venerdì 11 novembre 2016

NOI, I “DEPLORABLES”




Progressisti sull’orlo di una crisi di nervi: ecco il titolo più scontato, ma esatto, per descrivere le reazioni di tutto un mondo liberal e di sedicente e autoproclamata sinistra dopo il Trump triumphs (è il titolo con il quale il “New York Times” ha incominciato a elaborare la propria solenne figuraccia). Un mondo che si era costruito questa rappresentazione della sfida per le Presidenziali: da una parte, una candidata progressista, tollerante, “inclusiva”, competente – certo per alcuni troppo moderata e quindi avrebbero preferito l’autoproclamatosi socialista Sanders; dall’altra, una caricatura vivente, un irresponsabile, un “inadeguato”, razzista, xenofobo, sessista, addirittura fascista e persino antisemita (a dispetto della figlia prediletta Ivanka, sua vice nell’impero economico, sposata a un ebreo ortodosso e lei stessa, a quanto pare, convertita all’ebraismo, a dispetto anche delle sue dichiarazioni filo-israeliane). La partita sarebbe stata tra una sinistra moderata, ma pur sempre sinistra, e la destra più pericolosa; questo almeno pensavano coloro il cui pensiero politico si riduce ad appiccicare poche, convenzionali etichette adesive a personaggi e fenomeni. Trump, certo, avrebbe potuto raccogliere un po’ di consensi, soprattutto quelli dei maschi bianchi poco istruiti, esacerbati dalla crisi, incapaci di leggerne le cause e quindi portati a scegliersi come bersagli gli ispanici, i musulmani, insomma quelli più poveri di loro; i maschi bianchi, ignoranti, sessisti e razzisti come lui, i piccoli Trump del Midwest e del Sud; il “white trash”, come i radical-chic spocchiosi chiamano questa categoria di statunitensi, senza che poi nessuno li accusi di razzismo e intolleranza. Ma la Clinton, da parte sua, avrebbe avuto un plebiscito di voti tra i neri, i latinos, le donne, che mai e poi mai avrebbero potuto votare Trump. Ergo, il risultato era segnato.
La metamorfosi di certi volti e di certe espressioni, durante la lunga notte televisiva del 9 novembre, man mano che giungevano i risultati dall’Ohio, dalla Florida, dal North Carolina, dal Michigan, dal Wisconsin, dalla Pennsylvania, è stato uno spettacolo tanto entusiasmante da rendere inutili i thermos di caffè (confesso che mi ero perfino munito di una tavoletta di cioccolato fondente al caffè arabica, una roba quasi da radical-chic, ahimè…)
Diamine – sembravano pensare i liberal de noantri– ma quanti maschi bianchi e analfabeti ci sono in questa dannatissima America? Invece di approfittarne per guarire dalla “trumpofobia”, per provare a fare una sana autocritica, rispettando il voto popolare e cercando di abbozzarne una qualche analisi decente, hanno continuato sulla stessa catastrofica linea. Un vertice di comicità è stato raggiunto da uno dei  commentatori che, sondaggi alla mano, si era preparato ad esultare per la intangibile vittoria di Hillary; per costui, a cose fatte, la notizia del giorno non sembrava essere la vittoria di Trump, ma la sua prossima, scontata, certissima sconfitta fra quattro anni: “Come valuta questo risultato?”, gli chiedevano dallo studio, “Penso che Trump non potrà mai ottenere il secondo mandato…” Un genio.
Nelle ore successive, tutta una teoria di analisti politici, improvvisati o di lungo corso, da Andy Luotto a Furio Colombo, tutta una schiera di personaggi che al massimo nella loro vita si saranno candidati, e senza successo, ad amministratori del proprio condominio, si sono ostinati a spiegarci che aveva prevalso il voto dei meno colti, la pancia contro il cervello, pretendendo pure di dare lezioni di democrazia agli americani…Certo, hanno dovuto tener conto del fatto che quella barzelletta vivente era inopinatamente diventato il Presidente della massima potenza mondiale, ma non gli è stato difficile aggiustare il tiro: hanno potuto attingere al vasto repertorio sedimentatosi in un ventennio di antiberlusconismo di maniera e così li abbiamo visti con la bava alla bocca vomitare epiteti tipo: “è un imbroglione, un corrotto, un evasore fiscale, un personaggio volgare”. Ah, se almeno la Casa Bianca fosse sotto la giurisdizione della procura di Milano, sembravano pensare… Si sono detti sicuri che però Trump avrà vita breve e lo condanneranno le sue “cene eleganti”, sicché inciamperà in qualche nipote di Mubarak, magari incontrata sul lettone di Putin…Inutile ricordare a simili menti ottuse che con questi sofisticati argomenti e questi efficacissimi metodi di lotta politica il fenomeno Berlusconi è durato un ventennio. Trump potrà durare solo quattro anni, ma se la candidatura da opporgli sarà quella di cui si comincia a parlare in questi giorni, ossia Michelle Obama, allora ha serie possibilità di vincere al lascia o raddoppia della Casa Bianca e restarci 8 anni. Noto, en passant, che questi liberal difensori della dignità delle donne contro il maniaco sessista sembra che non riescano a pensare a una donna candidato che non sia “la moglie di”. Una forma di sessismo mascherato, direi,
Lasciamoli perdere, per ora, e proviamo invece a interpretare la scelta del popolo americano e la vittoria per molti inaspettata di Trump. 
Il primo dato decisivo è che Trump ha conservato gli stati tradizionalmente repubblicani. Non era scontato, visto che se il personaggio non può certo essere considerato un outsider in assoluto, lo è tuttavia nel partito repubblicano. Il Texas, ad esempio, lo ha tenuto agevolmente nonostante l’ostilità dei Bush. E ha trionfato, letteralmente trionfato, in tutti gli stati della “Bible belt” e tra gli “evangelical”, che non sono i protestanti delle chiese e delle denominazioni storiche - orientati non massicciamente ma comunque prevalentemente verso la Clinton (metodista, si dice) - ma sono gli evangelici delle chiese libere o pentecostali e dei cristiani “re-born” (come George W. Bush).
Qui si è rivelato un altro catastrofico equivoco dei progressisti nostrani che, a dispetto delle loro pretese di superiorità intellettuale, sono profondamente ignoranti quando si tratta dell’elemento cristiano che è fondante della società americana e continua ad essere decisivo in un paese che resta molto lontano da una “secolarizzazione” di tipo europeo (la quale ha raggiunto solo la fascia sociale medio-alta del New England, delle grandi città della East Coast o della California). Hanno creduto che Trump, per il suo “sessismo”, per la sua vita coniugale così movimentata, avrebbe perduto consensi tra questi elettori. E invece ne ha ricevuti più di tutti i candidati repubblicani recenti, raggiungendo i livelli di George W. Bush. 

