martedì 14 giugno 2016

LA STRAGE DI ORLANDO E LA DISFATTA DELLA NARRAZIONE PROGRESSISTA



La strage di Orlando non ha solo ucciso 50 persone innocenti: ha demolito e colato a picco la narrazione progressista sul fenomeno terroristico. Eppure, questa narrazione ha cercato anche in questa circostanza di dare il meglio di sé. Si è cominciato con la solita imbarazzata reticenza dei giornalisti e delle giornaliste (si è particolarmente distinta la Fanuele di La7 e merita una citazione specifica): l’attentatore è un “americano” si sono subito affrettati a dire costoro, quasi sollevati, mentre giungevano le prime notizie. Certo, quell’”americano” si chiamava Omar, un nome di battesimo che di solito i “suprematisti bianchi” non portano; certo il padre proveniva dall’Afghanistan… ma proprio questo scomodo genitore, inizialmente, è sembrato tornare utile alla suddetta narrazione. E’ stata, infatti, rilanciata immediatamente una sua presunta dichiarazione nella quale egli avrebbe sostenuto che l’unica motivazione del gesto criminale del figlio era da ricercarsi nell’odio contro gli omosessuali. Ecco, vedete, era il sottinteso dei narratori progressisti, è omofobia, l’islam non c’entra! Peccato, che poco dopo si sia scoperto che il buon genitore è un fanatico sostenitore dei talebani, che usa fare comizi televisivi a favore dei seguaci del defunto mullah Omar e contro gli USA e l’Occidente tutto… Peccato, soprattutto, che il figlio, l’autore della strage, mentre la stava compiendo abbia avuto il tempo di chiamare il numero di emergenza statunitense e di dichiararsi seguace del Califfo al-Baghdadi. Peccato che l’IS abbia subito rivendicato la strage, definendo  il suddetto Omar, “uno di noi”.
La “narrazione progressista”, data la sua natura schiettamente ideologica, non tiene però conto delle evidenze fattuali. E difatti, il presidente Obama ha parlato semplicemente di “odio e terrore” e poi di “terrorismo domestico”, senza neanche citare l’islam, mentre la Clinton ha ribadito che “l’islam non ha nulla a che vedere con il terrorismo islamico”. In tutto il mondo, poi, Italia compresa, la strage è stata subito etichettata come “omofoba”. Il sottinteso – ma non di rado  questo sottinteso è stato anche chiaramente esplicitato – è che la colpa è della notoria “omofobia” occidentale e che quindi, ancora una volta, “l’islam non c’entra”. Mi ero quasi convinto e, dato che questi signori “progressisti” considerano omofobo anche chi è contrario alle adozioni gay, stavo per costituirmi: lasciate perdere Omar, volevo dire all’FBI, che è solo un esecutore materiale, che è un musulmano così ben integrato che ha assimilato il terribile morbo autoctono occidentale dell’omofobia. Il vero responsabile della strage sono io! Un amico delle forze dell’ordine mi ha però dissuaso: vedi, mi ha detto, purtroppo polizia e magistratura scontano questo terribile ritardo culturale nell’individuare i veri responsabili dei fenomeni criminali come il terrorismo…non ti crederebbero, lascia perdere…
Intanto, la narrazione progressista trovava nuovi simboli: è stato presto adottato un nastrino, metà con i colori della bandiera americana e metà con i colori arcobaleno ormai ascritti all’”orgoglio gay” (a dispetto della Bibbia, di Genesi 9, del diluvio, di Noè e dell’Eterno…). E’ stato, comunque, divertente vedere tanti pervicaci antiamericani postare come immagine del profilo un nastrino che almeno per metà aveva gli odiati imperialistici colori: potenza purificante dell’arcobaleno!
Ma è tempo di lasciare l’ironia. La “narrazione progressista” sul terrorismo islamico, come dicevo, esce demolita da quest’ultima tragica vicenda, almeno agli occhi di chi non sia completamente ottenebrato dall’ideologia. Demolita in ogni suo punto fondante.
“L’islam non c’entra. La colpa è dell’emarginazione sociale, della povertà, del degrado, che è l’humus dal quale nascono i terroristi. La colpa è dell’Occidente”. Ebbene, per l’ennesima volta, come a Parigi, a Bruxelles, a San Bernardino, l’autore della strage non è un emarginato, un povero, un disadattato, non è neanche disoccupato, ma è una guardia giurata con un buon reddito, immigrato di seconda generazione, in apparenza perfettamente “integrato”.
“L’islam non c’entra. La colpa è della politica occidentale e specificamente americana in Medio Oriente”. Certo, il padre del criminale inneggia ai talebani e Bush invase l’Afghanistan nel 2001. Ma, a parte il fatto, regolarmente e incredibilmente dimenticato nella suddetta narrazione, che questa vicenda delle “guerre di Bush” non incomincia con l’invasione dell’Afghanistan, ma con quel piccolo, irrilevante episodio che fu la strage dell’11 settembre, se il killer intendeva vendicarsi della brutale aggressione imperialistica ai danni del paese di suo padre, perché non è entrato in un locale di marines? Perché prendersela con i gay? Era gay forse George W. Bush? Ha forse mandato battaglioni di marines gay in Afghanistan?
