sabato 5 settembre 2015

"IL TEMPO E' COMPIUTO"!



Inizio del Vangelo di Gesù Cristo: questo è l’incipit della narrazione di Marco. L’evangelista, quindi, ci presenta immediatamente il tema del suo racconto e usa una ben nota tecnica narrativa: rivela subito al lettore quello che i protagonisti della vicenda ignorano e ignoreranno fino alla fine, che Gesù è “il Cristo”, il Messia regale atteso da Israele. Difatti, tutta la storia si dipana in un certo senso intorno a un interrogativo di fondo: “Chi è costui?” o, nell’ottica di Gesù, “chi credete che io sia?”.

A riconoscere nell’uomo di Nazareth il Cristo, inizialmente saranno solo i demoni, ai quali Gesù imporrà il silenzio. Dovremo aspettare l’ottavo capitolo per trovare una prima confessione di fede cristologica, sulla bocca di Pietro; tuttavia, l’apostolo cadrà in un gravissimo equivoco, meritandosi il duro rimprovero di Gesù. Pertanto, il primo uomo che confesserà Gesù come Figlio di Dio lo troveremo veramente solo alla fine della storia e sorprendentemente non sarà un discepolo di Gesù, ma un pagano e un avversario, il centurione di guardia alla croce. Già queste note sommarie lasciano intuire la profondità e la complessità della narrazione di Marco.

L’equivoco è parte fondante di questa narrazione e ciò è vero fin da questo primo versetto che mentre sembra chiarire già tutto, si presta in realtà a più interpretazioni. Tradotta la questione sul piano grammaticale, si tratta di stabilire se ci troviamo di fronte a un genitivo soggettivo o a un genitivo oggettivo. Marco – questa è la domanda - si appresta forse a parlarci del Vangelo di Gesù, ossia del Vangelo che Gesù ha annunciato, come saremmo indotti a pensare e come pensano anche gli autori di molti commentari? O piuttosto la storia che vuole raccontarci ha per vero tema il Vangelo che Gesù stesso è, il Vangelo che Gesù incarna? Se lasciamo aperta la questione e non scartiamo nessuna delle due possibilità, ci troviamo di fronte a niente di meno che alla sintesi, in un solo versetto, della storia delle origini del cristianesimo o quantomeno del  passaggio cruciale di questa storia, che si compie all’alba di Pasqua. E’ la svolta nella quale il Vangelo annunciato da Gesù diventa il Vangelo che Gesù stesso è, annunciato ormai dai discepoli, tanto che l’annunciante diviene l’annunciato e la fede di Gesù nel Padre diviene la fede in Gesù resuscitato dal Padre.

Ma che cosa poi è questo Vangelo? Non dovremo aspettare molto per saperlo, perché Marco, con un’altra sintesi mirabile e con altrettanta semplicità, ce lo dirà molto presto e anche in questo caso in un singolo versetto. Perciò, lasciando da parte per il momento i pur fondamentali episodi che sono interposti fra il primo versetto e quello a cui ci riferiamo, corriamo subito a quest’ultimo, che è quello che chiarisce i significato del Vangelo. E’ il versetto 15 di questo primo capitolo, nel quale Gesù inizia la sua predicazione con le seguenti parole: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio si è fatto vicino: convertitevi e credete al Vangelo”.

Si tratta della frase che inaugura la predicazione di Gesù ed è quindi una vera e propria dichiarazione programmatica. Ha la stessa funzione che nel Vangelo di Matteo ha il Sermone della Montagna (Mt., 5-7) e nel Vangelo di Luca ha l’episodio in cui Gesù spiega le Scritture nella sinagoga di Nazareth (Lc 4, 16-30).

Il tempo è compiuto: a prima vista questa sembra un’espressione chiaramente apocalittica. Gesù pare annunciare – come appunto era proprio della tradizione apocalittica – una rottura della storia. Questa rottura è certo segnata dall’irruzione del Regno di Dio e l’irruzione del Regno di Dio è certo un evento di carattere apocalittico. Non bisogna però giungere a conclusioni affrettate e occorre analizzare meglio le parole di Gesù, nella testimonianza di Marco, occorre capire meglio. Ed è indispensabile risalire al testo originario, al testo greco.