E il “puritanesimo” di questa America dove è mai finito, si sono chiesti sconcertati i nostri ignorantissimi progressisti? Purtroppo, essi scambiano la mentalità puritana, che è una cosa molto seria da Cromwell ai Padri fondatori degli USA, e il costume di vita certamente severo di questi evangelical, con quel moralismo bigotto da strapazzo, che caratterizza invece loro stessi, i progressisti nostrani; un moralismo mascherato dietro la tolleranza liberal (tolleranza per chi la pensa come loro, non per chi la pensa diversamente che viene subito bollato con marchio d’infamia), un moralismo che è quello del politically correct, dell’ossessione per l’islamofobia, di certo post-femminismo alla Boldrini, dei gay pride, e che quindi ha idoli e demoni talora rovesciati rispetto a quelli tradizionali, ma è pur sempre schietto, bigottissimo moralismo piccolo-borghese.
Certo, il candidato ideale di queste chiese e di questi cittadini evangelici era Cruz e quello di ripiego sarebbe stato Rubio. Alla fine hanno però accettato Trump, accontentandosi dei segnali che egli ha mandato loro (tra cui l’adesione alla chiesa presbiteriana e le parole di rammarico per il famoso video “sessista” di alcuni anni orsono, ma soprattutto la scelta di Pence, come suo vice, un conservative che rappresenta una garanzia per gli evangelical). Trump non è stato certo accolto come uno di loro – come invece era accaduto al “cristiano rinato” George W. Bush - ma non ha ricevuto alcun anatema moralistico. 

Non si capisce questo atteggiamento se non si intende correttamente l’autentico spirito protestante, che certamente riconosce e condanna il peccato, ma non il peccatore – tutti lo siamo nell’ottica calvinista – purché egli si riconosca e si confessi come tale e dia qualche segno tangibile di essere sulla lunga, difficile e tormentata strada della “santificazione” (il termine in un paese cattolico-controriformistico come il nostro suscita, però, altri catastrofici equivoci e anche quello di “conversione” viene frainteso, dunque parliamo pure di una vita parzialmente rinnovata secondo un costume più cristiano). Chi fornisce questi segni, magari venendo da una vita “dissoluta”, è visto se possibile con favore ancora più grande rispetto a chi – in modo autentico o no – si sia sempre mostrato un buon cristiano; e fu questo il caso del già citato George W. Bush, ex-alcolista. Il puritanesimo non chiede al credente una vita sessuale integerrima – anche se certo auspica una vita sessuale “ordinata” – e il termine puritano non ha nulla a che fare, né sul piano etimologico e della sua origine storica (“puritano” nel Cinquecento era chi voleva “purificare” la chiesa anglicana dai residui “papisti”, ossia cattolici), né sul piano semantico sostanziale, con la “pruderie sessuale” – ma chiede piuttosto una coerenza di fondo tra ciò che si pensa, ciò che si dice e ciò che si fa: per questo, Trump che ammette di aver trovato il modo per pagare meno tasse possibili in modo da risollevare le sue imprese non suscita alcun problema ed anzi viene apprezzato dai “puritani” d’America (mentre i moralisti di casa nostra lo vorrebbero in galera come evasore fiscale, facendo finta di non sapere che se avesse infranto qualche legge in materia fiscale in galera negli USA ci finirebbe senz’altro, perché gli USA su questo non scherzano affatto); essi considerano invece gravissimo l’atteggiamento della Clinton che ha cercato di nascondere l’uso di server privati per le mail che mandava e riceveva come Segretario di Stato.
Certamente, gli ambienti evangelical chiedono di essere rassicurati su questioni come l’aborto, i matrimoni gay e le teorie gender (ricordiamo la recente e grottesca imposizione dei gabinetti “gender”) ed è dunque assai difficile che possano mai votare per un democratico politicamente corretto. Ma anche questo è sfuggito ai sondaggisti, professionali o improvvisati.

Il secondo dato decisivo nella vittoria di Trump è questo: egli è riuscito a strappare alla Clinton una serie di stati tradizionalmente o tendenzialmente democratici. Questi stati sono quelli della cosiddetta “rust belt” (“cintura della ruggine), gli stati del Nord-Est, della regione dei grandi laghi e del Mid-West settentrionale, gli stati delle grandi industrie fordiste e delle miniere, con tutto il relativo indotto, realtà ormai da tempo in declino economico. Trump non solo ha tenuto la West Virginia e si è aggiudicato l’Ohio – da oltre un secolo stato cruciale nelle elezioni presidenziali – ma ha sorprendentemente prevalso non in uno soltanto (era questo il timore della Clinton) ma addirittura in tre importantissimi “swing states” (stati in bilico) di quest’area: Pennsylvania, Michigan e Wisconsin. E questo è il paradosso della rappresentazione di maniera che lo ha accompagnato: la Clinton, candidata moderatamente di “sinistra” viene appoggiata dai mercati finanziari e dall’establishment anche economico, ma non viene votata dai “colletti blu”, dagli operai – e dai disoccupati, i sottoccupati, i lavoratori precari - della “rust belt”, i quali invece votano Trump. Allora o la worker class è diventata fascista e razzista o la sinistra di cui parlano certi signori è una sinistra senza worker class ed essi sono intellettuali senza cervello. E’ un po’ come accadde quando la Lega si prese Sesto san Giovanni e altre tradizionali roccaforti operaie e “quelli di sinistra” seppero solo inveire contro il razzismo e la xenofobia di Bossi. 
Impegnati come erano a inseguire video datati e a cercare disperatamente le presunte ed eventuali vittime dello “stupratore seriale” candidato alla Casa Bianca, molti si sono lasciati sfuggire che costui rassicurava e galvanizzava gli operai delle acciaierie, con il suo programma protezionistico, e gli abitanti delle aree minerarie, con la sua promessa di rilanciare il carbone, mettendo fine all’ecologismo ideologico di Obama, che la Clinton avrebbe invece continuato a seguire.