“L’islam non c’entra. La colpa è degli USA dove circolano troppe armi e le armi si acquistano con troppa facilità”. Qui, una prima considerazione va fatta sul modo in cui i “progressisti” trattano e usano il tema delle “diversità culturali”. Se si tratta delle diversità fra l’occidente e i popoli arabi, fra l’occidente e l’islam, fra l’occidente e quello che una volta si chiamava “terzo mondo” queste diversità – quelle che caratterizzano gli arabi, gli islamici, le civiltà terzomondiste - vanno rispettate e tutelate come qualcosa di sacro e inviolabile. Se si tratta, invece, di diversità interne all’occidente e, in particolare, di tradizioni e modi di vivere che appartengono a popoli o anche a gruppi sociali che non godono dei favori del mondo progressista, allora queste diversità non sono più degne di rispetto o addirittura vanno considerate come meri residui barbarici. E’ il caso del diritto a possedere un’arma come segno e garanzia della libertà individuale, un diritto radicato nella storia americana e tutelato addirittura da un emendamento alla Costituzione. Ma, a parte questo, puntare il dito contro la vendita e la circolazione delle armi, piuttosto che sul fenomeno islamistico, dopo la strage di Orlando, come ha fatto innanzitutto e come sempre il nefando presidente Obama, non è solo un diversivo, è anche un argomento veramente stolto. Un sostenitore della libera circolazione delle armi – io non le amo e non ne ho mai posseduto una, ma provo a immedesimarmi – potrebbe sostenere, ribaltando in modo tutt’altro che peregrino l’argomentazione progressista, che se alcuni avventori del locale preso di mira dal criminale avessero avuto con sé un’arma, probabilmente sarebbero riusciti a fermarlo e a limitare, almeno, il numero delle vittime. Ma, in tale occasione, l’argomentazione è particolarmente idiota, visto che Omar era una guardia giurata e le guardie giurate non solo negli USA, ma in tutto il mondo, Italia compresa, non hanno difficoltà a procurarsi armi.
“L’islam non c’entra. La colpa è dell’”omofobia”. Quindi, dell’occidente”. Il dato specifico dell’ultima strage è che è stato preso di mira un locale frequentato da gay. In tal modo, i progressisti hanno creduto di trovare un argomento a sostegno delle loro fissazioni ideologiche che, talora, diventano addirittura paranoiche (mi è capitato finanche di leggere l’invettiva di un tizio che, ignorando bellamente l’identità dell’assassino, la sua dichiarazione di fedeltà all’IS e la rivendicazione dell’IS stesso, accusava soltanto gli “omofobi” occidentali, dicendo più o meno: “ecco, ora sarete contenti, l’avete voluto voi…” e giù una sfilza di improperi). E’ vero il contrario: dopo i fatti di Colonia di Capodanno, con le donne molestate in piazza da bande di immigrati islamici (proprio in questi giorni, dopo mesi, la polizia ha confermato che i responsabili erano tutti islamici e immigrati), questo nuovo episodio fa definitivamente esplodere le contraddizioni della narrazione progressista “politically correct”. Che si fonda su tre pilastri: il neofemminismo – che prende di mira il maschilismo da cui sarebbe ancora pervasa la società occidentale e che ha inventato la categoria giuridica del “femminicidio”; l’”omofilia”, che si estrinseca nelle battaglie a favore dei veri o presunti “diritti” degli omosessuali e specificamente delle coppie omosessuali e nelle manifestazioni stile “gay-pride”; il “multiculturalismo”, in realtà declinato soprattutto come “islamofilia”, nuova versione del vecchio “terzomondismo”, che denuncia come problema fondamentale dell’Occidente attuale, la xenofobia e, in particolare, l’islamofobia.
Ebbene questi tre pilastri non reggono tutti assieme, in quanto almeno uno dei tre è in violenta contraddizione con gli altri. Ed è proprio questo conflitto che fa crollare tutta l’impalcatura della narrazione ideologica progressista. Si era già visto a Colonia, con il silenzio imbarazzato delle neofemministe o le loro patetiche argomentazioni diversive (“anche gli occidentali molestano le donne, il problema non è l’islam e non sono gli immigrati”) e con la coraggiosa, isolata denuncia di qualche “veterofemminista” (l’”accoglienza” indiscriminata senza integrazione rischia di compromettere diritti faticosamente acquisiti in Occidente proprio dalle donne). Ora, questa ultima orrenda strage, che ha preso di mira i gay. La conclusione è molto semplice: l’islamofilia multiculturalista non è compatibile con il neo o veterofemminismo, ma soprattutto non è compatibile con la tutela del ruolo e dei diritti delle donne come si sono venuti consolidando nella società occidentale. L’islamofilia multiculturalista è ancor meno compatibile con l’omofilia, ma soprattutto non è compatibile con il rispetto delle personali scelte sessuali e di vita, che invece appartiene ormai al pensiero e al comportamento della grande maggioranza degli occidentali ed è tutelato dalla legislazione.