Anzitutto, quale tempo è compiuto, di quale tempo si parla qui? Il greco, a differenza dell’italiano  ha due diverse parole per designare il tempo e i due termini hanno significati ben diversi tra loro. Ciò che noi chiamiamo solitamente tempo corrisponde al greco chronos. E’ il tempo storico, il tempo sequenziale, il tempo “spazializzato”, come lo definisce un filosofo contemporaneo – Bergson. Questo tempo si può infatti rappresentare nello spazio e dividere in segmenti spaziali, come accade nei vecchi orologi con le lancette; è il tempo ove ogni istante passa e non torna più, ove ogni cosa presente precipita e si dissolve nel passato. Non a caso, nella mitologia greca, Chronos è il dio che divora i suoi figli.

Se l’espressione “il tempo è compiuto”, in questo versetto di Marco, si riferisse al tempo come chronos, annuncerebbe l’eschaton, il momento finale, culminante e definitivo della storia e quindi la fine stessa della storia, del mondo e del tempo. Dato, però, che sono trascorsi quasi due millenni da quell’annuncio e il mondo pare che sia ancora qui, dovremmo proprio pensare che Gesù abbia preso un clamoroso abbaglio, come tanti pseudo-profeti apocalittici o millenaristici che lo hanno seguito a distanza di secoli! Ma non è così. Marco usa infatti l’altro termine greco, che fa riferimento al tempo in una accezione completamente diversa. Si tratta del tempo come kairòs. E’ un termine che è decisamente problematico tradurre bene in italiano. Ha genericamente il significato di “tempo favorevole”, tempo opportuno per fare, dire, incominciare, cessare qualcosa, tempo che offre un’occasione che bisogna saper cogliere. Il significato preciso dipende, tuttavia, dal soggetto che dispone del kairòs; è questo soggetto che lo qualifica. Qui il soggetto è evidentemente Dio. Ciò è confermato inequivocabilmente da un’altra osservazione grammaticale: il verbo è al passivo. Qui devo davvero scusarmi se sembro pedante, ma è assolutamente necessario sapere, se si vuole interpretare correttamente la Bibbia, che nel Nuovo Testamento il verbo al passivo corrisponde molto spesso ad un’azione compiuta da Dio, anche se questi non è direttamente citato! Difatti, viene chiamato “passivo divino”.

E’ dunque il kairòs di Dio che è compiuto, che è giunto “a pienezza”, che si è “riempito”, se vogliamo tradurre in modo più aderente al testo. Ed il tempo, il kairòs di Dio, è evidentemente il tempo favorevole alla salvezza, il tempo che offre all’uomo l’opportunità della salvezza.

Una volta precisato tutto questo abbiamo la chiave per interpretare correttamente anche le parole che seguono (e tutte le parole di questo versetto hanno un profondo e importante significato!). Il Regno di Dio è vicino o piuttosto, come è meglio tradurre, si è fatto vicino, si è avvicinato. Se traduciamo nel primo modo, infatti, non teniamo conto di quanto appena detto sul tempo che è compiuto, sulla qualità di questo tempo che è compiuto, e cadiamo in un equivoco fatale. Siamo infatti portati a pensare che il Regno di Dio è vicino, nel senso che è in viaggio e sta arrivando. Ma in tal modo interpretiamo di nuovo il tempo come chronos, come tempo storico e spazializzato. L’equivoco è davvero fatale, perché ogni cosa che viaggia nel tempo “cronologico” è condannata alla morte, alla distruzione. Viene infatti dal futuro per sostare brevemente nel presente e annegare per sempre nel passato. Se il Regno di Dio si stesse avvicinando a noi nel tempo cronologico, finirebbe certo per arrivare, ma ineluttabilmente sarebbe destinato anche a passare. Il tempo come kairòs si situa, invece, su un piano completamente diverso e anticipa il tempo escatologico. E’ questa però una riflessione filosoficamente impegnativa e che richiede spazio adeguato, per cui ne parleremo specificamente e dettagliatamente in un capitolo a parte.

Qui occorre piuttosto porre l’accento su un altro decisivo elemento grammaticale: il verbo di cui è soggetto “il Regno di Dio” è al perfetto (è vicino), esattamente come il verbo di cui è soggetto “il tempo” (è compiuto). Il perfetto indica un’azione che non è più in corso, che non si sta svolgendo (né nel presente, né nel passato), ma è ormai compiuta. Rispetto al nostro passato remoto, tuttavia, questa azione, che pure è già accaduta, continua a manifestare i suoi effetti nel presente. Dunque, sempre che qualcuno abbia avuto la pazienza di seguire il discorso, la conclusione è questa: “il Regno di Dio si è fatto vicino” significa che esso è già stato avvicinato, è già stato posto vicino a noi da Dio (attraverso Gesù). Questa azione Dio l’ha già fatta ed essa è definitiva, ma i suoi effetti potenti irrompono nel nostro presente, sono qui ed ora! E per questo possiamo dire che ci viene offerta questa occasione straordinariamente favorevole, questa incomparabile opportunità di salvezza! E’ questa la buona notizia, è questo il Vangelo di Gesù (genitivo soggettivo e oggettivo)!