Il terzo e ultimo dato decisivo nella elezione di Trump è questo e riguarda il “voto popolare”, ossia la percentuale complessiva di voti, che tecnicamente non elegge il Presidente, ma che evidentemente è la base per aggiudicarsi i vari stati e quindi i grandi elettori: le donne, i neri, gli ispanici se ne sono caldamente infischiati della propaganda a lui ostile, spintasi fino a toni di linciaggio morale. I dati reali sono quelli che seguono. 
Per quanto riguarda gli afroamericani, occorre tener presente che essi votano sempre massicciamente il partito democratico. Se avessero creduto al “razzismo” di Trump le percentuali di voto ai democratici si sarebbero dovuto ulteriormente innalzare. E invece siamo passati dal 93% ottenuto da Obama all’88% della Clinton. E’ vero che a favore di Obama giocava evidentemente la sua stessa origine, ma è anche vero che il suo antagonista, Romney, non aveva certo ricevuto le stesse accuse di razzismo che hanno bersagliato Trump. Riguardo ai latinos, il discorso è analogo: Trump ha accresciuto i consensi in questa categoria, passando dal 27 al 29%. Circa un terzo degli ispanici non ha dato peso, quindi, alle battute così enfatizzate dai media su muri e messicani delinquenti. Il flop più clamoroso la campagna di stampa anti-Trump l’ha però subito nel campo delle donne: la maggioranza (52%) delle donne bianche ha votato per il maniaco sessista, machista, stupratore compulsivo!
L’elettorato, in sostanza, non si è affatto diviso come pensava e voleva il pensiero “politicamente corretto”, ma seconda linee di demarcazione di carattere socio-economico, innanzitutto, e poi anche geografico. Le donne, gli afroamericani e i latinos delle grandi città della East Coast e della California hanno certamente votato in larga parte la Clinton, ma le donne e i latinos – ed anche una certa percentuale di neri - della “rust belt”, degli stati del Sud, delle periferie urbane, delle comunità agrarie hanno in buona parte votato Trump. Gli anatemi dei liberal politicamente corretti sul razzismo, il sessismo e la xenofobia di Trump li hanno lasciati indifferenti, mentre hanno pesato la loro condizione economica, il fallimento dell’Obamacare, la delusione per la politica sociale dell’Amministrazione democratica, le prospettive future e anche l’immagine della Clinton come candidato dei “poteri forti”. I progressisti con la loro alterigia pensano ora che il voto di queste categorie a Trump sia stato irresponsabile, autolesionista, sia stato un voto di pancia, un voto irrazionale, dettato da paura e ignoranza. Si è trattato invece di un voto motivato e razionalissimo: it’s economy, stupid!”.
I “muri” protezionistici di ogni tipo evocati da Trump hanno incoraggiato molti a votarlo. Un punto cardine del programma di Trump – vedremo poi in che misura e con quali modalità questo programma sarà realizzato – sta proprio in un più rigido controllo dei movimenti internazionali di merci ed uomini, i quali ultimi, peraltro, se varcano le frontiere è solo perché sono ridotti a merci e come merci vengono “accolti”, cosa che Marx avrebbe subito  intuito, ma che l’odierna sinistra buonista fatica a realizzare. E gli operai, gli artigiani i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi, i disoccupati e i lavoratori dipendenti precari della “rust belt” e anche di altre aree geografiche hanno visto evidentemente in questo muro protezionistico una possibilità di difesa e di ricostruzione di un tessuto economico devastato dalla globalizzazione e dall’afflusso di merci estere e di immigrati. Qualcuno dovrebbe riflettere sul fatto che la retorica su “ponti” e “muri” non ha alcuna presa sulle classi popolari e che queste, se proprio devono scegliere, optano per i muri e non per i ponti, e non certo per razzismo e xenofobia ma per difendere i propri interessi e in molti casi  le proprie esigenze primarie di sussistenza.
La middle class, poi, chiede anche la fine di uno statalismo che gonfia gli apparati e i vincoli burocratici e accresce il prelievo fiscale, senza redistribuire ricchezza (un keynesismo al quale è rimasto solo il rovescio della medaglia), chiede, cioè, più stato sulla scena internazionale dell’economia globalizzata e meno stato sul palcoscenico interno, più stato sui mercati internazionali e meno stato sul mercato interno.
Riguardo agli immigrati, il buon senso popolare, quel sano istinto di cui parlava Edmund Burke, lungi dal lasciarsi andare a reazioni isterico-convulsive xenofobe, coglie ciò che anche i liberal potrebbero capire, pur vivendo una condizione sociale ben diversa e privilegiata, se solo avessero letto un poco di Marx. Saprebbero e capirebbero allora che questi immigrati sono ciò che Marx definiva “esercito industriale di riserva”, una massa diseredata e non qualificata disposta o costretta a vendere per poco la propria forza lavoro e i propri diritti, utile quindi a comprimere salari e diritti della mano d’opera locale, del tutto funzionale agli interessi dei nuovi e vecchi ”padroni del vapore”, oggettivamente in conflitto con i lavoratori autoctoni. La “guerra fra poveri” non è affatto il delirio paranoico degli xenofobi: ancora una volta, “it’s economy, stupid!”
Ma la sinistra ha abbracciato invece sul tema immigrazione l’ideologia del politicamente corretto che rappresenta esattamente la copertura e il mascheramento degli interessi della globalizzazione capitalistica: un caso da manuale di stupidità.
Non è affatto sorprendente che donne e ispanics delle classi lavoratrici o medie, che invece stupidi non sono, se ne siano infischiati delle battute sessiste o xenofobe attribuite a Trump e abbiano badato al loro legittimo interesse e alla difesa dei loro più che legittimi diritti. La minaccia di costruire un “muro” alla frontiera con il Messico ha indignato i giovani della Columbia University, i divi del cinema e della musica rock, i poeti, gli scrittori e gli artisti di Manhattan, ma ha lasciato indifferenti tanti ispanics cittadini statunitensi. Anzi, forse li ha ulteriormente convinti a votare Trump, perché in fondo un rigoroso controllo del flusso di immigrati dal Messico e l’espulsione dei tanti immigrati illegali tornerebbe a loro profitto, anche se turberebbe i sonni dei residenti di Brooklyn e del Greenwich Village e ne avvelenerebbe le conversazioni nei cocktail-party.
Detto questo, è chiaro pure che Trump è riuscito a mobilitare efficacemente l’elettorato “bianco”, di origini anglosassoni e angloceltiche (ma anche di altre nazionalità europee, per esempio tedesche, come le sue: il nonno di Trump in origine si chiamava Drumpf), a suscitare una reazione d’orgoglio in questi cittadini che si ritengono, non certo infondatamente, i veri eredi dei pionieri che hanno costruito la nazione americana. Tuttavia, ciò non sarebbe bastato a farlo vincere e questo elemento dovrebbe piuttosto offrire materiale di riflessione ai progressisti e professionisti nostrani del “multiculti”. Essi rischiano di essere travolti, come e peggio della Clinton, dalla reazione dei “bianchi”, se si ostinano a provocarla, se continuano a bollare ogni critica alla loro fumosa e astrattissima idea di società multiculturale e a una scellerata politica dell’accoglienza indiscriminata, come si trattasse di una voglia di ku klux clan o di un isterismo islamofobo. Soprattutto in un paese come l’Italia, nel quale la percentuale di “bianchi” è ancora così predominante, rispetto ai casi, non dico degli USA, ma anche della Francia, della Germania o del Regno Unito. 
Le elezioni americane, quindi, ci parlano di Trump e dell’America, ma ci parlano anche della sinistra, di quella sinistra che continua a perdere – e quando vince, come ha fatto Obama, delude le aspettative che aveva suscitato – per un motivo semplicissimo: non capisce più il mondo e sconta un pauroso ritardo culturale direttamente proporzionale alle pretese, ormai del tutto infondate e persino ridicole, di superiorità intellettuale.
Il punto centrale – lo dico sommariamente in due parole – è che la sinistra, in tutte le sue articolazioni, non è stata capace di interpretare la crisi dei suoi tradizionali paradigmi di riferimento – quello comunista e quello socialdemocratico – non ha saputo elaborare un nuovo paradigma e nemmeno è riuscita ad aggiornare quelli antichi (cosa possibile, a mio avviso, con il paradigma socialdemocratico o meglio liberal-socialista, non con quello comunista, ma questa è una mia opinione o forse solo una propensione), si è scelta come compito quello di limare un po’ gli artigli della belva – la globalizzazione finanziaria – e ha adottato una ideologia del “politicamente corretto” – la più miseramente mistificante fra le ideologie, che sono sempre di per sé mistificanti -  che ha finito per alienarle definitivamente le classi lavoratrici e le classi medie, perché questa ideologia è funzionale agli interessi e agli scopi della belva e non certo a quelli delle classi suddette. Peraltro, quelle unghie non vengono neanche limate – e resterebbero comunque mortali – ma solo imbellettate con un poco di smalto.
L’elettorato di Trump, invece, esprime – per ora solo virtualmente, è chiaro – un blocco sociale che unisce tutte le categorie che pagano il prezzo della globalizzazione finanziaria e che la retorica del “politicamente corretto” non basta più ad ammansire. Se Trump saprà circondarsi di validi consiglieri, se saprà qualificare la sua Amministrazione con persone dotate non solo di competenze ma di visione, la sfida possibile sarà quella di disegnare un nuovo grande progetto politico che offra un’alternativa ad un sistema economico come quello attuale che dissangua lavoro e imprese produttive a favore della rendita finanziaria. Le incognite sono molteplici e sono molto serie: la nuova Amministrazione potrebbe semplicemente non essere all’altezza di una missione così alta e impegnativa, la politica reale di Trump potrebbe rivelarsi l’espressione di un altro pezzo dell’establishment, rispetto a quello che sosteneva la Clinton, di altri settori dei “poteri forti”… Ma è nata perlomeno una speranza e non è poco.

