare con l’Isis e riteneva che, pur essendo preferibili i metodi di lotta non violenti, bisognava pur comprendere chi non avendo altri mezzi a sua disposizione per resistere a un dominio oppressivo si faceva saltare per aria in mezzo alla gente.
In definitiva, la visita dell’armata Di Maio andrebbe considerata solo ridicola se non ci fosse davvero la possibilità in futuro di avere un Ministro degli Esteri e un premier del M5S. Questa possibilità, alla luce delle posizioni espresse in questi giorni, fa davvero rabbrividire e per almeno tre ordini di motivi. Il primo è l’assoluta incompetenza e ignoranza in materia storica e geopolitica degli esponenti del suddetto movimento. Il secondo motivo è il loro radicato habitus anti israeliano, laddove, oggi più che mai, l’atteggiamento verso Israele è un attendibile indicatore dell’adesione di un soggetto, politico o privato, ai valori-cardine della civiltà occidentale. Il terzo motivo, e almeno questo dovrebbe essere universalmente condiviso, è l’inquietante concezione della democrazia che mostra chi ritiene che “vincere” le elezioni legittimi ogni tipo di comportamento, compresa la repressione e distruzione sistematica di ogni voce dissonante e l’instaurazione di un regime di terrore, come fecero i nazisti in Germania e ben presto in gran parte dell’Europa, come Hamas ha fatto a Gaza e come farebbe in tutta l’area palestinese e nello stesso territorio di Israele, se Israele non avesse la capacità di difendersi o se la sua difesa fosse affidata a certi aspiranti statisti nostrani.