Anche l’espressione “Regno di Dio” dovrebbe essere chiarita. Non mi dilungo, perché avremo certamente modo di parlarne ancora e mi limito a dire che più che a un mondo ultraterreno – il “paradiso” – bisogna intenderla come il potere, la signoria di Dio sul mondo, sulla natura, sulla storia, sugli uomini.

Il concetto di kairòs implica però, come si diceva, un’occasione da cogliere e quindi delle condizioni che consentono di coglierla. Difatti, Gesù aggiunge: ravvedetevi e credete al vangelo. Il primo verbo potreste trovarlo tradotto anche in altro modo: convertitevi, pentitevi…In questo caso, non è affatto facile risalire all’intenzione autentica dell’evangelista e quindi al significato della sua testimonianza sulla predicazione di Gesù. Gesù, infatti, parlava in aramaico, lingua affine all’ebraico, mentre Marco scrive in greco. Il passaggio dall’una all’altra lingua in molti casi è arduo, perché l’orizzonte culturale e di pensiero che le due lingue esprimono è molto diverso. Qui certo si tratta di un invito alla “conversione”. Ma in che consiste concretamente questa conversione? Che cosa chiede Gesù ai suoi discepoli? Nell’antico Israele, la conversione consisteva soprattutto in azioni, pratiche, comportamenti e l’ebraico ha appunto questa coloritura attiva, operativa, pratica. Il greco, invece, ha una connotazione più cognitiva, teoretica. E difatti il verbo che usa Marco indica precisamente un cambiamento mentale. E’ come se Gesù dicesse che per cogliere l’occasione straordinaria offerta da Dio nel vangelo di Gesù occorre prima di tutto un cambiamento di pensiero, un cambiamento di prospettiva. Tuttavia, valutando solo il singolo termine o il singolo versetto non possiamo sbilanciarci in senso troppo favorevole a questa interpretazione: è anche possibile che Marco abbia semplicemente usato il vocabolo che in greco traduceva abitualmente il concetto ebraico di conversione, senza troppo badare al significativo slittamento semantico che la traduzione comporta. Dobbiamo lasciare aperta la questione e aspettare che sia tutta la vicenda narrata dall’evangelista a chiarirla.

Certamente, con la conversione e per la conversione, è indispensabile la fede nel vangelo, come Gesù subito chiarisce. Credete nel vangelo, qui non va però inteso come se si trattasse di convincersi, magari in modo irrazionale e acritico, della verità di una qualche dottrina o visione del mondo, ma significa piuttosto: abbiate fiducia nel Vangelo, ossia nella buona notizia che vi è annunciata! Ed è questo il cambiamento mentale che certamente è richiesto: orientare la propria mente e la propria vita sulla base della fede, della fiducia nell’annuncio del vangelo. Si tratta certamente di operare una rivoluzione rispetto al comune modo di pensare e rispetto al modo abituale di vivere!

lunedì 31 agosto 2015

Siate il sale della terra, non lo zucchero o il burro. ..



Vi è un falso amore cristiano che vede il suo compito nel tacere la verità, nel debole perdono, nell'abbellire o nascondere la realtà.
Esso aumenta la corruzione del mondo, invece di impedirla.
Intendete bene: nei Vangeli non sta scritto "voi siete il burro o lo zucchero della terra", ma "voi siete il sale della terra".
Poichè il sale del cristianesimo si è corrotto e non è più una forza della verità, ha la sorte del sale guasto.

Leonhard Ragaz.


"INIZIO DEL VANGELO DI GESU' CRISTO...".