Alcuni amici mi hanno chiesto come diavolo avessi fatto a prevedere una vittoria di Trump. Ho risposto che ho cercato solo di ragionare su alcuni dati, su alcuni elementi di analisi che una minima conoscenza della realtà americana rendeva visibili al di là della rappresentazione mistificante che si stava dando della vicenda elettorale. Tuttavia, devo confessare che questi elementi non mi rendevano affatto certo dell’esito finale e la verità è che, a prescindere da essi, è da un preciso momento che sono stato sicuro che Trump avrebbe vinto.
A un certo punto, la Clinton ha definito i sostenitori del suo antagonista “a basket of deplorables”, una cesta di miserabili, grosso modo. Ho poi letto che i sostenitori di Trump avevano fatto proprio l’epiteto ingiurioso, avevano cominciato a rivendicarlo fieramente, a definirsi “the deplorables”, a firmarsi “i miserabili”. E’ successo parecchie volte nel corso della storia che coloro che erano stati insultati con un certo epiteto o nomignolo lo abbiano fatto proprio orgogliosamente, trasformandolo in una sorta di vessillo, in una tromba di guerra. Per esempio, i nobili e i mercanti olandesi protestanti ingiuriati dalla reggente Margherita d’Austria, sorellastra del re di Spagna, e dal suo seguito di altezzosi nobili castigliani con l’appellativo di gueux – pezzenti. Quei nobili e quei mercanti si appropriarono dell’epiteto, incominciarono una rivoluzione, la prima rivoluzione dell’età moderna, che fu detta proprio la “rivolta dei pezzenti”; anni dopo le loro piccole e agili navi – i “pezzenti del mare” – contribuirono al disastro della Invincible Armada e alla salvezza dell’Inghilterra protestante, senza le quali cose non ci sarebbe stata la spedizione della Mayflower, non ci sarebbe stato il Thanksgiving day, non ci sarebbe stata più tardi la dichiarazione di Indipendenza e la rivoluzione contro la Madrepatria, non ci sarebbe stata la Costituzione e l’America non sarebbe nata o almeno avrebbe avuto una storia completamente diversa. 
Ecco, quando ho sentito che i sostenitori di Trump facevano proprio l’epiteto ingiurioso della Clinton ho capito che era l’America autentica che si stava mobilitando, perché quei deplorables ne incarnavano lo spirito fondativo, a prescindere da Trump e ben oltre Trump. Lo spirito di coloro che rovesciando a mare il carico di tè di una nave inglese, per protesta contro la relativa imposta, dettero il segnale di inizio della Rivoluzione americana. Ho capito che non bisognava guardare il dito con la sua unghia più o meno smozzicata e sporca – ossia Trump – come invece facevano e purtroppo continuano a fare tanti, ma ciò che il dito indicava: la luna, la grande nazione americana. Che come ogni grande nazione si serve anche di uomini piccoli, di uomini senza qualità, di uomini “inadeguati”, li pone al suo servizio e li trasforma, per i propri scopi, per la propria salvezza, per costruire o ritrovare la propria grandezza. Ho capito che Trump avrebbe vinto, perché oltre il dito storto c’era la luna, perché dietro di lui e con lui si era risvegliata la Nazione americana, calpestata materialmente dalla globalizzazione finanziaria e dileggiata moralmente dal politicamente corretto di Obama, trattata davvero per anni come “un cesto di miserabili”. E che quella Nazione l’avrebbe fatta pagare cara alla Clinton e ai democratici, ai tromboni del politicamente corretto, tornando forse a splendere come “la città sulla montagna” (Mt., 5, 14), accendendo forse una luce nella notte anche per noi altri, che stiamo da quest’altra parte dell’Oceano. 
E’ almeno una speranza, uno squarcio nella coltre di tenebre e per questo noi oggi alziamo la nostra voce, sperando che giunga, colma di gratitudine, fino al grande popolo americano, per questo  cantiamo e preghiamo, noi, i “deplorables” della vecchia Europa:
God bless America,
land that I love,
stand beside her
and guide her,
through the night,
with a light from above.

sabato 5 novembre 2016

VOGLIAMO PARLARE SERIAMENTE DI TRUMP E DELLE ELEZIONI AMERICANE?