E’ una mistificazione intollerabile sostenere che le vittime di Orlando sono vittime dell’”omofobia”. Esse sono vittime del terrorismo islamista. E’ “omofobo” l’islamismo? Accostare il termine così caro all’ideologia progressista – “omofobia” – alla parola islam, certo romperebbe un tabù e smaschererebbe la contraddizione della costruzione ideologica stessa. Ma sarebbe ancora una mistificazione. Un dibattito serio e un’analisi sensata dovrebbero semplicemente bandire termini come “omofobia”, “islamofobia” e “xenofobia”. Nel caso degli ebrei, giustamente, non è stato mai usato il termine “giudeofobia”. Queste parole si richiamano a una psicologia a buon mercato e possono stare sulla bocca soltanto di psicologi della domenica, o del lunedi, non su quella di persone che vogliono seriamente capire fenomeni così importanti e gravi. L’assunto, assai rozzo, è infatti che gli omosessuali sarebbero presi di mira da chi ha paura dell’omosessualità, o meglio, della loro trasgressiva libertà, e magari ha paura della propria omosessualità “latente”, se non addirittura della sessualità “tout court”! Bisognerebbe, invece, affermare una verità molto più semplice, meno contorta, meno dipendente da elucubrazioni mentali: gli islamisti, che ne abbiano o meno paura, che siano o meno sessualmente repressi e magari latentemente omosessuali, i gay li uccidono in quanto gay (mentre gli omofobi o presunti tali dell’occidente i gay non li uccidono, ma al massimo sfilano pacificamente al family day); uccidono i gay, sulla base della loro ideologia religiosa, non per presunta paura. E allo stesso modo, uccidono i cristiani in quanto cristiani e gli ebrei in quanto ebrei. E allo stesso modo, discriminano, maltrattano, molestano, violentano e schiavizzano le donne in quanto donne. Fanno tutto ciò, sulla base di una ideologia religiosa, che non è limitata a pochi fanatici, ma ha larga e crescente diffusione, soprattutto fra coloro che non commettono materialmente le stragi, ma costituiscono l’acqua in cui nuotano i pesci, ossia i terroristi.
I reticenti, i giustificazionisti occidentali e tutti quelli secondo cui “l’islam non c’entra, l’islam è religione di pace”, tutti quelli che rifiutano di porsi il problema islam – che evidentemente non significa affatto considerare tutti gli islamici potenziali terroristi, ma cancellare quelle mistificazioni che di fatto impediscono anche ai tanti milioni di islamici pacifici di far sentire la loro voce e di isolare gli islamisti radicali – devono essere finalmente smascherati e, di fronte al sangue delle vittime, devono essere inchiodati alle loro responsabilità morali: sono loro i ‘complici’, non i presunti omofobi, misogeni, islamofobi. ‘Complici’. Come quelli che tacevano di fronte alla barbarie nazifascista, o dicevano parole reticenti, o parlavano d’altro.
Ed è tempo di tener conto di questo, innanzitutto nelle proprie scelte politiche e anche specificamente elettorali, anche se questo dovesse portare a posizioni scomode e difficili da assumere, dato il proprio retroterra politico, culturale e perfino esistenziale.
Se fossi cittadino americano, ad esempio, a novembre dovrei votare Trump e non Hillary Clinton, sebbene Trump sia lontanissimo dal mio modo di pensare, di vivere e anche di parlare e mi provochi un fastidio finanche estetico. Ma non è ‘complice’ dei barbari. La Clinton, invece, che continua a dire che l’islam non ha niente a che fare con il terrorismo e che il problema è l’islamofobia, ‘complice’ lo è. Esattamente come Obama, che con la sua scellerata politica è stato l’apprendista stregone che ha scatenato le potenze di morte che sono all’opera in Medio Oriente e nel mondo intero.
Un analogo ragionamento bisognerà fare in Italia, a suo tempo. E a chi si scandalizzerà per quelle che dovessero essere le mie scelte elettorali, rispondo fin da ora: “Scandalizzati di te stesso, se voti per i ‘complici’ dei nuovi nazisti, rendendoti ‘complice’ a tua volta”.
Nei tempi difficili, occorre coraggio. Occorre opporre al barbaro coraggio dei terroristi islamici, il coraggio civile delle proprie scelte di cittadini liberi, che vogliono difendere ad ogni costo una libertà così faticosamente conquistata.