In un tempo in cui i cristiani delle varie confessioni e le chiese delle diverse denominazioni celebrano, a seconda dei casi, il “vangelo” di papa Francesco o quello della madonna di Mediugorje, il “vangelo” dei migranti o quello dei gay – e ovviamente a nessuno sfuggono le sostanziali differenze fra questi differenti “vangeli”  - l’impresa più temeraria e più necessaria è quella tentata da chi voglia tornare ad ascoltare e ad annunciare il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio (Mc, 1,1), per poi eventualmente decidere sulla base di quell’ascolto e di quell’annuncio che cosa pensare e che cosa fare di e con papi o madonne miracolose, migranti e omosessuali. In un tempo in cui le comunità credenti reagiscono ai processi di secolarizzazione e alla caduta di credibilità del messaggio religioso con due atteggiamenti opposti e specularmente fallimentari -  da un lato, chiusura settaria e proselitismo brutale, dall’altro una testimonianza eticamente e civilmente pure meritoria,  ma che per ottenere ascolto negli ambienti laici rinuncia del tutto a parlare di ciò che veramente si dovrebbe annunciare e testimoniare (“Gesù Cristo e lui crocefisso”, 1 Cor, 2,2) – in questo tempo, l’impresa rischiosa e irrinunciabile è quella di chi vuol provare a proporre – proporre e non imporre – la parola del Vangelo, senza “vergognarsi” di essa (Rom. 1, 16) senza nasconderla dietro parole umane  che hanno magari più facile mercato. E possibilmente senza utilizzare un linguaggio religioso che suona ormai vuoto e retorico, se non addirittura fastidioso e irritante alle orecchie dei più.
 La serie di queste riflessioni bibliche è rivolta a chi sia interessato a tale impresa, semplicemente perché è credente o anche perché, da ateo o agnostico, vorrebbe confrontarsi con quella parola che da secoli mobilita gli uomini che spesso sono accanto a lui e che invece credono, e non vuole che questo confronto sia sempre e solo mediato dalle parole umane che di volta in volta sono di moda e riscuotono successo. Queste riflessioni sono rivolte a chi vuole risalire ad fontes, cosa che è sempre auspicabile, se non addirittura necessaria, in tempi di confusione e smarrimento.
Ho scelto, per cominciare a percorrere questo cammino, il Vangelo di Marco e ciò per diversi motivi. Anzitutto, quello di Marco tra i Vangeli canonici è il primo ad esser stato composto, come la ricerca scientifica ha accertato fin dalla prima metà del XIX secolo. In secondo luogo, secondo la ricostruzione ormai pressoché unanimemente accreditata presso i biblisti e nota come “ipotesi delle due fonti”, Marco è appunto una delle due fonti principali di cui si servono gli altri Vangeli sinottici – Matteo e Luca (l’altra è la cosiddetta fonte Q e a queste due Matteo e Luca aggiungono poi ciascuno un proprio materiale originale e personale di tradizioni).
Ma esistono ragioni ancora più sostanziali per questa scelta, sebbene legate a quelle già citate, e in particolare alla priorità cronologica di Marco. Il “Vangelo”, sia come termine con un preciso significato – significato di cui ora parleremo – sia come “genere letterario” è essenzialmente creazione di Marco. Riguardo al termine, nel suo significato cristiano, Marco per la verità dovrebbe quantomeno dividere i “diritti di autore” con Paolo, se non cederglieli in buona parte, dato che Paolo scrive prima di lui. Ma non dovrebbe dividere proprio nulla con gli altri autori che pure definiamo “evangelisti”. Abituati a pensare che tutti gli autori e i libri del Nuovo Testamento parlino del Vangelo di Cristo – il che nella sostanza è verissimo – potremmo infatti trovare sorprendente un dato: il termine euanghélion in fondo non è molto frequente nel Nuovo Testamento; esso ricorre 76 volte e in ben 60 casi si trova in lettere di Paolo o a lui attribuite (48 ricorrenze nelle lettere autentiche e 12 nelle deutero-paoline). Marco usa il termine 8 volte, ricorrenze che sembrano poche rispetto a quelle dell’epistolario paolino ma che in realtà qualificano la sua narrazione in modo decisivo. In tutti gli altri autori neotestamentari il termine è del tutto assente o è usato occasionalmente e di seconda mano. E’ il caso di Matteo che lo adopera quattro volte, ma riprendendolo da Marco (che come si diceva è una sua fonte). In Luca e in Giovanni – gli altri due evangelisti – il termine “vangelo” non si trova mai!
Se poi parliamo del Vangelo come genere letterario, non ci sono dubbi: si tratta di un’invenzione – assolutamente geniale – che è tutta di Marco (Paolo scrive lettere, come è noto, seguendo e rielaborando un altro e ben diverso genere letterario).
Vediamo allora, per concludere questa breve, ma necessaria introduzione e passare poi a leggere il racconto di Marco, quale è il significato del termine, nell’accezione cristiana e in che consiste questo genere letterario.
Il termine euanghélion deriva da euànghelos del greco classico. Euànghelos era letteralmente il buon messaggero, ossia il messaggero di buone notizie. A quanto pare, a un certo punto si cominciò a indicare con la parola non solo il messaggero, ma tutto quello che lo riguardava, ad esempio la ricompensa che egli riceveva per la missione svolta oppure la buona notizia che aveva recato. Proprio quest’ultimo significato è quello che a noi interessa perché è quello che si impone tra le prime generazioni dei cristiani, per i quali, tuttavia, euanghélion è non già “una” buona notizia, ma “la” buona notizia, che è stata annunciata al mondo prima da Gesù e poi dagli apostoli.