Che Trump e la Clinton siano i peggiori candidati possibili dei rispettivi partiti e che quella che sta per concludersi sia la più indegna campagna elettorale nella storia delle presidenziali è cosa sulla quale convengono molti. Peraltro, quando parlo di un livello molto basso di questa campagna elettorale non mi riferisco solo alle battute di Trump, come invece mi pare che accada a molti, ma anche e soprattutto alle battute su Trump. Non solo agli affondi di Trump e dei suoi sostenitori, ma anche agli attacchi a Trump e ai suoi sostenitori. Ma su questo prendo subito in prestito le parole della mia amica Paola Ursino, perché esprimono nel modo migliore ciò che penso anche io:  
“Non mi piace per niente Trump come non mi piaceva Berlusconi. Ma porca miseria, possibile che la sinistra insopportabilmente corretta americana come all'epoca quella italiana la debba sempre buttare in catastrofe morale?! Possibile che gli avversari politici debbano essere dipinti come mostri di presunta immoralità, come nemici da sconfiggere per evitare l'apocalisse?! Possibile che i milioni di simpatizzanti ed elettori di Trump, così come quelli di Berlusconi, debbano puntualmente essere trattati come ignoranti, stupidi e immorali?! Lo trovo un atteggiamento arrogante e supponente. Insopportabile”
Vorrei, innanzitutto, provare a chiedermi come si sia potuti arrivare a questo scadimento del livello civile del confronto politico. In secondo luogo, vorrei provare a dimostrare che Trump non è affatto un monstrum unico e isolato nella storia politica americana, ma ha un suo preciso retroterra in quella storia, anche se ne è probabilmente inconsapevole e certamente questo retroterra lo fa rivivere in modo decisamente rozzo. Spero che queste annotazioni possano meglio chiarire non tanto chi sia Trump – il personaggio è piuttosto elementare – ma che cosa ci sia “dietro” Trump, in termini di entourage, di correnti e gruppi che lo sostengono e appunto di retroterra storico. Perché se si può anche ridurre a caricatura un personaggio politico, quando poi costui sia riuscito a diventare il candidato del GOP per la Presidenza è gravissimo errore intellettuale sottovalutare o ignorare che cosa ci sia dietro di lui. Errore ancor più tragico, se poi il personaggio in questione dovesse riuscire a conquistare la Casa Bianca (ma anche se non ci riuscisse, si sarebbe comunque guadagnato il consenso di quasi la metà degli elettori, a questo punto). Un errore non certo nuovo, perché la sinistra snobistica lo commise già con Reagan – un Presidente che peraltro ha precise assonanze con il candidato Trump, come vedremo  - e mal gliene incolse. Ma se la sinistra imparasse dai propri errori e sapesse ancora percepire la lunghezza d’onda delle grandi correnti popolari, non sarebbe nello stato penoso in cui sta.
Vorrei infine provare a dichiarare i motivi per cui, sulla base di questa analisi, mi auguro che martedì notte il vincitore sia Trump e non la Clinton, e non già con la solita giustificazione del “male minore”, ma per evitare il male maggiore, che fra i due allo stato attuale dei fatti è appunto la Clinton.

  1.  
Come è stato possibile un simile scadimento? Non mi pare plausibile un improvviso instupidimento degli elettori americani e imbarbarimento del paese. Se non altro questa è una di quelle tipiche spiegazioni che non spiegano proprio nulla. Mi pare invece che queste due candidature e la tristissima campagna elettorale che ne è inevitabilmente seguita siano il risultato, uno dei nefandi risultati, della presidenza Obama. Questi ha di fatto determinato il suo successore alla nomination dei democratici; non per sua volontà, perché è anzi evidente che non abbia grande simpatia per la Clinton, ma perché la sua presidenza lasciava spazio solo a una candidatura di sostanziale continuità, anche se con un taglio più moderato e più gradito all’establishment, o ad una candidatura che si presentasse, almeno nei programmi e nell’immagine, come l’accentuazione e la radicalizzazione di quelle istanze che Obama ha sollevato (e molto spesso anche tradito). E difatti lo scontro è stato fra la Clinton e l’autoproclamatosi “socialista” Bernie Sanders.
Ma soprattutto Obama ha involontariamente determinato anche l’avversario della Clinton, la contro candidatura. Infatti, con la sua pestifera dittatura del “politically correct” e con il suo sballato idealismo in politica estera - ha predicato pace, tolleranza e democrazia e ha suscitato guerra, integralismo e totalitarismo – una politica che oltretutto ha anche danneggiato gravemente gli interessi americani, ha finito per suscitare una tale reazione nell’America profonda, un’America lontanissima da quella dei grandi mass-media e quindi da quella che vedono gli europei, da potersi considerare il vero artefice della sorprendente nomination di un personaggio come Donald Trump.