martedì 19 aprile 2016

"NO TRIV O NO BRAIN?". QUELLI DEL REFERENDUM PERMANENTE



Da Aristotele a Nietzsche, passando per Marx e tacendo di  tanti altri autori e testi, troviamo l’idea che per conoscere e poi eventualmente valutare qualcosa occorre sempre risalire alle sue origini. La mia personale e fallibilissima impressione di questi giorni è stata che invece pochissimi fossero consapevoli dell’origine del referendum sulle trivelle, ossia di chi ne fosse stato promotore. E’ il primo importante dato di fatto bellamente ignorato dall’esiguo ma assai chiassoso popolo del “Sì”. Eppure, prima di dar fuoco all’armamentario retorico sul diritto sacrosanto di voto e sulla virtù civile della partecipazione sarebbe bene essere consapevoli di chi ci chiama a votare e a partecipare. Nessuno, si spera, sviolinerebbe questa sonata retorica nel caso di un plebiscito convocato da un dittatore! Non è ovviamente e per fortuna il nostro caso, tuttavia resta una qualche rilevante differenza fra un referendum promosso da comitati di cittadini, attraverso la raccolta firme, come era sempre accaduto nelle precedenti occasioni e come molti hanno erroneamente creduto che fosse successo anche per questo del 17 aprile, e un referendum promosso da alcuni consigli regionali, e cioè dai governatori delle suddette Regioni, fra i quali spiccavano i nomi di Emiliano e di Faia. Ad esempio, che Emiliano – l’unico dei governatori che poi è rimasto davvero in campo nella battaglia referendaria - con tale iniziativa, più che preoccuparsi della sorte dei fondali marini e delle cozze pelose di cui pure pare sia ghiotto, intendesse mettere in difficoltà Renzi, contando sulla spaccatura del PD, e a motivo delle sue personali ambizioni di leadership, doveva essere chiaro a qualunque cittadino-osservatore politico minimamente disincantato.  Peraltro, neanche di cozze pelose poteva trattarsi, visto che in Puglia non c’è nessuna piattaforma estrattiva e non ne potranno essere impiantate. Che una Regione promuova un referendum che non la riguarda direttamente basterebbe a ritenere pretestuoso e finanche illegittimo tale referendum. Quanto a Zaia, non faccio supposizioni sui motivi che lo hanno spinto ad associarsi all’iniziativa, ma quel che è certo è che anche nel suo caso si tratta di motivi assolutamente strumentali, visto che in Veneto, mi dice qualche amico, ci sono sì dieci piattaforme, ma ormai inattive. Che dietro le Regioni agisse qualche lobby con interessi opposti a quella ormai famigerata dei petrolieri pure si poteva facilmente intuire. Ma si è preferito credere alla nobile e inesistente iniziativa partita dal basso e diretta contro il Palazzo e contro il Potere, piuttosto che ammettere, informandosi meglio, che la questione aveva avuto origine da una lotta tutta interna al Palazzo stesso.
Dopo questa prima fatale distrazione, è stato più facile spacciare la partita referendaria addirittura per una “battaglia di civiltà”, ignorando, per incompetenza e per pigrizia, anche il secondo dato di fatto, quello che inerisce allo stesso quesito referendario. Si trattava non già di vietare nuove trivellazioni vicino alla costa (sono già state vietate dal 2013), né di dismettere immediatamente quelle in atto, ma semplicemente di rinegoziare la concessione alla scadenza del contratto, invece che lasciarla proseguire automaticamente fino all’esaurirsi del giacimento. Si può tranquillamente riconoscere che una tale modifica alla legge possa dare maggiori garanzie alla collettività, ma che fra tante leggi che potrebbero essere modificate e migliorate proprio questo articolo fosse ritenuto così importante da mettere in piedi tutta la macchina referendaria è assai più arduo da sostenere.
Ma il punto centrale non è questo e riguarda, invece, la drammatizzazione demagogica della campagna referendaria che è stata trasformata in una mobilitazione per la salvezza delle coste, dei mari, degli uccelli marini e di tutta la fauna e flora acquatica, come se queste fossero minacciate di distruzione dalle trivelle già operanti da tempo e come se le trivelle fossero l’unico o almeno il principale fattore inquinante delle nostre coste e dei nostri fondali. Nella gara a chi la sparava più grossa si sono distinti il deputato avellinese del M5S e l’ignoto che ha riciclato una famigerata fotografia. Il primo ha pubblicato, fra l’altro, la foto di una idilliaca caletta, seguita dal fotomontaggio che raffigurava la stessa caletta invasa dalla trivella-mostro. Ciò non sapendo o facendo finta di non sapere che in nessun caso si stava parlando di nuove trivellazioni, come già abbiamo ricordato. Il brillante giornale satirico “Lercio” ha subito raccolto lo spunto e ne ha fatto un articolo e un titolo dei suoi (“Vanno al mare invece di votare e trovano la spiaggia occupata da una trivella…). L’anonimo di cui dicevo ha invece recuperato una foto che i non giovanissimi forse ricorderanno: il famoso gabbiano del Golfo Persico con le ali nere di petrolio. Peccato che quella foto, oltre evidentemente a non riferirsi ai casi nostri, è una delle più celebri bufale della storia del giornalismo, come spiegò anni fa Claudio Fracassi, nel suo interessantissimo pamphlet “Sotto la notizia niente”. Ma poco importa, la foto del pellicano è subito diventata “virale”, come si dice oggi, allo stesso livello della altrettanto famosa bambina di Gaza di qualche estate fa, postata anche da Fiorella Mannoia e dall’immancabile Giulietto Chiesa, che poi era turca e non aveva mai visto in vita sua una bomba israeliana.