Riflettere sulla storia e l’etimologia del termine non è semplice erudizione o generica informazione: è qui in gioco la sostanza stessa dell’annuncio e della fede cristiana. Storia ed etimologia del termine ci fanno infatti capire che la fede cristiana non si fonda su una dottrina, su un sistema di precetti etico-religiosi o una concezione filosofica e cosmologica, ma su un annuncio, sull’annuncio di una buona notizia. Questo annuncio, occorre subito aggiungere, ha una dimensione pubblica e una portata dirompente. E’ pubblico – non privato, e tantomeno segreto ed esoterico – come ci mostra l’origine del termine dal messaggero di buone notizie della Grecia classica e come ci conferma un altro termine ancora, quello che viene impiegato per indicare per l’appunto la predicazione di questa buona notizia: il sostantivo kerygma, con il verbo keryssomai, che indicava in origine l’attività del pubblico banditore, il personaggio incaricato di percorrere strade e piazze per informare i cittadini di qualche novità (e in tal caso non sempre si trattava di buone notizie). La fede cristiana, pertanto, ha origine dall’ascolto di un simile annuncio e una volta che lo ha ascoltato non può fare a meno di rilanciarlo, altrettanto pubblicamente: un annuncio fatto alla luce del sole e ad alta voce, nei luoghi pubblici, in mezzo al popolo. Un annuncio di portata dirompente, perché per Paolo, così come per Marco, si tratta della potenza, della signoria di Dio che fa irruzione nel mondo, rivendicandolo a sé, e provocando trasformazioni e cambiamenti nelle persone, nella società, nella storia, nella natura.
Come il termine, anche il genere letterario del Vangelo qualifica in modo peculiarissimo la fede cristiana. Come si diceva, si tratta di una geniale invenzione che i dati storici in nostro possesso inducono ad attribuire proprio a Marco. In base alle fonti e ai modelli letterari che aveva a disposizione Marco poteva scegliere vari modi per organizzare la sua narrazione; avrebbe potuto compilare una raccolta di detti memorabili di Gesù o una rassegna delle sue opere potenti (guarigioni  miracolose, esorcismi, prodigi compiuti sulle forze e gli elementi della natura, ecc.); avrebbe potuto scrivere una storia della sua vita o inquadrarne la figura nel periodo storico e nella storia di Israele. Audacemente, scarta tutte queste possibilità e decide di non seguire nessun modello presistente. Se avesse raccolto soltanto i detti di Gesù, questi sarebbe stato tramandato come un maestro autorevole, un maestro di sapienza, una figura comparabile a molte altre del mondo antico, una sorta di Confucio dell’Occidente o un Socrate giudaico. L’eco del suo messaggio si sarebbe probabilmente diffusa solo in una cerchia limitata e non sarebbe durata a lungo. Ai giudei ben disposti nei suoi confronti, Gesù sarebbe apparso solo un rabbi autorevole, ma non certo il Messia. Se Marco avesse invece scelto di narrare solo le opere prodigiose di Gesù, egli sarebbe apparso come un taumaturgo, un guaritore divino ed anche in questo caso la sua figura sarebbe rimasta piuttosto convenzionale. Soprattutto, la sua grandezza sarebbe stata legata solo alla potenza delle sue opere e sarebbe caduta definitivamente con la passione e sulla croce. Come vedremo, a Marco preme in particolar modo di scongiurare questo rischio ed egli tende addirittura a rovesciare questa possibile interpretazione di Gesù: non le opere potenti, ma le sofferenze, non i trionfi, ma la sconfitta, non il successo, ma l’umiliazione lo qualificano come il Figlio di Dio. Se poi avesse scritto una comune biografia, l’attenzione sarebbe andata alla persona di Gesù e non al suo annuncio del Regno di Dio. Se infine avesse adottato un qualche modello storiografico avrebbe consegnato la vicenda di Gesù alla precarietà e alla relatività che caratterizza ogni vicenda storica. Marco, invece, inventa un nuovo genere letterario che narra detti e opere di Gesù, che contiene elementi di biografia, che ha una cornice storica e soprattutto si svolge nella storia, ma non si esaurisce in nessuno di questi elementi e li utilizza solo per renderli funzionali all’annuncio che è origine e scopo della narrazione, l’annuncio appunto del Vangelo, della buona notizia di Gesù Cristo.
Detto con altre parole, fine della sua opera è la proclamazione della buona notizia di Gesù Cristo che deve indurre alla fede e al discepolato. Marco ritiene, però, che per raggiungere questo obiettivo sia necessario narrare la vicenda di Gesù ed ecco che la narrazione si sofferma sui suoi detti e le sue opere e contiene elementi biografici e storici, ma solo per mettere tutta questa materia al servizio dell’annuncio. Sbaglierebbe, dunque – e su questo avremo modo di tornare spesso e a lungo – chi leggesse il Vangelo – anzi i Vangeli, perché discorso analogo vale anche per gli altri – come se si trattasse di biografie o di opere storiografiche nell’accezione moderna, prendendo alla lettera e accettando acriticamente i dati biografici e storici che essi contengono o, al contrario, andando a verificarli per poi valutare su questa base la credibilità o meno del racconto. Per chi crede, la narrazione evangelica è ovviamente “vera” e “reale”, anzi verissima e realissima, ma non sul piano storico-biografico, bensì su quello teologico.
Il termine Vangelo, nel significato che abbiamo esposto, trova così con Marco il modello letterario che gli è più congeniale. E Marco può inaugurare il suo racconto indicandone subito il tema: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo (Figlio di Dio)”. Questo primo versetto, come vedremo la prossima volta, nella sua apparente banalità riassume e contiene già tutto ciò di cui occorre parlare. La profondità e la complessità nascoste dietro una veste umile, semplice, quasi sommessa. Come è tipico di questo grande narratore popolare che è Marco.