2.
Non è vero che Trump non abbia alcun precedente nella storia politica americana. Al contrario, egli riprende – certo, a volte in modo che può sembrare quasi caricaturale, ma c'è anche dell'intenzionalità i questo– le posizioni fondamentali e le idiosincrasie di fondo di una delle grandi correnti politiche americane. Nel suo non recentissimo ma ancora fondamentale saggio sulla storia della politica estera americana (Special Providence, 2001), Walter Russel Mead identificava quattro grandi correnti politiche (sul piano della politica estera, ma il suo discorso intreccia continuamente, come è ovvio, la politica interna). Il saggio – per inciso - è da raccomandare ai tanti europei (quasi tutti, per la verità), che parlano della politica americana in un’ottica eurocentrica, con categorie politiche che sono tipiche del vecchio Continente, ma che non hanno quasi circolazione negli USA, e ignorando, invece, le categorie politiche specificamente americane, il che produce poi catastrofici equivoci e incomprensioni. Le quattro correnti sono battezzate ciascuna con il nome di un grande personaggio della storia americana e si possono suddividere in due coppie: da un lato abbiamo la corrente hamiltoniana e quella wilsoniana, che sono sostanzialmente “interventiste” in politica estera e ritengono che gli USA abbiano il dovere morale di edificare e garantire l’ordine mondiale, modellandolo su determinati principi, valori e ideali, non certo slegati da concreti interessi. Queste correnti, nel Novecento, hanno trovato i loro “campioni” non solo in presidenti democratici – da Wilson, appunto, a Franklin D. Roosevelt a Obama – ma anche repubblicani: Theodore Roosvelt e Bush padre furono due eminenti “hamiltoniani” e la prima guerra del Golfo – nel modo in cui fu concepita, preparata, condotta e terminata - fu difatti una tipica espressione di una visione politica e di una strategia hamiltoniana.
Le altre due correnti, che si potrebbero definire invece “isolazioniste” se la parola non fosse così spesso fraintesa in Europa, sono quella jeffersoniana e quella jacksoniana. La prima ha dato alla politica americana strateghi del calibro di George Kennan. La corrente jacksoniana è invece la meno conosciuta e la più deplorata in Europa e, guarda caso, è proprio quella  che fornisce il suo retroterra ed humus al fenomeno Trump. Quello che scriveva Russel Mead di questa corrente oltre 15 anni fa si presta benissimo a interpretare il “fenomeno Trump”: “Forse la politica jacksoniana è così poco compresa perché il jacksonismo è un movimento meno intellettuale e meno politico, mentre ha invece la capacità di esprimere i valori sociali, culturali e religiosi di una grossa fetta del popolo americano. Il suo pensiero è meno noto anche perché affonda le radici in quella porzione di popolazione meno rappresentata nei media e nell’ambiente accademico” e formata, aggiungeva poco dopo, soprattutto da maschi bianchi e protestanti, di estrazione sociale medio-bassa e con collocazione geografica prevalentemente nel Sud e nel Midwest. L’America jacksoniana, continuava lo storico, non è una corrente ideologica, né un complesso di interessi organizzati, ma è una “comunità popolare” e “sembra voler continuare a produrre leader e movimenti politici, destinati a detenere una forte influenza sugli affari interni ed esteri degli Stati Uniti nel prossimo futuro”.
Come la corrente jeffersoniana, quella jacksoniana ha una forte impronta libertaria ed è intollerante nei confronti dei controlli e dei vincoli statali, ma mentre i jeffersoniani privilegiano il Primo Emendamento e quindi la libertà di espressione, i jacksoniani considerano invece il Secondo Emendamento e quindi il diritto di portare armi, come la pietra angolare e la fortezza delle libertà individuali. Cosa che lascia sbigottiti tanti europei “progressisti”, che non sono disposti a capire come quella mania di portare le armi di tanti americani non sia un vezzo da cow-boy trogloditi, ma – piaccia o non piaccia - sia un’abitudine addirittura legata alla libertà personale e quindi tutelata da un Emendamento della Costituzione, che viene subito dopo quello sulla libertà d’espressione e la libertà religiosa. E in tal modo viene anche fraintesa la vera sostanza dell'aspro dibattito che c'è in America su questo punto cruciale.
Tuttavia, più che su un sistema di valori il jacksonismo si fonda su una sorta di codice d’onore. In estrema sintesi i punti fondamentali di questo codice d’onore sono i seguenti: primo, contare su se stessi. I veri americani sono quelli che si fanno strada da soli nel mondo. Il successo economico è quindi molto rispettato, quando è chiaramente dovuto al proprio impegno. Secondo principio: l’uguaglianza, non certo nel senso di uguaglianza economica o sociale, ma nel senso di pari dignità e diritto. Ogni infrazione a questo principio di uguaglianza è accolto con disprezzo. Terzo principio, l’individualismo, che comunque non prescinde dal rispetto di regole e principi etici. Il quarto principio è l’esaltazione del credito finanziario, che deve garantire del resto individualismo e intraprendenza personale, fornendoli di mezzi concreti. Infine, la comunità jacksoniana traccia una netta linea di demarcazione tra coloro che riconosce come propri membri e coloro che invece vengono considerati outsiders, i quali se violano i principi fondamentali del codice d’onore devono essere perseguiti implacabilmente e senza escludere alcun mezzo.
Non è difficile scorgere in queste note, con buona approssimazione, un ritratto di Donald Trump e dei suoi sostenitori ed esse basterebbero a suggerire di abbandonare certe sottovalutazioni e certe analisi caricaturali del personaggio e soprattutto dell’America che lo appoggia.