Ma veniamo a cose più serie. E’ assai penoso, dopo che una parte consistente della vita se ne è andata fra articoli, dibattiti, assemblee, documenti, mozioni che cercavano di affermare che il problema ambientale è essenzialmente problema del modello di sviluppo e dei connessi stili di vita, assistere alla fioritura di tanti ecologisti della dodicesima ora e di tutta una piccola, ma molesta corrente “eco-radical-chic” – talora dotata di Suv e motoscafo - che neanche si pone di questi problemi, anche perché se lo facesse dovrebbe mettere in discussione anzitutto il proprio stile di vita e potrebbe scoprire, guardandosi allo specchio, chi, ancor più del compagno della ministra Guidi, fa quotidianamente gli interessi dei petrolieri. Che la chiusura delle trivelle non comporti affatto la riconversione ecologica dell’economia, se non cambiano radicalmente il modello di sviluppo e gli stili di vita, ma semplicemente un ulteriore aggravio alle nostre finanze, perché dovremmo importare anche la quota che possiamo estrarre dal nostro territorio, e un incentivo a trivellare in paesi ancora più disgraziati del nostro – alla faccia del terzomondismo sbandierato dagli stessi eco-radical-chic – è cosa che il popolo del Sì non sembra considerare.
Ma proprio di petrolio, solo di petrolio, principalmente di petrolio si trattava poi? Ecco l’ennesimo dato di fatto volgarmente ignorato: oltre il 70% delle trivelle che operano in mare non estraggono petrolio, ma metano! Che il metano sia tout court “pulito”, come recitava la pubblicità, non è del tutto vero, ma certamente è una fonte di energia meno inquinante di altre e soprattutto è l’unica – c’era scritto pure sui nostri sussidiari delle elementari - della quale l’Italia ha una qualche disponibilità. Così, credendo di votare contro il petrolio i no-triv hanno votato contro il metano nazionale e contro una fonte energetica relativamente "pulita"! No-triv o no-brain?
Ma veniamo all’aspetto politico della questione, nel senso della politique politicienne. L’iniziativa referendaria, come si è visto, è nata innanzitutto da una strategia e da un calcolo di un singolo personaggio politico, il governatore della Puglia Michele Emiliano. Questi ha immaginato di poter coagulare dietro gli slogan finto-ecologisti un vasto e trasversale fronte antirenziano, certamente non per rovesciare immediatamente il governo – non è così stupido – ma per cominciare a posizionarsi nella lunga battaglia di fine legislatura e contando di divenire il punto di riferimento, nel PD e anche fuori di esso, per tutti gli scontenti e i frondisti. Renzi, da buon giocatore d’azzardo, ha però subito visto il gioco, intuendo che la trappola immaginata da Emiliano potesse trasformarsi in una vittoria per se stesso e per il governo. Ed in effetti, visto che dal 1997 – se si eccettua l’episodio del 2011 – il quorum non viene più raggiunto – il ducetto di Frignano ha deciso di puntare sulla carta vincente – l’astensione e il fallimento del referendum – e di approfittare della facile vittoria che gli veniva offerta su un piatto d’argento. Ora, in questa storia la stupidità politica non è tanto dalla parte di Emiliano – che comunque un obiettivo lo ha pure raggiunto, quello di divenire almeno per alcune settimane il simbolo dell’opposizione -  “di sinistra”, ecologista, antilobbistica e via dicendo - al governo Renzi. La stupidità è di tutte quelle forze e quei cittadini che sono stati al gioco di Emiliano e soprattutto al gioco di Renzi e hanno accettato che un referendum su una questione di minima portata si trasformasse in un pronunciamento sul governo.
Alla vigilia del voto avevo fatto un facile pronostico: che non solo il quorum non sarebbe stato raggiunto – questo lo avrebbe dovuto capire pure un marziano appena sbarcato sul pianeta terra – ma che “il popolo del Sì”, invece di farsi un bell'esame di coscienza e riconoscere di aver commesso una stupidaggine politica e di essersi fatto giocare da un furbetto, avrebbe inveito contro le lobbies, contro la disinformazione, contro il qualunquismo di quelli che non hanno votato, contro lo stesso Renzi, contro Napolitano, contro il sole che non doveva splendere e così via, non avendo neanche la raffinatezza di un Saragat che almeno incolpava il "destino cinico e baro".
Saragat, peraltro, qualche importante battaglia nella sua lunga vita politica l’aveva pure vinta, a differenza di molti componenti del popolo del Sì, i quali, pur avendo in molti casi una età più che matura, ancora non comprendono che in politica prima di intraprendere una lotta bisognerebbe almeno capire se si ha qualche possibilità di vincerla, altrimenti è meglio dedicarsi ad altro, ad esempio a scrivere brutte poesie.