sabato 1 agosto 2015

L'amore forse vince tutto, ma non giustifica tutto



Quando entrai per la prima volta in una chiesa valdese, e precisamente in quella che sarebbe diventata la mia chiesa, sapevo già con una certa precisione quello che avrei trovato all’interno dell’edificio,  anzi quello che non vi avrei trovato. Non avrei trovato immagini – statue o dipinti – di santi, della madonna, di Gesù; non avrei trovato il crocefisso; non avrei trovato marmi pregiati e ricchi mosaici. Sarei entrato in un ambiente spoglio, nudo: il pulpito al posto dell’altare delle chiese cattoliche, il tavolo con la Bibbia e la candela, le panche e nulla più. Questo lo sapevo già, per averlo letto, studiato e anche insegnato per lunghi anni, prima ancora di essere cristiano e protestante. Non ebbi quindi alcuna sorpresa. Ciò che invece mi colpì e mi impressionò favorevolmente fu la grande scritta sulla parete di fondo: “Dio è amore”. Approfondendo gli studi teologici, compresi che quella scritta era perfetta, in quanto, per dirla con Gesù, l’amore racchiude tutta la legge e i profeti e condensa il suo stesso Vangelo. L’amore di Dio, però, non l’amore degli uomini! La scritta, quindi, non andrebbe equivocata e – come leggeremo fra poco anche in Bonhoeffer - andrebbe letta correttamente ponendo l’accento sulla parola “Dio” e non sul termine “amore”: Dio è amore, non Dio è amore.

Questo equivoco, invece, dilaga oggi nelle chiese e tra i cristiani. Le chiese e i cristiani tendono, infatti, a usare indiscriminatamente, acriticamente e talora anche un po’ strumentalmente il concetto di “amore” per giustificare, approvare, sostenere ciò che piace agli uomini – o almeno ad alcuni uomini - ma che non è affatto certo che piaccia anche a Dio.

Il primo problema sta nella definizione estremamente generica, approssimativa, finanche confusa dell’amore, parola che può quindi essere piegata in qualunque direzione e funzionare come uno scudo per mettere al riparo preventivamente da qualunque possibile obiezione critica. Mi dichiaro per l’accoglienza senza condizioni per qualunque migrante e di fronte al minimo accenno critico controbatto che ciò è imposto dall’”amore cristiano”. Mi si avanzano delle perplessità sulle unioni omosessuali, o almeno su alcuni aspetti, tipo il diritto di adozione, o sulle manifestazioni cosiddette del “gay pride” e rispondo, troncando ogni dibattito, che se una coppia si ama, tutto è lecito, anzi che addirittura tutto è benedetto da Dio.