Venendo specificamente alla politica estera, il jacksonismo è certamente la corrente più strettamente legata al complesso militare-industriale, come si diceva una volta, e promuove altrettanto certamente la crescita delle spese militari, ma – attenzione – non è detto che i suoi rappresentanti siano più “guerrafondai” di quelli di altre correnti e in particolare degli hamiltoniani – legati agli interessi commerciali degli USA – e degli idealisti wilsoniani. Di fatto, il maggior numero di interventi militari americani si sono realizzati, nel XX secolo e all’alba del XXI, con amministrazioni di matrice hamiltoniana o wilsoniana e secondo il programma di queste correnti, compresa la famigerata guerra del Vietnam, comprese la prima guerra del Golfo e la guerra del Kosovo. Quanto a Bush figlio, va detto che Russel Mead scrive proprio alla vigilia dell’11 settembre 2001 e può così senz’altro ascriverlo alla corrente jacksoniana, perché di chiara fattura jacksoniana era stato il programma sulla cui base aveva vinto le elezioni. In politica estera, George W. Bush intendeva ritrarsi dalle imprese militari di Clinton su posizioni tendenzialmente isolazioniste. L’11 settembre cambiò la scena e – provo a continuare l’analisi nell’ottica di Russel Mead anche se il suo saggio non arriva al drammatico evento delle Torri gemelle -  Bush reagì nell’immediato ancora con un riflesso jacksoniano (capiremo a breve a cosa mi riferisco). La sua amministrazione era però dominata dai cosiddetti neo-con, che jacksoniani non erano affatto. La loro matrice era piuttosto wilsoniana ed essi per lo più si erano formati politicamente nel partito democratico, prima di fare il salto sull'altra sponda. Se l’attacco all’Afghanistan fu la reazione immediata in stile jacksoniano del Presidente, questa reazione presto fu inserita nel ben diverso progetto dei neo-con (il “New american Century") e il corto circuito fra questo wilsonismo piegato a destra dei neo-con e il jacksonismo originario di George W. produssero la sciagurata guerra all’Iraq (appoggiata da molti democratici, a cominciare dalla Clinton).
In politica estera, così come in politica interna, il jacksonismo non si ispira ad alcuna ideologia o teoria politica, ma ruota intorno ad alcuni semplici assunti: il primo è la convinzione che se è vero che i problemi internazionali sono complessi, le soluzioni siano quasi sempre semplici e i nodi gordiani debbano essere semplicemente tagliati. Da qui il fastidio per le strategie diplomatiche (e qui sta una fondamentale differenza fra Bush padre, hamiltoniano, e Bush figlio, jacksoniano). In secondo luogo, i jacksoniani – anche se passano come quelli che hanno il “grilletto facile” – tendono ad intervenire solo se sentono – si tratta di una reazione istintuale prima ancora che di una analisi – che l’interesse americano nel mondo è gravemente minacciato. In tal caso, è senz’altro vero che – considerando l’assunto precedente – usino mezzi decisamente sbrigativi, tendano all’unilateralismo e alle azioni dirette, immediate ed energiche, scavalcando le mediazioni diplomatiche, curandosi poco delle regole e delle istituzioni del diritto internazionale, mostrando insofferenza per qualsiasi limitazione e autolimitazione nell’azione bellica (mai più combattere con le mani legate come si è fatto in Vietnam, è una tipica affermazione jacksoniana). Ecco, perché qualifico come frutto di un “riflesso jacksoniano” la guerra in Afghanistan di George W. (mentre quella all’Iraq fu assai più meditata, e sciaguratamente meditata). Ma se non hanno la sensazione di questa grave e imminente minaccia, i jacksoniani tendono ad una politica estera molto meno interventista e quindi tendenzialmente più “pacifica” rispetto agli esponenti di tutte le altre correnti.
La ragione di fondo sta nella visione crudamente realista e pessimista del mondo che hanno i jacksoniani. Il mondo è dominato irrimediabilmente dalla violenza, dalla legge del più forte e dall’ingiustizia e sarebbe vano ed anzi disastroso che gli USA si impegnassero a redimerlo. Da qui la radicale distanza con i wilsoniani, ma anche la notevole differenza rispetto alla visione di politica estera delle altre correnti. Il mondo è una specie di stato di natura hobbesiano, per cui gli USA, lungi dal lasciarsi tentare da smanie missionarie, devono vigilare, armarsi, prepararsi e devono intervenire solo al momento opportuno, quando è strettamente necessario, in relazione all'interesse nazionale, e dispiegando tutta la loro forza d’urto. Il pessimismo realistico dei jacksoniani è forse l’unico elemento che li rende intellegibili alla politica europea, dato che in tal modo essi sono la corrente politica americana più vicina alla Realpolitik. Non si deve però ignorare che l’origine di questo pessimismo è ben diversa ed è di carattere religioso: la cupa visione del mondo e dell’umanità, fuori dalla cittadella assediata della propria comunità, che hanno i jacksoniani, corrisponde all’idea della creazione decaduta e corrotta dopo il peccato cosiddetto originale ed ha la propria matrice nel calvinismo dei Padri fondatori, spesso rielaborato, però, in chiave premillenaristica: l’Anticristo arriverà prima che il Messia sia di nuovo e definitivamente tra noi. Bisogna quindi vegliare, certo, per il ritorno di Gesù, come ci invita a fare il Vangelo, ma ricordando che prima che Gesù ritorni avremo qualche piccolo problema e dovremo fronteggiarlo...
 Il jacksonismo, secondo Russel Mead, è la corrente politica di gran lunga più importante nella storia statunitense: non sempre ovviamente, i Presidenti hanno avuto questa provenienza ed anzi i jacksoniani sono stati in fondo pochi, ma nessuna Amministrazione può permettersi di ignorare l’influenza del jacksonismo nella società americana e nell’opinione pubblica. Questo è un lusso che possono permettersi solo gli intellettuali radical-chic nostrani, magari anche trapiantati negli States, ma incapaci di vedere oltre i cortili della Columbia University.
Non a caso, il più importante presidente jacksoniano della storia recente è stato inizialmente tanto incompreso, sottovalutato e sbeffeggiato in questi ambienti, prima che si accorgessero che si trattava oggettivamente – e a prescindere dalle valutazioni di merito – del maggiore presidente nella storia novecentesca degli USA, almeno dopo Franklin D. Roosevelt. Sto parlando, evidentemente, di Ronald Reagan. Spero che con Trump non si faccia un errore se non simile, analogo.