L’altra scontata previsione che avevo fatto era che la sconfitta avrebbe esaltato uno dei più insopportabili vizi dello stesso “popolo del sì” o almeno della sua componente più sinistrorsa e ipocritamente moraleggiante: quella convinzione di superiorità, non si sa fondata su che cosa, che avrebbe spinto ad attribuire la colpa della disfatta non già a se stessi, ma a chi non era andato a votare, liquidandolo come uno privo di senso civico, un qualunquista, un ignavo, un semideficiente, un burattino di poteri forti e lobbies varie. Il bello è che questa spocchia la esprimono proprio quelli che pubblicano le foto taroccate dei gabbiani nel petrolio e delle bimbe turche atterrite dalle bombe israeliane, perché non sono capaci di verificare una fonte di informazione e si prestano inconsapevolmente a fare da cassa di risonanza a ogni operazione propagandistica, comprese quelle dei jihadisti. Questa convinzione di superiorità ce l’hanno proprio quelli che non sanno parlare con le frasi proprie, ma usano solo presunte citazioni di grandi personaggi, senza neanche preoccuparsi di verificare se poi il grande personaggio l’ha detta davvero quella massima così efficace e che sembra proprio fare al caso loro. All’indomani del referendum è stato il turno del povero Platone, a cui è stata attribuita una frase che mai si è sognato di scrivere. Ma tant’è, che la scienza filologica sia nata ormai da cinque o sei secoli e che abbia rivoluzionato anche il senso comune è cosa che sfugge a certa “aristocrazia progressista” che è rimasta davvero medioevale: che la donazione di Costantino sia un documento autentico o un falso che vuoi che possa importare, ciò che conta è che dice una cosa giusta e serve alla causa! Ancor meno ci si preoccupa poi di chi l’ha prodotto quel documento falso e con quale scopo! Ma questi sarebbero poi i signori smaliziati che smascherano le losche manovre dei comitati di affari…
Il dibattito, o meglio lo strepitio su diritto di voto, astensione e quorum, è stato però l’aspetto più inquietante di tutta la vicenda e vale la pena di soffermarsi con un po’ di attenzione proprio su questo ultimo punto. Si è parlato di un dovere civile a partecipare, di una illegittimità morale, civile e persino giuridica (!) dell’astensione, si sono scritte brutte poesie sulla bellezza della partecipazione, si è sentenziato che occorre sempre votare e che chi invita il popolo sovrano ad astenersi si macchia della colpa più nefanda. Sono partite persino delle ridicole denunce ai danni di Renzi e di Napolitano.
In tutto questo, si è ignorato ancora una volta un dato di fatto: che si stava parlando, non di elezioni politiche o amministrative – ammesso poi che gli “argomenti” di cui sopra fossero pertinenti in tali casi - ma di un referendum abrogativo, regolato da un preciso articolo della costituzione. Questo articolo prevede che il referendum sia valido solo se viene raggiunta la metà più uno dei votanti.
Si può così già fare una prima considerazione: non solo chi ha votato ma pure chi NON ha votato ha esercitato un proprio diritto e se non ha votato convinto della pretestuosita' e strumentalita' del referendum ha esercitato pure un dovere civile. Per cui considerare tutti quelli che non hanno votato dei qualunquisti e menefreghisti è indice di una terribile intolleranza. E aggiungo pure una cosa che spiacera' a tanti - ma "spiacere è il mio piacere", cantava qualcuno - se l'alternativa a Renzi fossero solo questi intolleranti mi terrei Renzi. E mi terrei Renzi, non solo per l’intolleranza di questi altri, ma per la preoccupante idea che hanno della democrazia, per la drammatica confusione che fanno tra democrazia e regimi plebiscitari.
I padri costituenti, che hanno previsto il quorum per il referendum e hanno rigorosamente delimitato l’istituto referendario, volevano precisamente evitare il rischio di derive populistico-plebiscitarie, visto che di regimi plebiscitari ne sapevano qualcosa. Il fascismo e il nazismo si erano infatti fondati non già sull’indifferenza, sull’ignavia, sul qualunquismo e sul non voto, ma proprio sulla partecipazione politica e anche strettamente elettorale, per quanto potesse essere acritica e manipolata. Hitler era andato al potere vincendo le elezioni e Mussolini, nel momento di massima fortuna, dopo i Patti Lateranensi, aveva voluto un’investitura plebiscitaria per sé e per il suo regime. La nostra Costituzione, quindi, è ben attenta a evitare che il referendum possa essere usato per introdurre un regime plebiscitario. La Repubblica italiana è una democrazia parlamentare e rappresentativa, non è una democrazia plebiscitaria. Il referendum, perciò, è previsto solo in casi ben precisi: è solo abrogativo (o serve a pronunciarsi su una modifica costituzionale, come avverrà a ottobre) e non chiama affatto i cittadini a legiferare e ad esprimere un indirizzo politico, perché questo spetta al Parlamento. Nel caso di domenica scorsa non si trattava affatto di esprimersi su quali fonti energetiche - idrocarburi o energie cosiddette rinnovabili - siano preferibili. Non si trattava neanche di decidere se siano legittime o meno le trivellazioni, vicino la costa, lontano dalla costa, sui monti, nelle valli o dove vi pare. Con il referendum si può solo abrogare una legge o una sua parte, una legge che è già in vigore, perché è stata approvata dal Parlamento, espressione a sua volta della sovranità popolare. Lo strumento referendario andrebbe quindi usato in via