Il punto debole, non ancora sul piano biblico, ma semplicemente su quello logico, di questo concetto onnicomprensivo e di questo uso indiscriminato del concetto di amore è che non si capisce perché l’amore per migranti o omosessuali debba valere di più rispetto all’amore per altre categorie umane, perché le chiese protestanti in Italia si mobilitino su questi due temi, mentre restano in silenzio su tanti altri. Perché, per fare un solo esempio fra i mille che si potrebbero fare, non si dedichi neanche un millesimo del tempo e delle energie che vengono legittimamente dedicati a gay o migranti alla condizione di quei cittadini gravemente ammalati che non possono più curarsi adeguatamente a causa dei tagli alla sanità pubblica. Nella mia città esiste un reparto di oncologia che, come si dice, è un’”eccellenza a livello nazionale” ed è anche guidato da una celebrità internazionale, il professor Ghidelli. Ebbene, questo reparto, che potrebbe consentire a tanti ammalati campani di evitare i tristissimi “viaggi della speranza”, sconta croniche e sempre più gravi carenze di personale e  nel mese di agosto sarà anche costretto a chiudere le degenze, con il risultato che malati di cancro in gravissime condizioni resteranno senza cure adeguate, se non potranno permettersi la sanità privata. Questi malati sono forse meno degni di amore, e quindi di interesse e mobilitazione, delle coppie gay? Non esiste forse una parola di Gesù, inequivocabile e impegnativa, che riguarda proprio l’assistenza ai malati?

Ovviamente, non si tratta affatto di mettere in concorrenza malati e gay, poveri italiani e poveri stranieri! Si tratta di capire che quest’uso indiscriminato dell’idea di amore è esposto a gravi rischi.

Il rischio più grave, per un uomo qualunque animato da nobili sentimenti, è che ben presto non si sappia neanche più che cosa significhi amore e ci si lasci trascinare semplicemente dalla corrente dominante, dalla moda del momento.

Il rischio più grave, per un cristiano, è che l’amore di cui si parla, l’amore in base a cui si sceglie di fare o di non fare qualcosa, l’amore che guida il proprio impegno, le proprie lotte e soprattutto il proprio annuncio, ammesso pure che conservi una sua valenza secondo la misura umana, abbia però poco o nulla a che vedere con l’amore biblico. E’ il rischio, antico e terribile, che si finisca per predicare “un altro Vangelo”, piuttosto che il Vangelo di Cristo.

E qui, cedo volentieri e doverosamente la parola a Bonhoeffer, citando da uno dei manoscritti di quella straordinaria opera – l’Etica - che il suo arresto lasciò purtroppo incompiuta. Questo manoscritto si intitola L’amore di Dio e la dissoluzione del mondo.

Scrive Bonhoeffer, tra l’altro:



“cadono qui tutte quelle definizioni che fanno consistere l’essenza dell’amore in un comportamento umano, in un atteggiamento, nella dedizione, nel sacrificio, nella volontà di comunione, nel sentimento, nella passione, nel servizio, nell’azione. Tutto questo, senza eccezione, può, come abbiamo appena udito esistere senza ‘amore’. Tutto ciò che siamo abituati a chiamare amore, quanto vive negli abissi dell’anima e nell’azione visibile, anzi pure quello che scaturisce dal cuore pio sotto forma di servizio fraterno verso il prossimo - può essere senza amore”



Nulla di nuovo, direte: lo sappiamo già che esistono gesti formalmente fraterni, opere esteriormente caritatevoli, che si fanno per pura ostentazione o per un malinteso senso del dovere o sperando in un tornaconto – qui o nell’altro mondo – e che quindi possono essere “senza amore”.

Bonhoeffer, tuttavia, sta esprimendo un’idea molto meno comune e scontata. Ciò accade, continua,



“non perché in ogni comportamento umano sia ancora sempre presente un ‘residuo’ di egocentrismo che oscura completamente l’amore, ma perché l’amore è qualcosa di totalmente diverso da quanto con quel nome si intende qui”.



Bonhoeffer vuol dire, semplificando, che si scambia l’amore secondo il metro umano con l’amore secondo la misura di Dio e che il primo – l’amore secondo gli uomini - è completamente, radicalmente diverso dal secondo – l’amore secondo la Bibbia.