3.
Mi pare che queste annotazioni, pur così necessariamente sommarie, possano chiarire un po’ meglio il “fenomeno Trump”. Esse riguardano innanzitutto la sua possibile politica estera, l’aspetto che certamente ci deve interessare di più. Senza inserirla nel contesto del jacksonismo, questa politica estera resterebbe assolutamente imprevedibile e ogni considerazione si ridurrebbe a illazione, boutade o propaganda di bassa lega (come di fatto avviene regolarmente sui mass-media nostrani). Anche in tal modo, sia chiaro, restano moltissime incertezze, sia perché il personaggio è comunque un jacksoniano sui generis, se non addirittura “a sua insaputa”, sia perché in nessun caso la politica jacksoniana è prevedibile, proprio perché a differenza di quella delle altre correnti non si fonda su una dottrina e non parte dagli USA o dalla loro autorappresentazione, ma dalle condizioni del mondo. E dunque i suoi sviluppi dipendono da come evolve la situazione internazionale: se non ci fosse stato l’11 settembre, George W. Bush avrebbe quasi certamente fatto una politica non già diversa – questo varrebbe ovviamente per qualsiasi altro Presidente al suo posto di fronte a un simile evento – ma completamente opposta a quella che ha invece fatto. Se non si fosse trovato di fronte Gorbacev, con tutte le sue debolezze, probabilmente Reagan avrebbe fatto una politica di “raccoglimento”, dopo tanti anni di interventismo democratico, da Kennedy a Carter, con l’amministrazione Nixon nel mezzo che dovette gestire i disastrosi risultati di questo interventismo.
Certamente non abbiamo alcuna garanzia che Trump, percependo minacce fatali agli USA, non compia azioni belliche sciagurate. Esiste però anche una possibilità diversa: che ponga fine alle velleità di esportare democrazia o di assecondare la nascita di piantine democratiche in terreni assolutamente inadatti, come ha fatto chi lo ha preceduto, e se ne stia alla finestra, limitandosi ad intervenire con decisione su pochi e ben selezionati obiettivi.
L’alternativa a Trump, invece, la conosciamo bene, l’abbiamo già sperimentata in questi anni, in quanto la candidata democratica è stata per quattro anni Segretario di Stato. E sono stati i quattro anni in cui l’Amministrazione Obama ha prodotto i risultati più catastrofici (gli altri quattro anni sono stati di gestione della catastrofe). E’ semplicemente ridicolo schierarsi con la Clinton, vedendo in Trump una minaccia per la pace nel mondo! Significa aver vissuto su un'altra galassia e senza possibilità di comunicazione con il pianeta terra!
La Clinton porta con Obama la responsabilità della guerra civile siriana, nata dall’idea balzana che una “primavera democratica” potesse rovesciare il “feroce dittatore Assad”. La primavera democratica è invece rapidamente evaporata, il feroce dittatore è ancora al suo posto a Damasco, sostenuto dai russi che sono tornati in forze grazie all’insipienza di Obama, dall’Iran e dagli integralisti di Hezbollah; la Siria è però precipitata in una guerra civile che ne ha diviso il territorio fra varie componenti, fra cui lo Stato islamico e islamisti di varia e diversa “confessione”. Con centinaia di migliaia di morti e di profughi. Con la distruzione di un patrimonio storico e artistico di incomparabile valore. Con Aleppo, una delle più splendide città del mondo, ridotta a macerie. Tutto ciò sta sulla coscienza innanzitutto di Obama e della Clinton.
La Clinton porta con Obama la responsabilità della nascita dello Stato islamico, ossia del più feroce totalitarismo della storia dopo il nazismo. Lo stato islamico, infatti si è allargato alla Siria, ma è nato in Iraq ed è nato grazie alla dissennatissima decisione di Obama di ritirare le truppe senza aver costruito o contribuito a costruire neanche una parvenza di stato e di convivenza fra sunniti, sciiti e curdi (per tacere degli yazidi e dei cristiani). La Clinton e Obama hanno sulla coscienza lo Stato islamico.
La Clinton, più ancora di Obama stesso, ha sulla coscienza la Libia (Gheddafi era un suo target specifico e Obama in quel caso non mostrava molta passione per la causa), anche qui con una guerra civile e con la “catastrofe umanitaria” dei migranti. Quando i progressisti buonisti si indignano per l’”emergenza profughi”, piuttosto che inveire contro Salvini, dovrebbero più concretamente rivolgere il loro sdegno umanitario in direzione della Clinton.
E’ stupefacente vedere come tanti irriducibili critici e oppositori delle “guerre di Bush” si schierino oggi con la Clinton: vorrei informare lor signori che, intanto quelle guerre furono appoggiate al Congresso e in ogni altra sede dalla Clinton e non da Trump, e poi che i Bush tutti, padre, figlio maggiore e figlio minore sostengono la Clinton, come la sostengono tutti i più feroci “neocon” dell’Amministrazione Bush, dal vicepresidente Cheney, al segretario di Stato Colin Powell (quello delle famigerate e fantomatiche armi segrete di Saddam) a Wolfowitz, a Condoleeza Rice e a parecchi altri. I motivi di questo sostegno sono facilmente intellegibili se si è avuta la pazienza di seguire il discorso al punto precedente.
Chiarito quale pesantissimo fardello gravi sulla Clinton, non ho ben capito, nonostante la sistematica campagna di stampa di demolizione del personaggio, quale fardello gravi invece su Trump, a parte le sue battute e affermazioni “sessiste”, condensate in un video privato di alcuni anni fa, in cui faceva discorsi da bar, usando un linguaggio che usano molti maschi – anche se non tutti – e che – non vorrei che qualcuno cadesse tramortito per la rivelazione – usano ormai anche molte donne – sebbene non tutte. O l’accusa, tutta ancora da verificare, di essere “inadeguato”. In ogni caso si tratta di parole e di illazioni, mentre contro la Clinton stanno fatti precisi e fatti già compiuti. Per brevità non affronto il tema delle email, ma è davvero difficile pensare che Trump sia più inadeguato di una candidata che è indagata dall’FBI e che se eletta sarà a rischio di impeachment o di dimissioni. Certo, si può pensare che sia tutto un “complotto”, ma è singolare che questa tesi sia avanzata da coloro che irridono – quasi sempre giustamente – tutte le teorie complottistiche in circolazione. Come dire che i complotti che colpiscono noi o i nostri amici politici sono reali e quelli che colpiscono gli altri sono sempre bufale. Occorrerebbe, ogni tanto, fare pace col proprio cervello.

Non posso concludere senza citare il secondo fondamentale motivo, oltre a quello della politica estera, che induce a preferire Trump: se vincesse, passeremmo da un Presidente icona del “politicamente corretto” a un Presidente icona del “politicamente scorretto”. Non è una battuta e non è un fatto marginale, ma di primaria rilevanza. Il “politicamente corretto”, purtroppo a molti sfugge, ha una portata totalitaria, anzi si potrebbe dire che è il “totalitarismo soft” che nel triste mondo odierno fa da pendant al “totalitarismo hard” dell’integralismo islamico. Infatti, chi pretende di controllare il linguaggio pretende di controllare il pensiero e forse non è neanche necessario aver studiato Parmenide e la scuola eleatica per capire questo. Il politicamente corretto, inoltre, rende l’Occidente inermeinerme culturalmente prima che militarmente -  di fronte alla epocale minaccia dell’integralismo islamico. Non mi pare che si debba aggiungere altro: quando una cosa è tanto importante non servono molte parole ed anzi troppe parole relativizzano pericolosamente la dimensione del fenomeno; la dittatura del politicamente corretto va sradicata dal mondo occidentale esattamente come lo Stato islamico va sradicato dall’Iraq e dalla Siria. Solo così la civiltà occidentale – e mi permetto di dire la civiltà tout court – potrà tornare a guardare al futuro senza angoscia.

Proprio per questo, sebbene il personaggio non mi rassicuri affatto, sia molto lontano da me da ogni punto di vista e mi susciti anche un certo fastidio “estetico”, mi auguro il suo successo e soprattutto la sconfitta della Clinton.
Passerò la notte fra martedi e mercoledì a seguire i risultati delle presidenziali americane: la prima volta che lo feci fu tanti anni fa, nel 1976, con mio nonno; “tifavamo” entrambi per Carter (che vinse e lo sapemmo solo alle 7 di mattina quando arrivò il risultato della California), ma entrambi in seguito ci ripetemmo di continuo quanto ci fossimo sbagliati. Ed io, neanche quindicenne, cominciai allora a capire quanto fosse insidioso tracciare una netta linea di demarcazione fra sinistra e destra, progressisti e conservatori e collocare tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra parte. Mio nonno, invece, lo sapeva da una vita, ovviamente, ma forse in quel caso gli piacque lasciarsi contagiare dall’ingenuo entusiasmo del nipote…
Purtroppo io non ho nipoti e in ogni caso mi pare che la Clinton, a differenza di Carter e dello stesso Obama, non possa proprio suscitarne di tali giovanili e ingenui entusiasmi. La mia notte sarà dunque disincantata, ma se Trump dovesse vincere non mi negherò, nonostante la stanchezza, lo spettacolo ingenuamente entusiasmante delle faccine scandalizzate, delle smorfiette sdegnate, dello stupore sgomento di tanti “progressisti” e radical chic, quelli che non sanno portare la loro r moscia con la stessa eleganza con cui l’Avvocato Agnelli portava la sua. Ma loro si credono ugualmente snob. Si potrebbe dire: pas de noblesse oblige...