eccezionale in un sistema costituzionale sano, perché esso prevede la possibilità di contraddire la volontà popolare espressa attraverso il Parlamento. È cioè uno strumento di garanzia a cui ricorrere in casi straordinari in quanto il suo uso frequente o abuso è indice di una grave malattia istituzionale e della deriva verso un regime populistico-plebiscitario. Per questo, i Padri Costituenti hanno previsto molto saggiamente il quorum, sia per tutela contro questo uso arbitrario del referendum, sia per evitare che una minoranza ben organizzata e motivata possa sovvertire la volontà popolare che si è già espressa al momento dell'approvazione della legge che si intenderebbe abrogare. Perciò, prima ancora di fare una scelta nel merito della questione, occorrerebbe chiedersi se la consultazione referendaria è fondata e giustificata o se prefigura invece un abuso dell'istituto del referendum, ossia un "inquinamento" del sistema costituzionale. Molti, compreso il sottoscritto, nel caso del referendum del 17 aprile hanno ritenuto che ciò appunto si prefigurasse e di conseguenza hanno deciso l’astensione, esercitando così un diritto-dovere. L’obiezione tanto diffusa, secondo cui si poteva dissentire andando a votare e votando No, perché bisogna sempre votare, partecipare e menate del genere, è davvero stolta e rivela ancora una volta una gran confusione mentale: si vota No se si vuole semplicemente mantenere la legge, ma se si ritiene che ci sia stato un abuso dell’iniziativa referendaria e si avverte un pericolo ben più grave dell’abrogazione o meno di un articolo di legge, allora il dissenso bisogna esprimerlo non votando affatto e contribuendo così al non raggiungimento del quorum, il che è un modo per prevenire anche gli abusi futuri dell'istituto referendario e immunizzarsi dal rischio di deriva plebiscitaria.
Ma ciò viene invece considerato qualunquismo, menefreghismo e ignavia da questi santoni e custodi della pubblica moralità e delle buone virtù civili. I quali vorrebbero addirittura abolire il quorum e opporre alle istituzioni rappresentative l’istituzione referendum, trasformando l’Italia nel paese del referendum permanente, ossia del plebiscito continuo. E’ un modo di rispondere al problema, serio e gravissimo, della crisi del Parlamento e della democrazia rappresentativa, con il suo corollario di leggi elettorali truffa, con un male ancora peggiore, molto peggiore. Renzi si è “limitato” ad abrogare il Senato e a disegnare una riforma costituzionale che consegnerà al partito vincitore delle elezioni un potere esorbitante, picconando gravemente la democrazia liberale. Ma bisogna temere che questi altri – il popolo del referendum senza quorum – la democrazia liberale la ucciderebbero del tutto. Per questo, paventavo la possibilità, Dio non voglia, di dover scegliere se mettersi nelle mani di questi intolleranti, faziosi, finto-libertari e profondamente fascisti, del peggior fascismo, o tenersi Renzi. Ma mi rendo conto che il dilemma è davvero astratto: il rischio reale è che Renzi, ancora una volta, scelga di vedere il gioco  e faccia sua la proposta di abolire il quorum. Dopo di che, potrà anche sottrarsi quando vorrà alla noia e al fastidio dei dibattiti e delle mozioni parlamentari e ricorrere all’occorrenza a un referendum ad hoc. Tanto, se questi sono i suoi oppositori, i referendum li vincerà tutti e governerà altro che per un ventennio, mentre il “popolo del sì” continuerà a sbraitare contro i qualunquisti, le lobbies e i poteri forti…



sabato 26 marzo 2016

IL TEMPO "SOSPESO" DEL SABATO SANTO



Nella settimana della Passione, c’è un giorno singolare, per certi versi inquietante, un giorno ove non ci sono riti e liturgie, un tempo sospeso. E’ il giorno di sabato. Le narrazioni evangeliche non dicono quasi nulla del sabato. Solo in Matteo vi è un breve inserto, di carattere strettamente apologetico, che tende probabilmente a smentire la voce che si era subito diffusa negli ambienti giudaici più ostili a Gesù, secondo cui i discepoli stessi ne avrebbero trafugata la salma per accreditare l’annuncio della resurrezione. In questi pochi versetti, Matteo dice che i capi dei sacerdoti e i farisei, il giorno dopo la crocefissione, si sarebbero recati da Pilato per convincerlo a mettere una guardia armata accanto al sepolcro ed evitare, per l’appunto, il trafugamento del corpo di Gesù. Matteo vuole così dimostrare l’infondatezza della diceria suddetta.
Se si esclude questo passo, che si trova solo in Matteo ed è, tutto sommato, poco significativo, nei quattro Vangeli non vi è alcun racconto di vicende accadute il sabato. La narrazione passa direttamente dalla sepoltura di Gesù, il venerdì prima del tramonto, alla visita delle donne al sepolcro, alle prime luci dell’alba della domenica.
Nei sinottici la scena si chiude sull’immagine delle donne che restano come impietrite dal dolore a guardare la tomba dove è stato deposto Gesù e si riapre – salvo il già citato breve passo di Matteo – sulle stesse donne che, due giorni dopo, la mattina prestissimo, vanno al sepolcro per ungere il corpo di Gesù e svolgere tutto il pietoso cerimoniale che si usava per i defunti, ma trovano la pietra rotolata e la tomba vuota. In Giovanni, cambia la scena del venerdì, perché il sipario si chiude non sulle donne, ma su Giuseppe di Arimatea e Nicodemo che danno sepoltura a Gesù, mentre quella della domenica è analoga, anche se qui è solo Maria Maddalena a recarsi al sepolcro.