Ma allora,



“Se dunque non esiste alcun immaginabile comportamento umano che in quanto tale possa essere detto senza ambiguità ‘amore’, se l’’amore’ si colloca al di là di ogni divisione in cui l’uomo vive, se d’altra parte tutto ciò che gli uomini intendono per amore e sono in grado di praticare è concepibile solo e sempre come comportamento umano in seno alla divisione data, rimane qui un enigma, una questione aperta che cosa possa mai essere per la bibbia l’’amore’.

La Bibbia non ci fa mancare la sua risposta. Questa risposta ci è anche abbastanza nota, solo che la fraintendiamo sempre di nuovo”.



Essa suona (e qui torniamo alla scritta che campeggia nella mia chiesa): Dio è amore (1 Gv 4,16). Tale proposizione, precisa Bonhoeffer, per amore di chiarezza,

“va anzitutto letta facendo cadere l’accento sulla parola Dio, mentre noi siamo abituati a farlo cadere sulla parola amore. Dio è amore, cioè non un comportamento umano, un atteggiamento, un’azione, bensì Dio stesso è amore”.



L’amore si può quindi conoscere solo come rivelazione di Dio, anzi nell’autorivelazione di Dio. Ma la rivelazione di Dio è Gesù Cristo. Pertanto:



“Non in noi, ma in Dio l’amore ha la sua origine: non un comportamento dell’uomo, ma un comportamento di Dio è l’amore. ‘In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio per perdonare i nostri peccati’ (1 Gv 4,10).

“L’amore è indissolubilmente legato al nome di Gesù Cristo quale rivelazione di Dio”.

“Alla domanda che cosa sia l’amore il Nuovo Testamento risponde molto chiaramente rinviando esclusivamente a Gesù Cristo. Lui è l’unica definizione dell’amore”.



Non mi pare che servano chiose o commenti. Mi limito a sottolineare ulteriormente che se quindi siamo capaci di amore autentico, nella debole misura in cui lo siamo, non è in virtù di una nostra capacità, ma solo grazie a “Cristo che vive in noi”;

Ne deriva una semplice conseguenza: non tutto l’amore, non qualunque cosa gli uomini chiamino amore o percepiscano come amore è santificato da Dio, dato che in tanto è possibile ed è degno della benedizione di Dio l’amore degli uomini in quanto esso risponde al suo amore nei loro confronti.

Ovviamente, i cristiani sono anche cittadini e le chiese sono comunità di cittadini e come tali – come cittadini e come comunità di cittadini – possono bene impegnarsi – anzi devono farlo -  per il riconoscimento e la regolamentazione di diritti, si tratti di migranti, di coppie omosessuali o di altri. Ma perché confondere i piani e cercare giustificazioni teologiche stravaganti (letteralmente extra vaganti rispetto alla Bibbia), perché voler aggiungere una benedizione di Dio, della quale comunque non disponiamo, a situazioni ed istituti a cui basta e avanza la semplice “benedizione” delle leggi civili? Perché mettere questi temi al primissimo posto della propria attività pubblica, diciamo così extracultuale, riducendola ad attività mono o bi-tematica e rischiando di generare incresciosi fraintendimenti ed evitabili malcontenti e proteste da parte di chi pensa, certo equivocando, che al Vangelo di Cristo si vada sostituendo il Vangelo dei migranti e dei gay?



L’amore forse vince tutto, ma certo non giustifica tutto.

Piuttosto che ridurre Bonhoeffer a un santino, da celebrare a ogni anniversario della tragica morte, dimenticando, rimuovendo o travisando per gli altri 364 giorni dell’anno il suo pensiero folgorante, le chiese e i cristiani farebbero bene a lasciarsi interpellare, e anche positivamente inquietare, da queste – come da altre – sue riflessioni.

Non un concetto indiscriminato, generico e onnicomprensivo dell’amore, non ciò che gli uomini – siano essi migranti o autoctoni, omo oppure eterosessuali - pensano, sentono e vivono come amore, che può avere pure la sua grande bellezza e certamente la sua legittimità morale e civile, ma che resta interamente sotto l’egida del peccato, ma l’amore come ci viene presentato nella Bibbia, l’amore che è Dio e che ci è stato rivelato e donato in Gesù Cristo, il quale è allora l’unica definizione dell’amore, questo amore dovrebbe essere il punto di partenza, il fondamento, il metro di misura dei cristiani e delle chiese, quando pensano, quando parlano, quando fanno le loro scelte di campo, quando si mobilitano, quando cercano di essere “luce del mondo”.