Vi è in effetti una ragione apparentemente banale per questo silenzio ed è Luca, come sempre il più attento ai dettagli, che ce la chiarisce. Il giorno successivo – che non incominciava dalla mezzanotte, ma, secondo l’uso giudaico poco prima del tramonto - è sabato, shabbat, è il giorno in cui ogni “lavoro” deve cessare e, per questo, le donne, dice Luca, “si riposarono, secondo il comandamento”. Ciò conferma, tra l’altro, che i Vangeli, se non sono e non vogliono essere narrazioni storiografiche, inseriscono tuttavia la vicenda di Gesù nella sua cornice storica reale. Peraltro, quel sabato era uno shabbat tutto particolare, perché era quello in cui si celebrava Pesach, la Pasqua ebraica.
In questo modo, però, il giorno fra il venerdì santo e la domenica, fra il Golgota e Pasqua, fra la croce e la resurrezione, diventa un tempo vuoto e sospeso. Se la causa storica diretta di questa sospensione del tempo è semplice e perfino banale, il significato e le implicazioni della cosa sono invece notevolissime, sul piano teologico e anche ad altri livelli di riflessione sulla Bibbia.
Questa pausa temporale è fondamentale, sul piano teologico. Essa serve a sottolineare più cose. Anzitutto che la morte di Gesù è reale, Gesù è veramente morto, è stato sepolto e resta nella tomba per tutto il giorno di sabato. Non vi è la sopravvivenza dell’anima – la fede cristiana nella resurrezione dei corpi, almeno in origine, è cosa assolutamente diversa dalla dottrina filosofica e religiosa, già diffusa nella cultura pagana e greca, della immortalità dell’anima – e non vi è nemmeno la risurrezione immediata, istantanea, fulminea. Prendere sul serio la morte di Gesù, come si potrebbe dire, serve a dare il giusto, il pieno valore alla sua resurrezione: Gesù era morto ed è stato resuscitato da Dio, con un intervento di inaudita potenza escatologica. Nello stesso tempo, prendere sul serio la morte, serve anche a ricordare che il Risorto è il Crocefisso, non è uno spirito, non è un fantasma, e che il Signore glorificato è lo stesso Gesù condannato, flagellato, deriso e infine appeso alla croce e lasciato morire fra atroci sofferenze. Certamente non si può pensare la morte di Cristo senza pensare anche alla sua resurrezione, ma non si può nemmeno pensare alla resurrezione senza la croce. Non vi è venerdì santo senza Pasqua, ma non vi è Pasqua senza venerdì santo. Per questo è teologicamente necessario che il tempo si fermi, almeno per un intero giorno, in modo che la terribile vicenda della crocefissione, della morte e della sepoltura di Gesù possa sostare nella nostra mente e nel nostro cuore. Noi siamo chiamati a condividere il grande dolore, la delusione, la rabbia, la frustrazione, lo sbigottimento che devono aver provato le donne e tutti i discepoli in quel tempo vuoto fra il seppellimento di Gesù e le apparizioni del Risorto.
Il messaggio teologico è rivolto però anche alle nostre comuni esistenze e alle nostre esperienze secolari. Quando nella nostra vita irrompe l’ora della sofferenza, l’ora dell’angoscia del Getsemani, l’ora dello scacco, del naufragio dei nostri progetti e delle nostre speranze, l’ora della morte, della fine e della perdita di ciò che ci è caro, certamente dobbiamo sperare e confidare nella rinascita, pregando Dio, se siamo credenti, affinché voglia donarcela. Non dobbiamo mai pensare che il Golgota e il venerdi santo, che il fallimento, il dolore, la perdita siano la fine della storia. Tuttavia, non dobbiamo essere impazienti, non dobbiamo pretendere che al nostro venerdì santo succeda subito la domenica. Siamo chiamati a sostare nel tempo sospeso del sabato, siamo chiamati ad attraversare il deserto, siamo chiamati ad aspettare che la potenza rigeneratrice e rivitalizzatrice faccia il suo corso, perché solo così la passione e il Golgota che ci sono toccati avranno un senso e non saranno stati soltanto una assurda, accidentale o fatale disgrazia; solo così la nostra rinascita sarà vera, autentica, reale. Per un credente, non si tratta di una sorta di terapia psicologica , di una specie di elaborazione del lutto– che comunque potrebbe avere la sua utilità. Si tratta di confidare nella potenza escatologica del Signore, che non ci attende in un futuro remoto, come spesso e malamente si intende, ma che, come ha fatto con Gesù, irrompe nel nostro presente e insieme a noi visita anche e soprattutto il nostro passato, con tutte le sue ferite, per riscattarlo, sanarlo, riconciliarlo. Questo è forse ciò che dovremmo meditare nel tempo apparentemente vuoto del sabato santo, un tempo di dolore e di smarrimento che ci apre invece la via ad una vera consolazione.